Critica

Renato Rodolfi: L'abbagliante intensità del genio

 

A settantanove anni dalla morte l'astro poetico di Dino Campana continua a illuminarci

L'abbagliante intensità del genio

Cantore di luci mistiche e ombre violente, il grande poeta di Marradi è tra gli autori più dotati e originali del novecento italiano:

i suoi "Canti Orfici" sono puri e appassionati, lirici e arcani

 

di Renato Ridolfi

Da "La Voce di Romagna", Marzo 2011

 

La redazione ringrazia l'amico Paolo Magnani, per averci mandato l'articolo di Renato Rodolfi, campaniano da sempre e amico fraterno di Lello Campana, cugino di Dino.

Renato ha compiuto da poco i 99 anni e da qui, dal sito del nostro Poeta, gli mandiamo un grande abbraccio campaniano.

 

 

Settantanove anni dalla morte si rinnova, in­tenso e fulgido, il ricordo di Dino Campana, poeta. Era nato ai piedi dell'Appennino tosco-romagnolo, tra vigne di Sangiovese e boschi di "Marron Buono", nella grossa borgata di Marradi, già "Capitale culturale" della Romagna - Toscana, sul fiume Lamone, il 20 agosto 1885. Spuntato nel clima borghese di una della famiglie bene, Dino è timido, scontroso, anticonformista. Aperto ad esigenze libertarie, mal si adegua alla monotona vita del borgo e si muove turbinosamente in un mondo, che gli diventa sempre più ostile. Prende a fuggire in cerca di arie nuove, che plachino le sue ansie, aiutino le sue ricerche poetiche e gli rivelino la sua "Chimera". Poi, sempre, ritorna all'ingrata terra, richiamato da un interno indomabile amore. Tracciare il quadro biografico di un personaggio siffatto è, senza dubbio, impresa scabrosa, tanto è il travaglio, che cir­conda, anche platealmente, l'umano pellegrinaggio del nostro poeta, il più grande dei poeti del nostro novecento. Amatore di donne maliarde, eteree, di luoghi incantevoli, mistici, eccitanti, di cui il nostro territorio è, anche se molto sconosciuto; strapieno di realtà umili e sofferenti, che, nella loro ignoranza, serbano grande affetto e stima al poeta. Scopritore di luci e ombre violente, fosche, sfumate e, sempre, grande attaccamento al suo paesello, fatto di "fughe di tetti al sole, di lunghe veran­de fiorite, di cupole rosse, di campanili che si affollano, di commenti variopinti di archi, di larghi specchi d'azzurro", ma anche di ostinata superficialità, di conformismo incallito, di "doctrina" insulsa ed ipocrita, sempre pronta a non capire, a condannare.

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Gabriel Cacho Millet: Il Manoscritto di Campana

 

 

 

 

Pubblico, senza correzione alcuna, la lettera che Gabriel Cacho Millet scrisse al prof. Borsani, insieme al testo dell'articolo sul ritrovamento de "Il più lungo giorno".

(Paolo Pianigiani)

 


 

 

Caro Prof. Borsani,

    la prego, prima di dare alle stampe questo scritto, di riguardare l'italiano: anche avendo la massima cura, qualche "spagnolate"  scappa sempre al mio controlo. Mi telefoni, se ha qualche cosa da dirmi.  Suo

                                                                                         Gabriel Cacho Millet

 In fondo alla bibliografia ho inserito eventuali didascalie per foto e documenti, spediti da Claudio Corrivetti  per posta elettronica. Vale!

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Fausto Tuscano: Aspetti del pensiero musicale negli Orfici

 

 Aspetti del pensiero musicale dei Canti Orfici

di Fausto Tuscano

  

«Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bi­sogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bi­sogno di essere stampato.»[1] — così Dino Campana da Marradi il 6 gennaio del 1914 a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina «LaVoce». «Per provarmi che esisto», scrive. E la poesia che dà senso alla vita. La storia della pubblicazione dell'opera di Campana è nota. Prezzolini non risponde alla lettera. La richiesta inutile è un altro fallimento che si aggiunge ad una serie, lunga, di fallimenti non solo professionali ma anche affettivi, esistenziali. Il libro, che contiene poesie che il giovane poeta ha composto e raccolto ne­gli ultimi dieci anni trascorsi viaggiando per il mondo, tra Firenze e Bologna, da Genova alla Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, l'Argentina, è stampato a Marradi nell'estate del 1914, con i soldi di una colletta, dal tipografo Ravagli. Nel dicembre dell'anno prima, a Firenze, Campana aveva consegnato il manoscritto (un'unica copia) a due tra gli intellettuali fiorentini più in vista del momento, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, con la speranza che lo leg­gessero e lo pubblicassero, magari sulla nuova rivista «Lacerba». I due promi­sero di leggere, ma persero il manoscritto. La raccolta, che si chiamava li più lungo giorno, poteva essere una novità letteraria importante. Il poeta dedica la prima metà del 1914 alla ricostruzione/ri elaborazione — in parte a memoria — delle poesie perdute. (Il manoscritto perduto salterà fuori solo nel 1971, a casa di Soffici).[2] Il libro pubblicato nel 1914 ha un nuovo titolo: Canti Orfici.

 

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[1] D. Campana, Lettere di un povero diavolo. Carteggio (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998), a cura di G. Cacho Millet, Firenze, Ed. Polistampa, 2011, p. 21.

[2] Cfr. P. Pianigiani, Le carte vaganti di Dino Campana. Le carte e i manoscritti: un viaggio senza fine, in http://www. campanadino.it/plausi-e-botte/ 106-paolo-pianigiani-le-carte-vaganti-di-dino-carnpana.html (Prima pubblicazione: 30/10/2004).

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