Studi

Cesare Segre: Campana, l'eterno vagabondo vestito di solitudine

Il furore, la disperazione e la fame d' amore di un' anima ribelle. I suoi «Canti Orfici»

dal Corriere della Sera, 8 agosto 2004

È uno dei poeti più poeti del nostro Novecento: nel senso che la sua poesia evita i consueti tramiti della società letteraria, delle correnti, delle mode; la poesia, per lui, era più che affermazione del proprio sentire: era tutto. Ciò non significa che Dino Campana fosse un naïf, un primitivo. Al contrario, s' era fatto una vasta conoscenza della letteratura europea, grazie anche al possesso del francese, del tedesco, dello spagnolo. Ma persino il suo contatto con la produzione più alta era diretto, non gerarchizzato, guidato solo dalle intuizioni. Il preconcetto del poeta istintivo è del resto smentito, per Campana, dall' intensissimo lavoro di perfezionamento dei suoi testi, che gli abbozzi ritrovati più tardi ci permettono di seguire ammirati. Dino Campana (1885-1932) fu affetto da una non comune forma di pazzia, con fasi alterne di lucidità e un finale tracollo. Particolarmente deleterii erano gli accessi d' aggressività, che provocarono i molti ricoveri in istituti psichiatrici: l' ultimo, a Castel Pulci, dal 1918 alla morte.

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Silvano Salvadori: Pampa e Whitman

Una vicinanza di temi e di testi fra Dino Campana e Walt Whitman: Pampa


E’ questo dei Canti Orfici lo scritto in cui più chiaramente riaffiora la tematica cara a Whitman; non a caso più volte il poeta rammenta: gettato sull’erba vergine - le costellazioni - gli indiani - l’infinita maestà della natura ….- il cammino avventuroso degli uomini verso la felicità attraverso i secoli.

- Nel tempo e nello spazio alternandosi i destini eterni
- Gli indiani morti e vivi si lanciavano alla riconquista del loro dominio di libertà
- Le erbe piegavano in gemito leggero
- Dalle criniere dell’erbe scosse
- Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! Io correvo tra le tribù indiane? Od era la morte? Od era la vita?
- Sentii con delizia l’uomo nuovo nascere: l’uomo nascere riconciliato con la natura

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Silvano Salvadori; l'ultimo libro di Neuro Bonifazi

NEURO BONIFAZI: Dino Campana – la storia segreta e la tragica poesia
Longo Editore Ravenna, 2007, € 20,00 pp.265


Neuro Bonifazi è senza dubbio fra i maggiori conoscitori di Campana ed ha il merito di aver indicato fra i primi il suo stretto rapporto con Nietzsche con il suo saggio del 1964 (Edizione dell’Ateneo), anticipatore nell’aprire la poetica di Campana ad un panorama europeo.
Questo suo ultimo libro punta ad approfondire la personalità psichica del poeta, la sua “nevrastenia”, che egli indaga per riportare alla luce quella sua storia segreta, mai interamente risolta e con cui cerca di misurarsi.
La precisazione e l’indagine nel definire il più vasto orizzonte della poesia orfica, intesa come “poesia di conoscenza” è uno degli obbiettivi del saggio, che vuol individuare il significato di quel “linguaggio mitico e mistico e simbolico, continuamente figurato e metaforizzato”.

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Bino Binazzi: Gli ultimi bohêmiens d'ltalia. DINO CAMPANA,

Da «IL RESTO DEL CARLINO» (Bologna), 12-IV-1922


È balzato fuori dalle mie valigie di nomade un libercolo, che mi è particolarmente caro. Una curiosità bibliografica ormai rara a trovarsi che assomma in se le grazie di una brochure francese, e la ingenuità grossa e casalinga del Sesto Caio Baccelli o del Barbanera.
Questo libro è un gran libro. Forse la più potente e originale raccolta di liriche, che abbia prodotto il ventiduennio di questo secolo di burrasche e di bestialità. L’autore? Dino Campana, nome ancor quasi sconosciutissimo, come ho dovuto dolorosamente accorgermi, facendo degli assaggi in certi angoli di penombra, ove ancora si raduna qualche pavido gruppo di giovani dediti alle lettere.

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Bino Binazzi: Un poeta romagnolo (Dino Campana)

Dino Campana: La BrigataDal «GIORNALE DEL MATTINO» (Bologna), 25 dicembre 1914


«E’ una vera rivelazione: Soffici pensa che sia l’unico volume di poesia uscito in quesťanno. Leggilo». In questi termini l’amico Ferrante Gonnelli il libraio fiorentino, che ricorda nell’aspetto, nell’intelligenza e perfino nel nome, che sembra colto a una novella del Lasca, i suoi confratelli del quattro e del cinquecento, mi scriveva giorni sono mandandomi un povero libercolo giallo non di sua edizione, ma stampato da una tipografia di provincia. Dino Campana? Sì, mi ricordavo di aver letto qualche cosa di molto interessante in uno dei più recenti numeri di Lacerba. Nient’altro.
L‘ invito però di un uomo di buon gusto come il Gonnelli, suffragato dall’opinione ď un grande artista, non meno che il ricordo dell‘ impressione personale, mi invogliarono subito alla lettura.

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Carlo Bo: Dino Campana

da Carlo Bo, Dell'infrenabile notte, in "Frontespizio", dicembre 1937, poi in Otto studi, Vallecchi, Firenze 1939

Carlo BoI termini della storia poetica — così come quelli della vita — di Campana stanno in queste due invocazioni: «O poesia poesia poesia. Sorgi, sorgi, sorgi» e «O poesia tu non tornerai». Diciamo i termini ufficiali, i limiti di una vicenda unica nella storia della letteratura di questo secolo ma dentro, dentro che cosa c’è stato, che cosa c’è stato di riconoscibile e di identificabile per lo spettatore sospeso, senza fiato, senza soccorso della memoria critica? Questa è la domanda che ossessiona la critica da quando furono pubblicati i Canti orfici.

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