Studi

Emilio Cecchi: Cronache di letteratura. C. Linati, D. Campana

L'articolo di Emilio Cecchi su La Tribuna, Roma, 21 maggio 1916

E' il primo, autorevole e importante riconoscimento. L'anno precedente il critico fiorentino aveva "strapazzato" il nostro poeta, collocando i Canti Orfici fra le tante, inutili imitazioni della poesia francese.

 

Con Duccio da Bontà (1913), Carlo Linati chiuse i suoi qua­derni di scuola. Nelle immagini d'alcuni artisti preferiti, ave­va finito di riconoscere la propria sensibilità. E ormai s'armo­nizzava, col Baudelaire e col Laforgue, dentro quel caro im­pressionismo dossiano, impregnato di odor locale un po' stan­tio, autorevole di un'agrezza d'eloquio provinciale di nonni, e bizzarro di tutte le curiosità miscellanee di biblioteca. Una sua lirica la trovava principalmente nel dire l'inquietudine di pubescenza: e l'incontro della sua gentil febbre vissuta coll'allegrezza del primo possesso stilistico dava al suo ritmo la va­gante leggiadria ch'è nel passo dei tannini, corti e intrampo­lanti sulle gambe appena snodate.

Oggi, con Doni della Terra, s'è estesa l'esperienza e la sensibi­lità. La prima gustosità d'arte è diventata scienza e volere. A volte, ci troviamo davanti a pagine sacrificate pel troppo sfor­zo: che del resto comunicano al lettore critico un rispetto for­se non meno fertile di quello per le pagine serene. In vari dei poemetti in prosa che costituiscono questi Doni, il Linati sembrerebbe aver ordinato la sua adolescente sveltezza di curiosità naturali, in un vero e proprio realismo. Sembrerebbe praticare il metodo dell'analisi impersonale; vagheggia­re una risoluzione nelle cose.

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Emilio Cecchi, Poesia italiana del Novecento: Dino Campana

Da: “Beltempo”, 1940, Febbraio, pg. 28

Almanacco delle Lettere e delle Arti, Roma, Edizioni della Cometa, 1940. A cura di Libero de Libero ed Enrico Falqui

Copertina di Di rado, credo, il cammino d'una ci­viltà poetica fu ingombro, in così po­chi anni, di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani: Corazzini, Mi­chelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Ma quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione: fra le scom­parse più tragiche, fu quella dì Dino Campana.

Ho conosciuto alcuni poeti nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma certo era­no fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, rive­renza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta e tanto meno d'un letterato, ma d'un barocciajo, accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune no­stra; certo che era d'altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così tra divino e ferino, non avrebbe fat­to diversa impressione. Genio poeti­co egli ebbe più d'ogni altro della nostra generazione. Italiano dello sti­pite di Giotto, di Masaccio e d'Andrea del Castagno,L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà profondo. C'era un contrappeso direi carnale e fatale, a segno autentico della sua genialità.

Franco Matacotta: Dino Campana e alcuni suoi inediti

Con questo importante articolo, voluto da Curzio Malaparte, Franco Matacotta fece conoscere le carte inedite custodite da Sibilla Aleramo: alcune lettere e il famoso Taccuino che lo scrittore di Fermo pubblicherà nel 1949. Sarà conosciuto con il nome di Taccuino Matacotta.

Da  “Prospettive”, V, 15 febbraio – 15 marzo 1941 

"Tel qu’en Lui-même enfin l’eternité le change"(Mallarmé) 

Il 30 giugno 1916, Cloche, come Campana soleva talvolta scherzo­samente chiamarsi, scriveva da Rifredo di Mugello a una sua ammiratrice che gli aveva espresso il desiderio di incontrarlo: "Je ne saurais jamais vous três agréable à Marradi. C’est un pays où j’ai trop souffert et quelque peu de mon sang est resté collé aux rocker de là haut. Mais ca ne vois que pour moi et vous pouvez voir ça mieux dans les couchants étranges de mes poésies". "Couchants étranges de mes poésies".

Questa strana definizione data dal Campana del proprio canto mi colma di trepido consenso, stasera, che mi trovo in una piccola stanza sul lago di Nemi dinan­zi a un tramonto tempestoso, e il cielo rosseggia di fuoco, nell’aria trema non so che senso di sfacelo, ed io guardo un fascio di carte del poeta dei Canti Orfici, che la sorte ha voluto far giungere sino alle mie mani. Sono lettere e versi d’amore ch’egli scrisse dall’esta­te 1915 all’autunno 1917, l’anno prima d’esser ricoverato nel manicomio di Castelpulci; sono lettere varie di suoi corrispondenti, dei pochi che credettero nel suo genio infelice e gli vollero bene, dei molti che ostinatamente e malvagiamente lo considerarono soltanto un povero pazzo e come tale lo trattarono: infine un tac­cuino, dalle paginette ingiallite rilegate di tela cerata nera, impres­se della sua scrittura delicata e vibrante che nell’accavallarsi dei segni a penna e a matita arieggia l’incanto di un’antica lingua geroglifica.

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Lorenzo Righi: Dino Campana poeta della notte

Trascrizione integrale da: Lorenzo Righi, Dino Campana poeta della notte
Collana "Gli Inediti" N. 6, Tipografia Sbolci, Fiesole, 1971

Si sa che fu Giovanni Papini a scoprire in Giuseppe Ungaretti il poeta nuovo1.

E fu Piero Bargellini  a rivelarci  il poeta Carlo  Betocchi.

Chi scoprì e rivelò la poesia di Dino Campana?

Fu  il  poeta  Bino  Binazzi.


Alberto Viviani ha lasciato scritto di lui: "Io non credo ancora che Bino Binazzi sia passato così come una bella e vivida luce destinata a pochi.

La bestialità e la supina vigliaccheria che tanto lo amareggiò nel suo tempo e che purtroppo dura tutt'ora indefessa, dovrà pur bene avere un periodo di precipitazione"2.

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Giovanni Papini: Il poeta pazzo

Lo scrittore fiorentino su Dino Campana 

Da: Passato remoto  (1885-1914),  Firenze, L'Arco, 1948

Si fa un gran parlare, oggi, del poeta Dino Campana, e v'è un alacre lavorio intorno alla sua parva opera: edizioni critiche, stampe d'inediti, studio di varianti, saggi esegetici e biografici, tesi di laurea. Siccome fui dei primi a pubblicare cose sue in Lacerba e il primo a farlo figurare in una antologia, voglio dire come lo conobbi e quale immagine mi resta di lui.
Scrisse a Lacerba nel '13 ed io e Soffici ci accorgemmo subito che non era un de' tanti sconosciuti burbanzosi vestiti di falsa umiltà che mandano le loro ejaculazioni verbali alle riviste. Il primo incontro con lui avvenne una mattina d'estate nel piccolo Caffè Chinese ch'era presso alla vecchia stazione demolita.

Bino Binazzi: Un pacco di libri

Articolo pubblicato a Bologna il 14 Luglio 1915. E' la seconda volta che Bino parla di Dino Campana, anche se lo cita di sfuggita, insieme a Soffici

Non si può esimerci – anche oggi che pure ci son tante cose da fare e da pensare - dal parlar di libri. Ne nascano tanti; ed è impossibile che fra tanti  qualcuno non richiami la nostra attenzione o perché porta un nome d’amico o perchè nuovo parto di qualche scrittore già prediletto o-anche- perché giuntoci per posta con tanto di dedica a noi.... “illustri” ... Oh Dio! – il giovincello furbo sa che noi, volendo potremmo dar mano al soffietto su per le colonne di un giornale ove si esplica la nostra – non precisamente « illustre » – fatica quotidiana.

Quanti libri anche durante questo periodo in cui il turbamento dei classici « otia » non potrebbe esser maggiore! E non intendo di mettere in conto tutti quelli occasionali sulla Dalmazia qui, sulla barbarie là, sul Belgio sotto, sul Trentino sopra ecc.ecc. Si intende parlare di libri di pura fantasia.
L’Italia, come si sa, è stata sempre la terra dei poeti.... e oggi poi, dopo le facilitazioni e le riduzioni accordate a chi voglia viaggia re per il paese della Gloria dell’amico Marinetti, che dispensa gli scrittori anche da una sommaria nozione sintattica, la fioritura è ultra abbondante.

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