Studi

Gabriel Cacho Millet: Il Manoscritto Orlandi

Da: Dino Campana sperso per il mondo, Autografi sparsi 1906 - 1918, Olschki, Firenze 2000

Lettera di Aldo Orlandi a Dino Campana

Torino, 28 marzo 1915

Caro Dino, naturalmente ti avrei scritto prima, ma non potevo per mancanza d’indirizzo. Ora me l’hai comunicato, e me ne servo subito per inviarti, insieme col mio, il saluto di Cesira e degli amici. Francini, richiamato sotto le armi col grado di tenente, è partito questa sera stessa (dopo aver passato la giornata assieme, rievocandoti) per Firenze, sotto l’usbergo di una divisa nuova fiammante: speriamo non gliene occorrano altre. Il suo nuovo indirizzo è: Via di Rifredi, 31. Sbarazzato cosi il breve notiziario, vorrei intrattenermi a lungo con te; ma — come quando avevi la cortesia di venirmi a prendere seralmente al giornale — anche ora non ho molto tempo a disposizione. Ti scrivo, infatti, fra un telegramma indecifrabile ed una telefonata inintelligibile. Perdonami, come io perdono loro. D’altra parte, nulla ho da dirti di me, che possa farti piacere, all’infuori — se pure, questa, fosse una notizia consolante — del sincero rammarico per la tua improvvisa partenza e del senso di vuoto che essa ha lasciato attorno a me. Vuoto pneumatico. Questa gente, caro amico, mi esaspera, come già ha esasperato te. Ed ora, anche Francini se ne è andato! Con anticipato senso nostalgico aspiro alla liberazione, né so quando riuscirò a mettere fra me e loro qualche centinaio di chilometri, come hai fatto tu. Solo allora potrò, almeno lo spero, considerarli come «prossimo»... lontano. Non ne posso più. Alla lettera.Scrivimi presto ed a lungo. So bene: è egoismo, questo: ma invecchio terribilmente e tu, giovane ďanni e di spirito, non puoi immaginare quale conforto sia per me il riflesso di altre fedi e di altre speranze. Scrivi, scrivi, e credimi fraternamente

                                                             tuo

                                                                                          Aldo Orlandi 

Ho gia collocato diverse delle 10 copie di Canti Orfici che mi lasciasti in deposito e spero di esitarle tutte. Quando ti occorra, ti manderò il corrispettivo. Lavora Dino: non hai ancor detta l’ultima parola. 

Lettera in quattro facciate: le due ultime (3a e 4a) contengono un autografo di Dino Campana, il "Manoscritto Orlandi". 

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Emilio Cecchi: False audacie

Pubblicato su: La Tribuna, Roma, n. 44, 13 febbraio 1915, p. 3.

Quasi una stroncatura...

 

ritratto di Leonetta Cecchi Pieraccini del marito Emilio Cecchi, nel 1916Vinciamo la ripugnanza: accostiamo alle cose pure le profane. E diciamo due parole d'una scarlattina letteraria di questi ul­timi tempi, che molti credono effettivamente portata da Mal­larmé e da Rimbaud. Già l'avventura di questi due poeti in Italia, finora, era stata dolorosa. Ma le cose ora tirano al tra­gico; che sono entrati in mezzo gli imitatori, sfruttando inso­lenti e spensierati, come una cagnara di ragazzi assalta un po­mario. - Naturalmente a Mallarmé e a Rimbaud, questi non debbono nulla. Sono gli ispiratori, i profeti, i negri; forse non li hanno nemmeno letti. - In tutto di questo di vero c'è, che è come non li avessero letti; perché non hanno saputo veder­ci se non un invito più conveniente di un altro alla loro im­prontitudine e pigrizia.

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Emilio Cecchi: Cronache di letteratura. C. Linati, D. Campana

L'articolo di Emilio Cecchi su La Tribuna, Roma, 21 maggio 1916

E' il primo, autorevole e importante riconoscimento. L'anno precedente il critico fiorentino aveva "strapazzato" il nostro poeta, collocando i Canti Orfici fra le tante, inutili imitazioni della poesia francese.

 

Con Duccio da Bontà (1913), Carlo Linati chiuse i suoi qua­derni di scuola. Nelle immagini d'alcuni artisti preferiti, ave­va finito di riconoscere la propria sensibilità. E ormai s'armo­nizzava, col Baudelaire e col Laforgue, dentro quel caro im­pressionismo dossiano, impregnato di odor locale un po' stan­tio, autorevole di un'agrezza d'eloquio provinciale di nonni, e bizzarro di tutte le curiosità miscellanee di biblioteca. Una sua lirica la trovava principalmente nel dire l'inquietudine di pubescenza: e l'incontro della sua gentil febbre vissuta coll'allegrezza del primo possesso stilistico dava al suo ritmo la va­gante leggiadria ch'è nel passo dei tannini, corti e intrampo­lanti sulle gambe appena snodate.

Oggi, con Doni della Terra, s'è estesa l'esperienza e la sensibi­lità. La prima gustosità d'arte è diventata scienza e volere. A volte, ci troviamo davanti a pagine sacrificate pel troppo sfor­zo: che del resto comunicano al lettore critico un rispetto for­se non meno fertile di quello per le pagine serene. In vari dei poemetti in prosa che costituiscono questi Doni, il Linati sembrerebbe aver ordinato la sua adolescente sveltezza di curiosità naturali, in un vero e proprio realismo. Sembrerebbe praticare il metodo dell'analisi impersonale; vagheggia­re una risoluzione nelle cose.

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Emilio Cecchi, Poesia italiana del Novecento: Dino Campana

Da: “Beltempo”, 1940, Febbraio, pg. 28

Almanacco delle Lettere e delle Arti, Roma, Edizioni della Cometa, 1940. A cura di Libero de Libero ed Enrico Falqui

Copertina di Di rado, credo, il cammino d'una ci­viltà poetica fu ingombro, in così po­chi anni, di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani: Corazzini, Mi­chelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Ma quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione: fra le scom­parse più tragiche, fu quella dì Dino Campana.

Ho conosciuto alcuni poeti nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma certo era­no fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, rive­renza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta e tanto meno d'un letterato, ma d'un barocciajo, accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune no­stra; certo che era d'altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così tra divino e ferino, non avrebbe fat­to diversa impressione. Genio poeti­co egli ebbe più d'ogni altro della nostra generazione. Italiano dello sti­pite di Giotto, di Masaccio e d'Andrea del Castagno,L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà profondo. C'era un contrappeso direi carnale e fatale, a segno autentico della sua genialità.

Franco Matacotta: Dino Campana e alcuni suoi inediti

Con questo importante articolo, voluto da Curzio Malaparte, Franco Matacotta fece conoscere le carte inedite custodite da Sibilla Aleramo: alcune lettere e il famoso Taccuino che lo scrittore di Fermo pubblicherà nel 1949. Sarà conosciuto con il nome di Taccuino Matacotta.

Da  “Prospettive”, V, 15 febbraio – 15 marzo 1941 

"Tel qu’en Lui-même enfin l’eternité le change"(Mallarmé) 

Il 30 giugno 1916, Cloche, come Campana soleva talvolta scherzo­samente chiamarsi, scriveva da Rifredo di Mugello a una sua ammiratrice che gli aveva espresso il desiderio di incontrarlo: "Je ne saurais jamais vous três agréable à Marradi. C’est un pays où j’ai trop souffert et quelque peu de mon sang est resté collé aux rocker de là haut. Mais ca ne vois que pour moi et vous pouvez voir ça mieux dans les couchants étranges de mes poésies". "Couchants étranges de mes poésies".

Questa strana definizione data dal Campana del proprio canto mi colma di trepido consenso, stasera, che mi trovo in una piccola stanza sul lago di Nemi dinan­zi a un tramonto tempestoso, e il cielo rosseggia di fuoco, nell’aria trema non so che senso di sfacelo, ed io guardo un fascio di carte del poeta dei Canti Orfici, che la sorte ha voluto far giungere sino alle mie mani. Sono lettere e versi d’amore ch’egli scrisse dall’esta­te 1915 all’autunno 1917, l’anno prima d’esser ricoverato nel manicomio di Castelpulci; sono lettere varie di suoi corrispondenti, dei pochi che credettero nel suo genio infelice e gli vollero bene, dei molti che ostinatamente e malvagiamente lo considerarono soltanto un povero pazzo e come tale lo trattarono: infine un tac­cuino, dalle paginette ingiallite rilegate di tela cerata nera, impres­se della sua scrittura delicata e vibrante che nell’accavallarsi dei segni a penna e a matita arieggia l’incanto di un’antica lingua geroglifica.

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Lorenzo Righi: Dino Campana poeta della notte

Trascrizione integrale da: Lorenzo Righi, Dino Campana poeta della notte
Collana "Gli Inediti" N. 6, Tipografia Sbolci, Fiesole, 1971

Si sa che fu Giovanni Papini a scoprire in Giuseppe Ungaretti il poeta nuovo1.

E fu Piero Bargellini  a rivelarci  il poeta Carlo  Betocchi.

Chi scoprì e rivelò la poesia di Dino Campana?

Fu  il  poeta  Bino  Binazzi.


Alberto Viviani ha lasciato scritto di lui: "Io non credo ancora che Bino Binazzi sia passato così come una bella e vivida luce destinata a pochi.

La bestialità e la supina vigliaccheria che tanto lo amareggiò nel suo tempo e che purtroppo dura tutt'ora indefessa, dovrà pur bene avere un periodo di precipitazione"2.

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