Studi

Alfredo Gargiulo: Dino Campana

L'importante saggio di Alfredo Gargiulo, da "L’Italia Letteraria", IX, 1933, 9 pp. 1-2.

La redazione ringrazia gli amici Gabriel Cacho Millet e Luigi Corsetti della Biblioteca di Poggio a Caiano, che hanno reso possibile questa pubblicazione. 

Ritaglio articolo di Gargiulo su Campana - incipitPur attraverso il solito schema dell’ « infelice di genio », la figura di Campana uomo è abbastanza nota. E comunque son da vedere, per la biografia, l’articolo del Soffici: Dino Campana a Firenze, e la prefazione del Binazzi all’Opera completa. Senonchè, circa le doti del Campana quali risultarono piuttosto dalla vita, a noi non sembra utile alcun rilievo: tranne forse questo. Racconta il Binazzi (ed altre testimonianze concordano): « a certi momenti, quando le facoltà luminose del suo intelletto, accendendosi tutte, lo ponevano in istato di grazia, riusciva a dir delle cose addirittura meravigliose, anche per profondità. Sentenziava di popoli e di stirpi con acume di storico lungimirante, caratterizzava l’arte o la poesia dei vari popoli con tocchi da maestro ». Infatti, a ben guardare, ogni altro dato biografico non c’interessa; se non è poi neanche vero che le deficienze dello scrittore già accusino specificamente lo squilibrio cui alla fine soggiacque l’uomo. Passando allo scrittore come non avvertire, preliminarmente, che la poesia del Campana resta invece, ancora oggi, in una sorta di limbo? La critica aiutò pochissimo; e si dica lo stesso delle scelte antologiche. In sostanza fu in gioco anche qui la tendenza a perfezionare il « tipo ». Da una parte con l’esagerazione della grandezza; valga ad esempio il generoso abbaglio del Binazzi: « Piano piano venne nella persuasione - giusta del resto – di essere un poeta grandissimo e che nessun elogio gli fosse adeguato ». Dall’altra con l’esagerazione dello squilibrio: il Boine polemizzava contro i finti pazzi, a favore di questo « pazzo sul serio »; e certe « limpide pagine di osservate serenità » gli parvero dunque ottenute soltanto a prezzo di incubi, vertigini, « morbosità luminescenti », « disperazioni d’irrealtà », « allucinata febbre »... Che fu tutto un concitato e immaginoso discorso. Singolarmente però va ricordata la semplicissima « sanità », attribuita al mondo poetico del Campana.

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Giovanni Costetti: I Canti Orfici di Dino Campana


Pubblicato su "LA TEMPRA" (Pistoia), II, 1915, 1, pp. 6-7

Ritratto eseguito da Giovanni Costetti nel 1913; si trova presso il Centro Studi Campaniani di Marradi

 

Credo che un giudizio di pittore sopra un’opera di poesia pos­sa interessare forse più della critica d’un letterato o d’un filo­sofo. E più facile all’artista di avere di essa un’opinione meno logica, più istintiva, più passionale. Mi pare che la critica diventi spesso arido esame di difetti o qualità tecniche e agisca dietro certi presupposti malsicuri. In­fatti a seconda di certi suoi dogmi mutevoli ammette o nega valori che anche negati o ammessi non distrugge o non affer­ma durevolmente. Le forbici del critico cosiddetto competente, tagliano spesso male, o troppo o insufficientemente. Il critico non dovrebbe esistere perché non è un uomo d’intuizione, e l’opera d’arte vera è sempre intuitiva. Ma forse la ragione materiale di esi­stere del critico è l’opera d’arte voluta cioè falsa che è sovrab­bondante e che bisogna condannare.

Il volume di Dino Campana "Canti Orfici" di cui sto parlan­do, non mi sta fra mano. Io l’ho letto da circa un mese. E’ dunque diventato per me "un ricordo" ma appunto perché ta­le, perché ricordo vivo, suggestivo, io sento di occuparmene. Molte cose mi rimangono di questo libro; sovrattutte mi ri­mane la sintesi delle diverse impressioni. Egli ha nel ricordo un’unità che non gli si può ritrovare subito quando le bellez­ze particolari ci afferrano individualmente.Io lo vedo sotto un’atmosfera unica, ma complessa, nella sua unità spirituale, lo vedo nostalgico e vibrante. La sua luce è come quelle delle albe fosche, bianchicce e soavi, le forme so­no fantastiche come le fa l’alba e i rumori lontani come nel sogno. La musica invade il poema che è pieno di colori - la musica è nelle parole commosse, nelle immagini nuove - nei significati profondi - la pittura è in tutto.

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Bino Binazzi: la prefazione ai Canti Orfici del 1928

La prefazione alla seconda edizione degli Orfici

 

 

 

La prefazione di Bino Binazzi

Piero Santi: Ricordo di Campana

Da La Nazione, Firenze, 31-5-1939

foto di Piero Santi e Gabrio Ciampalini

Piero Santi e Gabrio Ciampalini alla "Beppa", Firenze 1970

(La redazione ringrazia l'amico Gabrio, per averci consentito la pubblicazione di questa foto)

 

Nota di Paolo Pianigiani 

Piero Santi è nato a Volterra nel 1912 ed è scomparso nella sua Firenze nel 1990.

Ho conosciuto in anni lontani Piero Santi, straordinario intellettuale fiorentino, autore di libri come: "Due di loro", "Amici per le vie" e "Il sapore della menta". Nella casa studio, all'Erta Canina, sulle colline sopra Firenze, in mezzo a librerie senza fine, spiccava un quadretto con la riproduzione a stampa di una strana poesia. Era Piazza Sarzano di Dino Campana. "Un poeta nostro che devi leggere", mi disse Piero. Per me quello è stato l'inizio del grande incontro con Dino.

Non mi ha sorpreso quindi il sapere che nel 1939 Santi scrisse questo ricordo su Dino Campana, che lascio ai nostri lettori intatto nella riproduzione dalla pagina de La Nazione, perchè si conservi lo spirito di quegli anni.

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Sergio Solmi, recensione ai Canti Orfici del 1928

da "La Fiera letteraria, IV, 1928, 35, pp.1-2.

I Canti Orfici ("Il libro di cui si parla") 

foto di SolmiNel 1914, alla vigilia della grande guerra, usciva presso l'editore Ravagli di Marradi, un modestissimo tipografo, il libro dei Canti Orfici di Dino Campana.

La rozza copertina color granturco, la grossolana carta d'almanacco su cui era composto, i frequenti errori di stampa, non costituivano forse, agli occhi del ricercatore di curiosità, la minore attrattiva dello strano volume, dedicato addirittura a Guglielmo II Imperatore, e recante, a guisa d'epigrafe finale, la seguente iscrizione: "Die Tragödie der letzten Germanen in Italien".

Anche nella forma esteriore, dunque, esso portava le tracce visibili dello squilibrio e della materiale miseria del suo autore: e gli squarci e i bagliori d'alta poesia che vi si rivelavano fin dalla prima fugace lettura non bastavano a togliergli ogni parentela con quella sorta d'opere reiette e diseredate, scritte da dolci maniaci di provincia, che l'anima curiosa e pietosa riesce talvolta a scoprire sui barroccini dei venditori ambulanti.

 

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Eugenio Montale: Sulla poesia di Campana

Da: L'Italia che scrive, 1942

Si tratta di un saggio fondamentale sulla poesia di Dino Campana, insieme a quelli di Gianfranco Contini e di Carlo Bo.

 

Montale e Drusilla Tanzi, la Mosca [...] Campana poeta visivo o poeta veggente"? L'impressione che ci ha lasciato una recente rilettura dei Canti Orfici — voglio anticiparla fin d'ora — è che le corna di questo dilemma siano tutt'altro che inconciliabili: se è vero che anche i critici di Campana meno inclini a misticismo e irrazio­nalismo gli concedono « illuminazioni spinte fino al mito » (Gargiulo) e negano che per lui si possa parlare di semplice impressionismo (Contini); mentre d'altro lato il migliore interprete dell' « infrenabile notte » del poeta (Carlo Bo) si è espresso in frasi e immagini (« una poesia che non ha avuto il tempo dei fiori o l'ha avuto con il soccorso anticipato e crudele dei frut­ti ») che lasciano trasparire almeno un limite di questa poesia. L'osservazione, facile a farsi anche se non fosse confermata da ricordi personali, che Campana fu presto tenuto d'occhio dagl'intendenti, non deve far pensare che gli intonarumori del momento (futuristi, lacerbiani, ecc.) ab­biano prestato molta attenzione all'autore dei Canti Orfici. Lo tennero per uno dei loro, forse, ma a debita distanza; e Campana stesso non li ricambiò di grande simpatia.

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