Studi

Bino Binazzi: la prefazione ai Canti Orfici del 1928

La prefazione alla seconda edizione degli Orfici

 

 

 

La prefazione di Bino Binazzi

Piero Santi: Ricordo di Campana

Da La Nazione, Firenze, 31-5-1939

foto di Piero Santi e Gabrio Ciampalini

Piero Santi e Gabrio Ciampalini alla "Beppa", Firenze 1970

(La redazione ringrazia l'amico Gabrio, per averci consentito la pubblicazione di questa foto)

 

Nota di Paolo Pianigiani 

Piero Santi è nato a Volterra nel 1912 ed è scomparso nella sua Firenze nel 1990.

Ho conosciuto in anni lontani Piero Santi, straordinario intellettuale fiorentino, autore di libri come: "Due di loro", "Amici per le vie" e "Il sapore della menta". Nella casa studio, all'Erta Canina, sulle colline sopra Firenze, in mezzo a librerie senza fine, spiccava un quadretto con la riproduzione a stampa di una strana poesia. Era Piazza Sarzano di Dino Campana. "Un poeta nostro che devi leggere", mi disse Piero. Per me quello è stato l'inizio del grande incontro con Dino.

Non mi ha sorpreso quindi il sapere che nel 1939 Santi scrisse questo ricordo su Dino Campana, che lascio ai nostri lettori intatto nella riproduzione dalla pagina de La Nazione, perchè si conservi lo spirito di quegli anni.

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Sergio Solmi, recensione ai Canti Orfici del 1928

da "La Fiera letteraria, IV, 1928, 35, pp.1-2.

I Canti Orfici ("Il libro di cui si parla") 

foto di SolmiNel 1914, alla vigilia della grande guerra, usciva presso l'editore Ravagli di Marradi, un modestissimo tipografo, il libro dei Canti Orfici di Dino Campana.

La rozza copertina color granturco, la grossolana carta d'almanacco su cui era composto, i frequenti errori di stampa, non costituivano forse, agli occhi del ricercatore di curiosità, la minore attrattiva dello strano volume, dedicato addirittura a Guglielmo II Imperatore, e recante, a guisa d'epigrafe finale, la seguente iscrizione: "Die Tragödie der letzten Germanen in Italien".

Anche nella forma esteriore, dunque, esso portava le tracce visibili dello squilibrio e della materiale miseria del suo autore: e gli squarci e i bagliori d'alta poesia che vi si rivelavano fin dalla prima fugace lettura non bastavano a togliergli ogni parentela con quella sorta d'opere reiette e diseredate, scritte da dolci maniaci di provincia, che l'anima curiosa e pietosa riesce talvolta a scoprire sui barroccini dei venditori ambulanti.

 

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Eugenio Montale: Sulla poesia di Campana

Da: L'Italia che scrive, 1942

Si tratta di un saggio fondamentale sulla poesia di Dino Campana, insieme a quelli di Gianfranco Contini e di Carlo Bo.

 

Montale e Drusilla Tanzi, la Mosca [...] Campana poeta visivo o poeta veggente"? L'impressione che ci ha lasciato una recente rilettura dei Canti Orfici — voglio anticiparla fin d'ora — è che le corna di questo dilemma siano tutt'altro che inconciliabili: se è vero che anche i critici di Campana meno inclini a misticismo e irrazio­nalismo gli concedono « illuminazioni spinte fino al mito » (Gargiulo) e negano che per lui si possa parlare di semplice impressionismo (Contini); mentre d'altro lato il migliore interprete dell' « infrenabile notte » del poeta (Carlo Bo) si è espresso in frasi e immagini (« una poesia che non ha avuto il tempo dei fiori o l'ha avuto con il soccorso anticipato e crudele dei frut­ti ») che lasciano trasparire almeno un limite di questa poesia. L'osservazione, facile a farsi anche se non fosse confermata da ricordi personali, che Campana fu presto tenuto d'occhio dagl'intendenti, non deve far pensare che gli intonarumori del momento (futuristi, lacerbiani, ecc.) ab­biano prestato molta attenzione all'autore dei Canti Orfici. Lo tennero per uno dei loro, forse, ma a debita distanza; e Campana stesso non li ricambiò di grande simpatia.

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Gabriel Cacho Millet: Il Manoscritto Orlandi

Da: Dino Campana sperso per il mondo, Autografi sparsi 1906 - 1918, Olschki, Firenze 2000

Lettera di Aldo Orlandi a Dino Campana

Torino, 28 marzo 1915

Caro Dino, naturalmente ti avrei scritto prima, ma non potevo per mancanza d’indirizzo. Ora me l’hai comunicato, e me ne servo subito per inviarti, insieme col mio, il saluto di Cesira e degli amici. Francini, richiamato sotto le armi col grado di tenente, è partito questa sera stessa (dopo aver passato la giornata assieme, rievocandoti) per Firenze, sotto l’usbergo di una divisa nuova fiammante: speriamo non gliene occorrano altre. Il suo nuovo indirizzo è: Via di Rifredi, 31. Sbarazzato cosi il breve notiziario, vorrei intrattenermi a lungo con te; ma — come quando avevi la cortesia di venirmi a prendere seralmente al giornale — anche ora non ho molto tempo a disposizione. Ti scrivo, infatti, fra un telegramma indecifrabile ed una telefonata inintelligibile. Perdonami, come io perdono loro. D’altra parte, nulla ho da dirti di me, che possa farti piacere, all’infuori — se pure, questa, fosse una notizia consolante — del sincero rammarico per la tua improvvisa partenza e del senso di vuoto che essa ha lasciato attorno a me. Vuoto pneumatico. Questa gente, caro amico, mi esaspera, come già ha esasperato te. Ed ora, anche Francini se ne è andato! Con anticipato senso nostalgico aspiro alla liberazione, né so quando riuscirò a mettere fra me e loro qualche centinaio di chilometri, come hai fatto tu. Solo allora potrò, almeno lo spero, considerarli come «prossimo»... lontano. Non ne posso più. Alla lettera.Scrivimi presto ed a lungo. So bene: è egoismo, questo: ma invecchio terribilmente e tu, giovane ďanni e di spirito, non puoi immaginare quale conforto sia per me il riflesso di altre fedi e di altre speranze. Scrivi, scrivi, e credimi fraternamente

                                                             tuo

                                                                                          Aldo Orlandi 

Ho gia collocato diverse delle 10 copie di Canti Orfici che mi lasciasti in deposito e spero di esitarle tutte. Quando ti occorra, ti manderò il corrispettivo. Lavora Dino: non hai ancor detta l’ultima parola. 

Lettera in quattro facciate: le due ultime (3a e 4a) contengono un autografo di Dino Campana, il "Manoscritto Orlandi". 

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Emilio Cecchi: False audacie

Pubblicato su: La Tribuna, Roma, n. 44, 13 febbraio 1915, p. 3.

Quasi una stroncatura...

 

ritratto di Leonetta Cecchi Pieraccini del marito Emilio Cecchi, nel 1916Vinciamo la ripugnanza: accostiamo alle cose pure le profane. E diciamo due parole d'una scarlattina letteraria di questi ul­timi tempi, che molti credono effettivamente portata da Mal­larmé e da Rimbaud. Già l'avventura di questi due poeti in Italia, finora, era stata dolorosa. Ma le cose ora tirano al tra­gico; che sono entrati in mezzo gli imitatori, sfruttando inso­lenti e spensierati, come una cagnara di ragazzi assalta un po­mario. - Naturalmente a Mallarmé e a Rimbaud, questi non debbono nulla. Sono gli ispiratori, i profeti, i negri; forse non li hanno nemmeno letti. - In tutto di questo di vero c'è, che è come non li avessero letti; perché non hanno saputo veder­ci se non un invito più conveniente di un altro alla loro im­prontitudine e pigrizia.

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