Studi

Giuseppe De Robertis: Sulla poesia di Campana

 

Giuseppe De Robertis: Sulla poesia di Campana

 

Pubblicato sulla Rivista Poesia, Annata III, Fascicolo 6, marzo 1947

 
Si ringraziano per l'ottimo e accurato lavoro di trascrizione gli amici Silvano Salvadori e Claudia Vaglini.

                                                                                                                                                                                                                      

Giuseppe De Robertis su "LA VOCE", nella rubrica "Consigli del libraio", in un primo momento scrisse dei "CANTI ORFICI" così e non più che così: "notevole, ne riparleremo". In un secondo tempo, e cioè il 30 Dicembre 1914, apparve, sempre su "LA VOCE" un articolo di Giuseppe De Robertis. Tornò egli a parlare di Campana nel 1930 e infine, con un saggio critico "Sulla Poesia di Campana", nel 1947. Considero, quest'ultimo studio, il migliore di quanti sono stati fino ad oggi scritti su la poesia di Campana. 

da Don Lorenzo Righi, Dino Campana poeta della notte,

Collana "Gli Inediti" N. 6, Tipografia Sbolci, Fiesole,1971

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Leonetta Cecchi Pieraccini: Ricordo di Campana

Leonetta Cecchi Pieraccini il 19 Febbraio del 1938 scrive su Omnibus un ricordo di Dino, pubblicando per la prima volta alcune lettere del poeta scritte a Emilio Cecchi, marito della pittrice.

La redazione ringrazia l'amico e collaboratore Fabrizio Mugnaini, per avere permesso la pubblicazione di questo raro documento.

articolo su Dino Campana, scritto da Leonetta Cecchi Pieraccini

Da "L'Italiano" di Leo Longanesi: Versi inediti di Dino

Da "L'Italiano", quindicinale diretto da Leo Longanesi, via dei Pini 20, Bologna.

Anno IV, N. 11-12 - 1 Settembre 1929

La redazione ringrazia Fabrizio Mugnaini per avere permesso la pubblicazione di questo raro documento.

un articolo del 1929 su L'Italiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il Taccuino Matacotta

Pubblicato a Fermo, dagli "Amici della Poesia", a cura di Franco Matacotta.

Si tratta di un volumetto tirato in 300 copie (secondo altre fonti solo 200), dove lo scrittore marchigiano raccoglie e trascrive alcuni testi da un quadernuccio rimasto fra le "carte campaniane", nel famoso baule di Sibilla Aleramo.

I

cover taccuino matacotta
 

I testi, pubblicati in seguito anche da Falqui, hanno subito cambiamenti e varianti, dopo il raffronto eseguito sugli originali, a cura di Fiorenza Ceragioli, nel suo volumeTaccuini (Scuola Normale Superiore di Pisa, 1990), curatissimo, con testo fotografato a fronte.

Sono poesie e prose, non riviste da Dino ma elaborate da Franco Matacotta con cura e attenzione interpretativa, che ci danno in ogni caso un'idea della strada che la poesia di Campana avrebbe intrapreso, se il suo ricovero in manicomio non lo avesse fermato per sempre. Alcune sono componimenti che reggono benissimo il confronto con gli "Orfici", quando addirittura non procedono oltre, verso strade rimaste ancora inesplorate.

 

Alfredo Gargiulo: Dino Campana

L'importante saggio di Alfredo Gargiulo, da "L’Italia Letteraria", IX, 1933, 9 pp. 1-2.

La redazione ringrazia gli amici Gabriel Cacho Millet e Luigi Corsetti della Biblioteca di Poggio a Caiano, che hanno reso possibile questa pubblicazione. 

Ritaglio articolo di Gargiulo su Campana - incipitPur attraverso il solito schema dell’ « infelice di genio », la figura di Campana uomo è abbastanza nota. E comunque son da vedere, per la biografia, l’articolo del Soffici: Dino Campana a Firenze, e la prefazione del Binazzi all’Opera completa. Senonchè, circa le doti del Campana quali risultarono piuttosto dalla vita, a noi non sembra utile alcun rilievo: tranne forse questo. Racconta il Binazzi (ed altre testimonianze concordano): « a certi momenti, quando le facoltà luminose del suo intelletto, accendendosi tutte, lo ponevano in istato di grazia, riusciva a dir delle cose addirittura meravigliose, anche per profondità. Sentenziava di popoli e di stirpi con acume di storico lungimirante, caratterizzava l’arte o la poesia dei vari popoli con tocchi da maestro ». Infatti, a ben guardare, ogni altro dato biografico non c’interessa; se non è poi neanche vero che le deficienze dello scrittore già accusino specificamente lo squilibrio cui alla fine soggiacque l’uomo. Passando allo scrittore come non avvertire, preliminarmente, che la poesia del Campana resta invece, ancora oggi, in una sorta di limbo? La critica aiutò pochissimo; e si dica lo stesso delle scelte antologiche. In sostanza fu in gioco anche qui la tendenza a perfezionare il « tipo ». Da una parte con l’esagerazione della grandezza; valga ad esempio il generoso abbaglio del Binazzi: « Piano piano venne nella persuasione - giusta del resto – di essere un poeta grandissimo e che nessun elogio gli fosse adeguato ». Dall’altra con l’esagerazione dello squilibrio: il Boine polemizzava contro i finti pazzi, a favore di questo « pazzo sul serio »; e certe « limpide pagine di osservate serenità » gli parvero dunque ottenute soltanto a prezzo di incubi, vertigini, « morbosità luminescenti », « disperazioni d’irrealtà », « allucinata febbre »... Che fu tutto un concitato e immaginoso discorso. Singolarmente però va ricordata la semplicissima « sanità », attribuita al mondo poetico del Campana.

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Giovanni Costetti: I Canti Orfici di Dino Campana


Pubblicato su "LA TEMPRA" (Pistoia), II, 1915, 1, pp. 6-7

Ritratto eseguito da Giovanni Costetti nel 1913; si trova presso il Centro Studi Campaniani di Marradi

 

Credo che un giudizio di pittore sopra un’opera di poesia pos­sa interessare forse più della critica d’un letterato o d’un filo­sofo. E più facile all’artista di avere di essa un’opinione meno logica, più istintiva, più passionale. Mi pare che la critica diventi spesso arido esame di difetti o qualità tecniche e agisca dietro certi presupposti malsicuri. In­fatti a seconda di certi suoi dogmi mutevoli ammette o nega valori che anche negati o ammessi non distrugge o non affer­ma durevolmente. Le forbici del critico cosiddetto competente, tagliano spesso male, o troppo o insufficientemente. Il critico non dovrebbe esistere perché non è un uomo d’intuizione, e l’opera d’arte vera è sempre intuitiva. Ma forse la ragione materiale di esi­stere del critico è l’opera d’arte voluta cioè falsa che è sovrab­bondante e che bisogna condannare.

Il volume di Dino Campana "Canti Orfici" di cui sto parlan­do, non mi sta fra mano. Io l’ho letto da circa un mese. E’ dunque diventato per me "un ricordo" ma appunto perché ta­le, perché ricordo vivo, suggestivo, io sento di occuparmene. Molte cose mi rimangono di questo libro; sovrattutte mi ri­mane la sintesi delle diverse impressioni. Egli ha nel ricordo un’unità che non gli si può ritrovare subito quando le bellez­ze particolari ci afferrano individualmente.Io lo vedo sotto un’atmosfera unica, ma complessa, nella sua unità spirituale, lo vedo nostalgico e vibrante. La sua luce è come quelle delle albe fosche, bianchicce e soavi, le forme so­no fantastiche come le fa l’alba e i rumori lontani come nel sogno. La musica invade il poema che è pieno di colori - la musica è nelle parole commosse, nelle immagini nuove - nei significati profondi - la pittura è in tutto.

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