Studi

Enrico Falqui: Il Manoscritto

 

 

 

 Enrico Falqui

 

IL MANOSCRITTO RITROVATO

   

   Ormai ci si era rassegnati a considerare chiusa per sem­pre, e nel peggiore dei modi, la storia del manoscritto ori­ginario dei Canti orfici. Triste e drammatica, se mai ve ne fu di somigliante presso di noi. All'ingrosso è più o meno risaputa da tutti coloro che s'interessano alle fac­cende della poesia; e da tutti è stata, fino ad oggi, com­pianta, tranne in fondo dai due ai quali è giocoforza at­tribuirne la responsabilità. Consegnato dal Campana a Papini e a Soffici affinché lo aiutassero a pubblicarlo, e da Papini a sua volta trasmesso a Soffici, nell'inverno del 1913, quel manoscritto fu perduto e quanto rovinoso sia stato per Campana lo smarrimento è documentato da lettere e testimonianze innumerevoli. Se volle, a sue spese, stampare i Canti orfici in una tipografia di Marradi nel 1914, dovette ricomporli e ricostruirli a memoria. Con quale sforzo e strazio si lascia immaginare.

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La mostra del 1973: l'anno della riscoperta di Campana

 

 

 

Gabinetto Scientifico Letterario G. P. Vieusseux

Mostra Bio-Bibliografica su Dino Campana

Marzo 1973

Firenze

 

Catalogo a cura di Maura del Serra

Elaborazioni fotografiche di Giovanni Cillo

Illustrazione di copertina di Franco Gentilini

 

Un' idea di Fra' Giuseppe del Convento di San Francesco di Fiesole, è all'origine della Mostra e del Convegnp dedicati a Dino Campana. L' idea fu accolta e perfezionata da un gruppo di promotori e dal Gabinetto G.P. Vieusseux che avendo allo studio una serie di convegni su personaggi e temi coinvolgenti la cultura fiorentina, fu lieto di includere nel primo ciclo ternario , insieme a Gaetano Salvemini e a Ottone Rosai, il poeta dei Canti Orfici. Una serie di circostanze, fra le quali non ultime il 'ritrovamento' e la pubblica­zione del manoscritto 'smarrito' Il più lungo giorno, hanno riservato addirittura al Convegno-mostra su Dino Campana di dar principio alla se­rie.

 

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Paolo Pianigiani: I colori nei Canti Orfici

 

I Colori negli Orfici, il grafico di una ricerca

di Paolo Pianigiani

 

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Giuseppe Raimondi: Incontri bolognesi con Dino Campana

                                        Giuseppe Raimondi: Incontri bolognesi con Dino Campana

da "Dino Campana Oggi", Vallecchi 1973

 

 

 

Fummo fra quelli che avvicinarono Dino Campana nelle sue ultime apparizioni bolognesi fra il 1916 e il '17. Era­vamo due o tre ragazzi di liceo. Si aspettava di essere ar­ruolati come militari. Qualcuno di noi è sparito, come Francesco Meriano, il fondatore della « Brigata » e Gio­vanni Cavacchioli di Mirandola, amico di De Pisis. Giunti alla conoscenza di Campana per il tramite di due nostri più anziani, Bino Binazzi e il pittore Mario Pozzati. Bi-nazzi, pratese, già collaboratore di « Lacerba » futurista era la causa delle fugaci comparse di Campana nei caffè bolognesi, dopo i soggiorni bolognesi di costui del tempo universitario. Quando cioè Campana si fermava qui per i suoi saltuari rapporti con l'Università cittadina. Vi si era iscritto alla facoltà di Chimica per il corso dell'anno 1903 -1904. Si assentava per lunghi periodi, finché vi prese dimora nel 1907.

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Ruggero Jacobbi, L'esilio e la visione

 

Ruggero Jacobbi

 

L'ESILIO E LA VISIONE

 

Intervento "a braccio" al convegno fiorentino organizzato dal Gabinetto Vieusseux

 

 Pubblicato su "Dino Campana oggi", Vallecchi 1973

 

Sono veramente imbarazzato dalla circostanza di dovervi ammannire la mia eloquenza « a braccio » dopo i testi scritti, meditati e letti, di coloro che mi hanno preceduto. Non ho nulla di scritto. Cercherò brevissimamente di vedere in Campana e soprattutto nei « viaggi » di Campana (viaggi reali e immaginari), per piccoli esempi, l'incontro fra due temi di fondo, che non sono soltanto suoi ma di tutta una zona della poesia fra i due secoli: il tema dell'esilio ed il tema della visione. Anche in Campana si è manifestato, nella fattispecie di una Pampa e di un Sudamerica divenuti mito, quel desiderio di un libro da « negro », di un libro da « pagano », di un libro da noneuropeo, che Rimbaud espresse proprio in questi termini. Allo stesso tempo (come cercherò di dire, non di dimostrare; si dimostra con un apparato erudito, non con improvvisazioni) questa volontà di mettersi in esilio, di an­dare a cercare un altro spazio, o ciò che oggi chiamiamo Terzo Mondo, coincide — in quanto non sempre legato ad una realtà sperimentata, ma più spesso a memoria e fantasia — con la capacità visionaria di Campana. Basta guardare sulla pagina i passi dei Canti orfici e degli Inediti che si riferiscono all'Argentina.

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Domenico de Robertis: Per un più lungo giorno

 

 

 

 

Domenico de Robertis 

 

PER UN PIÙ LUNGO GIORNO

 

   Quando Dino Campana affidò a Papini e a Soffici, l'in­verno del 1913, il manoscritto di quella raccolta di poe­sie e di prose che oggi sappiamo s'intitolava II più lungo giorno, senza volerlo si era premunito per una lunga lati­tanza del suo libro; e, in un certo senso, aveva coope­rato alla sua sparizione. Il manoscritto era nato per du­rare e sopravvivere (è, oggi, il meglio conservato degli autografi di Campana); e per durare e sopravvivere più a lungo di quanto non sia rimasto sepolto tra le carte di Soffici aveva, se così si può dire, la vocazione dell'oblio. A quella data per noi abbastanza remota, un anno avanti la prima guerra mondiale, il libretto su cui Campana ave­va trascritto il nucleo fondamentale di quelli che saranno i Canti orfici poteva avere forse due secoli! Dopo la no­tizia della sua ricomparsa, e l'emozione di ritrovarci da­vanti questo libro amato e perduto, proprio perdutamente amato, è stata questa, almeno per me, la sorpresa più grossa del vivo incontro col manoscritto del Più lungo giorno

   Il manoscritto, per gentile concessione della famiglia Campana, è esposto nella sala attigua, per il breve spazio di questo Convegno, nella mostra di autografi e docu­menti organizzata dal Comitato promotore: aperto ad una delle sue pagine più significative (quella che all'inizio della prima parte, con un titolo quanto mai suggestivo, affronta, a mo' di dichiarazione di poetica, proprio una citazione sofficiana). Accanto, se ne può vedere l'aspetto esterno, la copertina e la legatura: ma non per effetto di alcuno smembramento, e nemmeno, nell'età della ripro­duzione e della duplicazione, per un magico processo di sdoppiamento. Si tratta di un manoscritto d'identica fat­tura che non mi è stato troppo difficile individuare, tanto comune ne è il modello, nella biblioteca dell'Accademia della Crusca (dove reca il n. 67), e che l'Accademia stessa ha consentito che fosse qui presente. Composizione, for­mato, tipo di carta, così come la copertina e la legatura, sono gli stessi. L'unica cosa che non coincide è, ovvia­mente, la scrittura. Esso contiene il « Supplemento » al Vocabolario della Crusca del conte Pietro di Calepio, scrit­to di suo pugno, probabilmente intorno al 1724. La pre­senza di annotazioni di Anton Maria Salvini non ci per­mette di scendere al di qua del 1729. 

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