Giovanni Papini: Giuseppe Vannicola

 

 

 

Visitatori di Capri, se vedete un fiore sugli scogli capresi non coglietelo,

lo fareste morire e rinsecchire come quell’uomo solo

e affamato che qui chiuse gli occhi

 per sempre il 10 agosto del 1915; guardatelo e pensando a lui

che morì col sole in fronte, dite solo: “Ciao, Giuseppe”.

 

Silvano Tognacci

 

 

(…) Poco prima della sua morte, Vannicola partì per Capri, dove gli capitò una curiosa storia, che ricorda un po’ la mia prima visita a lui.

Ad Anacapri viveva un ricco fabbricante svizzero, che soffriva di manìa di grandezza. O si dava a credere conte, cosa che era creduta senz’altro grazie alle sue ricchezze, o s’immaginava di essere ora un mecenate del teatro, ora uno scrittore, cosa per la quale occorreva una dimostrazione tangibile. Queste dimostrazioni apparvero sotto forma di opuscoli stampati in suo nome. Questa sua produzione pseudo-letteraria egli la pagava discretamente a scrittori bisognosi.

Ecco che Vannicola pensò di recarsi da lui per offrire la sua collaborazione. Non aveva mezzi per prendere una carrozza, non aveva forze per andare a piedi. Che fare ? Sulla piazza c’era una carrozza libera. Vannicola si dirige verso il cocchiere.

- Senti, caro. Tu stai qua a far niente, ma io ho bisogno di recarmi ad Anacapri. Ho un affare. Se il mio affare riesce, ti do cinque lire, se no, avresti perduto il tuo tempo lo stesso. Vuoi portarmi a queste condizioni ?

- Salite. Che Dio vi aiuti e l’affare riesca.

Arrivarono ad Anacapri. Vannicola andò dal fabbricante. La cameriera aprì, lo sogguardò misero e curvo, e rientrò per annunciarlo. Ritornò con cinque lire.

- Ecco, ve le manda il padrone - e sbattè la porta.

Vannicola tornò dal cocchiere, gli diede le cinque lire e disse:

- Piglia, l’affare è riuscito.

E’ triste scrivere questo, ma fu proprio così. Poco dopo Vannicola morì.

 

tratto da  M.N. Semenov, Bacco e Sirene, De Carlo ed. 1950

 

 


 Da: Giovanni Papini, Ritratti italiani (1904-1931)

Giuseppe Vannicola, 1915 

Firenze, Vallecchi, 1932   Giuseppe Vannicola, uomo peccante verso sè ed altri, ha pagato con la morte le sue colpe. E forse l’aveva già pagate colla vita che fu, specie negli anni ultimi, tristissima, misera e travagliosa. E nessuno potrà fargli i conti addosso, nè ora nè mai, e chi gli ha voluto bene specialmente.
Come me, ad esempio, che non l’ho conosciuto soltanto mal ridotta figura curva e verlainiana, cercante invano riposo e dimenticanza di città in città, di caffè in caffè, di casa in casa, ma anche lo vidi e l’amai nei giorni più belli, quando ancor dritto nella persona sperava ostinato in ideali di purezza e godeva dell’arte sua pienamente — cioè della musica, ch’era l’espressione più naturale della sua anima.

Non abbiamo da perdonargli nulla, alla fine. Chè se la sua vita non fu esemplare di quelle astinenze o incapacità che i mescitori d’espresse verità chiamano virtù e nobili sentimenti, non v’ è nessuno che possa dimenticare il suo cuore e il suo sorriso — ch’eran d’artista vero e perciò nativamente e necessariamente buoni.

Chi 1’ha conosciuto gli ha voluto bene anche se lo disgustò qualche sua dolorosa incarnazione di assetato vagabondo e di stanco vizioso. Anche se un momento s’è rattristato nel vederlo ridotto a vivere in modo che a noi, uomini purtroppo regolari, sembra fuor di natura.

Di lui non vogliamo serbare che immagini belle di colore e di gusto: bontà di ragazzo, delicatezze di raffinato, spasimi di violino, grazie allegre di uno spirito — con tutto il suo cosmopolitismo decadente — italiano e bonario.

Nacque a Monte San Giorgio il 18 novembre 1877 ma la famiglia era di Roma e a Roma, tra prima e dopo, stette moltissimo. Studiò a Napoli, al Conservatorio, e più che della teoria dei maestri s’impregnò di quell’aria, di quel canto, di quell’amore e Napoli gli rimase sempre come 1’ideal patria più sua, caro lazzarone d’ ingegno.

Dopo andò a Milano: suonò alla Scala; fu amico di Butti e di Marinetti; scrisse nell’Alba di Giovanni Borelli una serie di note in margine che intitolò « Lettere di Pierrot ». Poi fu a Parigi — dove servì come modello a Balestrieri per il suo, ahimè, famoso Beethoven — e a Londra dove fece concerti con molta fortuna e finalmente in Isvezia e di là in Finlandia deve trovò la donna che doveva essere, come tutte le donne, la sua felicità prima, la sua infelicità poi. Tornato in Italia si fece novizio benedettino a Montecassino ma ci stette poco. Gli restò del convento l’amore del canto fermo e delle pianete e un certo misticismo liturgico che somigliava un po’ troppo a quello di Huysmans e, peggio ancora, di Peladan.

Poi sposò la sua russa e venne a stare a Firenze. Lo conobbi allora, alla fine del 1903. S’era tutti e due nel Regno di Corradini: faceva, o doveva fare, la critica musicale. Faceva invece molta musica in casa sua e anche un po’ di letteratura. Aveva già pubblicato a Milano, nel 1902, un romanzo, Sonata Patetica: dannunziano, come portavano i tempi e con riflessi di letteratura francese cattolica. Ma la sua passione sincera ed essenziale era nella musica e tutto di musica è il volume che scrisse e stampò a Firenze nel 1905: De Pro fundis clamavi ad te. Non so quanto ci sia di veramente suo in questo libro ch’è un coro d’ inni ai grandi profeti moderni dello spirito musicale: Mozart, Beethoven, Wagner. Ma e’ è di suo, lo giurerei, l’amore e l’ansia fanatica: non son cose che si fingono. Ed io l’ho mai visto un volto così acceso, così assorto, così divinamente amoroso e doloroso come il tuo, mentre l’arco tenuto dalla tua mano di signore strappava alle corde e al legno quei sentimentali gemiti d’inutile nostalgia e il’inappagabile desiderio che mi commuovono anche oggi al solo ricordo.... Tutto rosso e infiammato sotto il rosseggiare dell’elettricità; tutto sperduto e rapito in quei singulti che sembravano uscire da un petto di carne e non da una cassa di legno; cogli occhi socchiusi e le mani irrequiete, solo, divinamente solo in mezzo a noi tutti, in mezzo ai silenzio di noi tutti, eri, ti assicuro, bellissimo. Non foss’altro che per quell’ore invernali di Via Montebello dovrei tessere intorno alla tua canizie giovanile una corona di gratitudine ». Volle partire: tornò a Roma. Ma una tremenda artrite ereditaria, aggravata dalla vita strapazzosa che già aveva cominciato a sciuparlo, lo rese, laggiù, quasi immobile. Dovevan portarlo in collo per le scale. Nonostante fondò e diresse a Roma una rivista: Prose — a somiglianza del mio Leonardo, dove pure aveva scritto. Poi venne la rovina. Per due anni non si seppe più nulla di lui. Girò per l’Italia tentando di guarire. Non poteva più suonare: il meglio di sè non aveva più strada per sfogarsi. Massima condanna e disperazione chi viveva soltanto nella musica. Insieme all’aggravarsi del male venne la miseria. Si rinchiuse ad Allan: stette per mesi al Policlinico. Poi ricomparve a Firenze, più curvo e magro di prima. Non poteva nè stendersi nè dormire nè mangiare. Non aveva soldi. Gli restavano pochi amici e alcuni lampi di cinica gaiezza. Gli amici fecero per lui tutto quel ch’era possibile. Ne trovò altri nuovi. Tentò di lavorare. Ma la musica ormai gli era tolta. In letteratura non aveva la forza e la voglia di far qualcosa davvero di suo: si contentò di tradurre, per vivere. Fondò una piccola raccolta di traduzioni — pur intitolata Prose — che fece precedere da un opuscolo sull’Arte d’eccezione. La quale sarebbe stata la sua se avesse potuto esser qualcosa di più consistente come scrittore. I suoi eroi erano moderni malati e raffinati come lui: Oscar Wilde, Verlaine, Laforgue, Jean de Tinan, André Gide. Scettici, cinici, perversi, leggeri, nervosi malinconici; com’era, come avrebbe voluto essere, se fosse arrivato a manifestarsi.

Ma ormai più che un uomo era una rovina: ogni poco a letto, poi si ritrascinava al sole, col suo cane e il suo bastone, e ricominciava a ridere col suo riso di teschio — e a soffrire. Beveva: come bevono molti che non hanno le sue ragioni per volersi scordare di tutto quello che hanno perduto.
La sua conversazione, per chi gli fosse intimo, attirava anche nella sua frivolezza: fatta di capricci, di paradossi, di aneddoti, di scatti, e di tratti di sensibilità femminile. Sempre signore e gentleman (anche nei vestiti e nel modo di fare) fino all’ultimo seppe dare uno stile anche alla sua degradazione. Fu in Italia, un po’ in ritardo, l’unico letterato che ricordasse il tipo francese — tra il dandy e il bohémien, tra l’incurabile e l’eccentrico — che s’ incarna in Baudelaire e in Verlaine. Uomini di caffè e d’ospedale — ma che hanno dato tanta di quella nuova poesia che ci vorranno cento milioni di normali a capirne soltanto la lettera.

Vannicola non fu di questi e non arrivò a dir nulla che fosse proprio suo e proprio nuovo. Ma la sua vita, la sua figura, la sua maschera furono di per sè opere d’arte non scritte — e che non si dimenticheranno.
Aveva promesso di raccontarmi la sua vita: io l’avrei scritta. Ma in quel tempo riuscii a farlo accettare nella Colonia Arnaldi, come segretario, e intanto si sarebbe curato. Non l’ho più rivisto. Da Uscio tornò a Roma dove seguitò a strascicare alla peggio la sua vita sciupata. Finalmente seppi che aveva trovato da fare a Napoli, nel Mattino. Da Napoli mi scrisse tempo fa per chiedermi alcuni libri miei. Glie li mandai ma non seppi più nulla. Oggi, 10 agosto, mi arriva da Capri la notizia improvvisa della sua morte.

È morto di molte malattie — e di povertà irrimediabile. In guerra — anche lui, — nella guerra del debole contro il destino, dell’artista contro il denaro nemico.

E un altro pezzo di vita mia che sparisce. Così, pezzo a pezzo, prima dell’ultima morte, si muore. Ormai, per quanto sia giovane sempre, ne ho visti morire parecchi di quelli che mi furono amici. E quest’anno, colla guerra, il calendario è tutto un camposanto. A poco a poco si resta soli. E quando saremo soli davvero che gusto ci sarà a vivere? E per chi vivremo? I tuoi capelli bianchi, Vannicola, il tuo volto pallido o paonazzo, il tuo riso, il tuo fiore all’occhiello, la tua passione: finito ogni cosa.

Resta nella memoria, a baleni di momenti. Poi finiranno anche questi. E ci sarà una vita di più vissuta invano, un dolore di più sofferto senza ragione.


                                                                                                                                                                                                [1915]

 

Nota della redazione:

Su segnalazione dell'amico Silvano Tognacci pubblichiamo il ritratto di Giuseppe Vannicola scritto nel 1915 da Papini. Il prossimo 10 Agosto sarà l'anniversario della morte di questo straordinario artista. E' il nostro modo per ricordarlo. Ciao Giuseppe.

 





  

 

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