Ardengo Soffici: Evaristo Boncinelli

da: Trenta artisti moderni italiani e stranieri, Vallecchi, Firenze, 1950

Prima pubblicazione: 1927, su rivista

Evaristo Boncinelli a San SalviII ciarlatanismo e la mediocrità trionfano ancora fra noi; le vecchie mummie sono più in onore che mai; l'indifferenza, e magari l'ostilità, delle autorità ufficiali per quanto concerne le genuine espressioni del genio creativo del nostro paese è sempre la stessa : e chi ha fatto o stia facendo qualcosa di veramente bello, buono e grande può esser per ora almeno, sicuro di passar misconosciuto accanto ai soliti cialtroni in auge, e di crepar in miseria, a un bisogno, ove la fortuna non lo soccorra, o non trovi fuori di qui chi sia capace di apprezzarlo e di aiutarlo. Tutto è da fare in questo campo. 

Mi dispiace di doverlo dire ma è così. Tutto questo preambolo l'ho scritto per venire a un esempio, che non ha niente di opportunistico, dato che l'artista dì cui intendo parlare non ha nulla da aspettarsi che giovi alla sua vanità o al suo interesse essendo egli ricoverato in un manicomio senza speranza di guarigione; e data anche la matematica sicurezza che le mie parole cadranno nel vuoto, come tante altre, mie e d'altri, intese a segnalare qualcosa di ottimo o a scongiurare qualcosa di pessimo.

Parlo dello scultore Evaristo Boncinelli e della sua opera. Lo farò con la massima brevità e con quel tono perentorio ed assoluto che si addice alle affermazioni disperate, fatte tanto perché sia detto che una verità è stata sentita ed espressa da qualcuno, in modo indubbio, senza mezze misure, anche se niuno debba riconoscerla ed agire di conseguenza.

Così dico dunque che l'opera di Evaristo Boncinelli esposta in questi giorni nella Stanza del Selvaggio1, è l’opera di un grandissimo artista troppo presto e troppo tragicamente rapito al suo lavoro, ma la cui gloria trionferà del tempo come quella dei più grandi nostri, antichi e moderni. Le sette teste di gesso e di marmo, da quella elegantissima di Giovane -— che fu il suo primo tentativo d'arte — a quella dolorosa della Cieca, da quella dell’Idiota, del Suocero, a quella incompiuta dello vecchia Madre, tutte sono degne di stare al paragone con qualsiasi opera dell'antichità etrusca (alla quale si ricollegano spiritualmente), dell'antichità greca o romana, di Donatello, o di qualsivoglia altro sommo creatore del passato o moderno. L'arte che vi risplende è infinitamente e assolutamente superiore a quella di ogni scultore straniero dei nostri tempi, Boncinelli supera senza confronti Rodin, Meunier, Bourdelle, Maillol, e anche Degas scultore. Egli non ha bisogno, per esprimersi grandemente, di arieggiare la sintesi arcaica, la vastità plastica monumentale d'altri tempi e paesi: egli trae dalla realtà moderna, osservata con occhi educati alla bellezza nostra tradizionale, lo stile e la forza espressiva, onde la sua opera è naturalmente attuale insieme ed antica; o per meglio dire non è né moderna né antica ma bella e viva al disopra della contingenza del tempo e dello spazio. Come ogni opera perfetta, e perciò stesso senza epoca.

Insomma Evaristo Boncinelli nel breve periodo che gli è stato concesso da Dio per rivelare il proprio genio plastico, ha compiuto il miracolo di sublimare la semplice realtà ritratta lino a trasfigurarla in pura forma scultorea, fino a farla assurgere alla sublimità e religiosità dello stile, senza nulla sacrificare né del suo sentimento né della sua sincerità, né della sua semplicità popolare ed italiana. Ora questo è il fine – raramente raggiunto – di ogni grande veramente tale. Soltanto Medardo Rosso – l’altro grande creatore contemporaneo – e soltanto nelle sue opere migliori, ha realizzato qualcosa di simile; sebbene con criteri e con mezzi diversi, e anzi opposti. E’ quanto dire che se Evaristo Boncinelli fosse nato in un altro paese – in Francia per esempio – il suo nome volerebbe da tempo da un capo all’altro del mondo; noi stessi lo ripeteremmo con riverenza; e la sua fortuna sarebbe fatta da un pezzo. In Italia – dove si lesina ancora l’approvazione ad un Rosso, per prodigarla ancora a tanti scalzacani di qui e specie d’altrove – in Italia il nome di Boncinelli suona nuovo e sommesso. Straniero, non ci sarebbe galleria estera o italiana senza opere sue. Italiano, avrà tutt’al più il suo piccolo successo fra i critici meno bestie, ma le sette o otto opere (le sole che egli abbia creato) le quali dovrebbero senz'altro essere accaparrate in globo e collocate in una sala della nostra migliore Galleria per l'ammirazione, la gioia, e l'educazione degli intendenti di ovunque e dei giovani nostri, saranno a poco a poco disperse, se pure non resteranno glorioso e triste retaggio alla povera famiglia. Vorrei non esser profeta increscioso; ma scommetto la testa contro un duino che le cose andranno precisamente così. Poi, fra anni, morti tutti, verrà un bravo funzionario a commemorare, a rivendicare, a deplorare ecc…

E ci saranno sempre quei due o tre coglioni ad ascoltare, sperando, le sue sante parole.  

 

1 nota della redazione: La piccola galleria d’arte “La stanza del selvaggio” fu aperta a Firenze da Mino Maccari nel 1927, e ospitò esposizioni di pittori che gravitavano intorno alla rivista “Il selvaggio”.  

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