Eventi storici

Ardengo Soffici: La tarantella dei pederasti

Il quadro di Soffici esposto alla mostra futurista organizzata alla Libreria Gonnelli di Firenze, il 30 Novembre 1913.

La mostra ebbe uno straordinario visitatore orfico: Dino Campana

 

Quadro di Ardengo Soffici

   
   

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La Voce cambia pelle: 15 novembre 1914

 Lacerba, proprio nel numero che vede la pubblicazione di tre testi in prosa di Dino, estratti dai Canti Orfici, annuncia ai lettori il prossimo mutamento di rotta della rivista La Voce. Il passaggio di consegne è da Prezzolini a De Robertis. Dalla politica e dalla filosofia alla letteratura e all'arte. I firmatari dell'annuncio, sotto lo pseudonimo di "Camerieri", non possono essere che Papini e Soffici.

  

Abbiamo il piacere di rendere disponibile quella copia di Lacerba, in versione integrale, che comprende, oltre ai tre testi di Dino, anche, in ultima pagina, un curioso trafiletto pubblicitario dei Canti Orfici.

Inoltre c'è una articolo di Ottone Rosai assolutamente da leggere!

 

La redazione

 

 

 

 

 

 

Trafiletto pubblicitario per i Canti orficiLA “VOCE” SI RINNOVA

 

Dopo sei anni di gran lavoro e di bel coraggio Giuseppe Prezzolini, amico anche in guerra, lascia la direzione della Voce. Non la Voce, chè ci scriverà spesso. Ma la vecchia Voce polilatere, più seria che lirica, più sociale che artistica, sparisce con lui.

 

La direzione è stata affidata a Giuseppe De Robertis, un ragazzo meridionale di molto buon gusto e d’inaspettato profondità critica, il quale, invece di laurearsi, preferisce mettere insieme una bella rivista che raccolga finalmente i nomi più sicuri della giovane letteratura italiana.

 

 

La nuova Voce sarà dunque prevalentemente letteraria. Ci sarà una parte di lirica pura in prosa e in versi alla quale contribuiranno A. B. Baldini, Govoni, Jahier, Linati, Palazzeschi, Papini, Pea e Soffici. Lunghi saggi di critica daranno lo stesso De Robertis e Renato Serra. D’arte scriveranno Roberto Longhi e Ardengo Soffici, e di musica Giannotto Bastianelli e Ildebrando Pizzetti. Di politica continuerà ad occuparsi Prezzolini. Sarà davvero una bella rivista.

 

Il primo numero della nuova serie uscirà il 15 dicembre, e sarà in formato più grande del presente, in 64 pp., su carta migliore e costerà come prima 5 soldi. L’abbonamento resta a 5 lire ma chi comprerà venti lire di libri editi dalla Libreria della Voce avrà la rivista gratis per tutto il 1915.

Auguriamo a De Robertis e a tutti gli amici della letteratura che questo tentativo di dare all’Italia una rivista d’arte che possa stare alla pari colle migliori di Francia sua bene accolto da tutti e che la Voce ritrovi, in questa nuova incarnazione, più vita.

 I CAMERIERI

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REGIO DECRETO 16 AGOSTO 1909, n. 615 (GU n. 217 del 16/09/1909)

La villa di Castelpulci, dove fu rinchiuso Dino CampanaREGOLAMENTO SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI. (PUBBLICATO NELLA GAZZETTA UFFICIALE N.217 DEL 16 SETTEMBRE 1909). QUESTA ERA LA LEGGE IN VIGORE CHE REGOLAVA LA VITA DEI MANICOMI QUANDO DINO VI FU RINCHIUSO NEL 1918


Preambolo

VITTORIO EMANUELE III, PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ DELLA NAZIONE, RE D'ITALIA, VEDUTA LA LEGGE 14 FEBBRAIO 1904, N. 36, SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI; VEDUTO IL REGOLAMENTO PER LA ESECUZIONE DI DETTA LEGGE, APPROVATO CON NOSTRO DECRETO 5 MARZO 1905, N. 158; VEDUTI I PARERI DEL CONSIGLIO SUPERIORE DI SANITÀ E DEL CONSIGLIO DI STATO; UDITO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI; SULLA PROPOSTA DEL NOSTRO MINISTRO, SEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI DELL'INTERNO, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; ABBIAMO DECRETATO E DECRETIAMO:

ARTICOLO UNICO.

  È APPROVATO L'UNITO NUOVO REGOLAMENTO PER L'ESECUZIONE DELLA CITATA LEGGE 14 FEBBRAIO 1904, N. 36, SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI.

Giuseppe Vannicola, Elsa l'abbandonata su La Riviera

 
 
 
 

 Da La Riviera, maggio 1911 

 

 
ELSA L’ABBANDONATA
 
Morale, di G. Vannicola
                                                                        
 a G. Amendola.
 
 
PERSONE :
 
L’AUTORE
LA SUA CARICATURA
ELSA
MIRABELLA
ALINA
 
PROLOGO
La Caricatura — Signore e Signori, io sono la Caricatura dell’Autore. O meglio, sono il suo monocolo; ciò che gli permette di avere due sguardi: l’uno, scoperto, per sperimentare qualche emozione sentimentale;
l’altro, al ri­paro, per sorvegliarle con discernimento, e sorriderne.
L’emozione, questa volta, si chiama Elsa, la nobile fidanzata del magico Cavaliere del ci­gno. Seducente creatura! ella aveva tutte le in­genuità che attirano le carezze, e Lohengrin non ebbe nessun scrupolo di abbandonarla,
dopo una sola notte di matrimonio, per dileguarsi verso le altezze fredde e bianche della Meta­fisica.
Ahimè! il destino della donna è di essere sa­crificata. Si dice che ciò dipenda da certi antichi avvenimenti trascorsi fra un pomo e un serpente.
Le donne sono sulla terra per essere molto infelici; spesso senza nessuna ragione; ma quando la moglie di un idealista come Lohengrin si mette a piangere, oh ! vi assicuro che, lei, sa bene il perché...
Ed ora, Signore e Signori, secondo le regole fondamentali della tradizione romantica, noi andiamo a ritrovare Elsa al punto stesso in cui l’abbiamo lasciata, l’ultima sera che ascoltam­mo il Lohengrin.
 
ELSA L’ABBANDONATA
 
Nel giardino di Elsa, solitario sulle rive della Schelda. Il fiume è nascosto da una roccia. Elsa, vestita di bianco è seduta tenendo i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani.
A destra si scorge un bosco da cui sbucano la Caricatura prima e su­bito dopo l’ Autore.
La Caricatura — (Scorgendo Elsa, si ferma improvvisamente e fa cenno di tacere). Zitto!... Ecco la leggenda.
L’ Autore — (Avvicinandosi vivamente). Elsa... Ah! Si, è lei!, Sebbene non l’abbia mai veduta la riconosco. E in tale atteggiamento che sa­pevo di trovarla.
La Caricatura — L’atteggiamento che conviene alle belle anime desolate.
L’ Autore — Non scherzare.
 
La Caricatura — Saresti forse commosso?
L’ Autore — No, ma vedo ch’ella soffre troppo sinceramente per farle comprendere la bellezza del suo destino.
La Caricatura — Una donna di spirito trova sempre della soddisfazione, sia pure ad essere molto infelice.
L’ Autore — Ah! tu non sei che uno scettico.
La Caricatura — (Con intenzione). Sono il tuo scetticismo.
L’Autore — (Contemplando Elsa). Com’è bella!
La Caricatura — (Si è avvicinato in punta di piedi ed esamina Elsa in tutti i sensi). Positivamente è interessante... Diciotto anni com­piuti se non m’inganno.
L’ Autore — Zitto!... Non svegliarla!... Il sonno deve esserle prezioso...
La Caricatura — Possiede dei magnifici resti Eppoi... fu così poco maritata !
L’ Autore — Sembra uno sguardo incarnato
La Caricatua — (Chino su lei). E biondissima. (Indietreggia bruscamente). Ah!... Ma non dor­me!
(Elsa alza la testa e alla vista dei due stra­nieri si leva di soprassalto. Silenzio).
L’Autore — Perdonate, Signora, se vi abbiamo involontariamente sorpreso. Ma eravamo ben lontani dal pensare che in questa solitudine i nostri passi potessero svegliare altra cosa che l’eco.
Elsa — Della mia sorpresa sono colpevole io sola, avendo perduto da lungo tempo l’abitudine de­gli uomini.
La Caricatura — Il dettaglio è irresistibile... Ed ora possiamo interrompere il capitolo dei pre­liminari per entrare subito nella cognizione delle cause che ci condussero,
il mio amico e me, a scendere di barca e, per un sentiero ve­ramente scoraggiante, riuscire a sorprendervi nel vostro giardino.
Elsa — Signore ?
L’ autore — (Si desta dalla contemplazione nella quale si era assorbito). Sta Zitto!... Perdonate alla sua indiscrezione, signora. Non crediate che siamo attirati dalla curiosità del vostro do­lore.
La Caricatura — Precisamente; non è per cu­riosità che siamo venuti qui; ma per esservi utili proponendovi...
L’ Autore — Sta zitto dunque!... Signora, io non posso contraddirlo. La sua franchezza sorpassa le mie precauzioni... E dunque con la speranza di apportare un lenimento
alla vostra tristezza che noi abbiamo violata la solitudine dove, vit­tima di un abbandono, consumate in lagrime una giovinezza degna di compassione.
Elsa — Rinunziate ai vostri progetti, Signori. Il mio destino è compiuto.
La Caricatura — Potete dunque accettare l’ in­giustizia di un abbandono così clamoroso?
Elsa — Nessuno può ripararla.
La Caricatura — Tutte le donne nella vostra situazione dicono lo stesso.
L’ Autore — (Si lascia sfuggire un movimento di collera). Ma insomma, vuoi tacere?
La Caricatura — (All’Autore). Non irritarti, ec­coti ormai in pieno soggetto. Io sono stato la tua precauzione oratoria. Ed ora vi lascio soli al vostro duetto.
Cura lo stile, ma soprattutto non lasciarti turbare, conserva il sangue freddo del dilettantismo che passa... (Ad Elsa) Se per­mettete Signora andrò nei dintorni
a prendere qualche punto di vista in considerazione. Il mio amico saprà farmi perdonare una presentazione cosi poco corretta. (Saluta ed esce).
L’Autore — Dimenticate le sue parole, Signora, ve ne scongiuro. Ne sono umiliato...
Elsa — Potrebbero ancora esistere per me delle offese dopo quella che m’inflisse Lohengrin?
L’ Autore — Lohengrin... quale tributo deve portare al vostro fervore, in questo luogo, il ricordo di lui! Ecco, Signora, il dovere sacro ch’ io mi sono imposto.
Ah! se sapeste con quale impazienza attendevo il momento di potervi avvicinare e quali delicate sinuosità contavo di usare per sorprendere la vostra attenzione e persuadervi...
No, non è un rimedio che io mi pro­ponevo di offrirvi. Volevo dirvi soltanto che vi è un modo di sopportare l’ingiustizia, che ne fa una gloria e come un’ amara benedizione.
Elsa — Non comprendo...
L’ Autore — Tutto qui, intorno a voi vi ram­menta che un incomparabile destino vi impone dei doveri ai quali io vorrei piegare il vostro spirito....
Elsa — Ah! tacete, Signore... Il ferito non può sfuggire alla sua piaga, e io porto nel cuore la cicatrice di un colpo che mi duole fino alla morte.
E voi vorreste che andassi superba del­l’eccesso stesso di questo dolore... Se voi sof­friste non parlereste così e sapreste che nulla può addolcire un tormento che ogni ricordo contribuisce ad irritare.
L’ Autore — Comprendetemi bene, Signora. Voi forse ignorate quel che la vostra sorte contiene in bellezza e in elevazione.
Perduta nei vostri ricordi, voi negligete di esprimere dall’abban­dono del quale foste vittima il profitto mera­viglioso che esso vi offre. Voi potrete rappre­sentare una grande parte,
o Signora, mostrando al mondo l’aspro piacere che permette la sot­tomissione al destino... Avete perduto l’amore di voi stessa, vivete nel rimpianto, senza spe­ranza, senza scopo,
senza vedere nella vostra situazione che un soggetto di pietà, senza nemmeno dubitare della sua importanza eccezio­nale... No, non sono venuto per consolarvi, ma per conformare
il vostro cuore alle circostanze e fare di una debole creatura piangente l’immortale abbandonata che da questa solitudine impone all’ammirazione degli uomini l’esempio del suo dolore.
Elsa — Non vi ha che una maniera di soffrire, e questa non si apprende.
L’ Autore — Tutto si apprende, a soffrire come a non soffrire.
Elsa — Potrei forse dimenticare che egli mi ab­bandonò, che lo vidi partire, là da quella roc­cia, scendere il fiume, sparire all’ orizzonte sen­za che la sua mano si alzasse per un ultimo addio!
(Nasconde il viso fra le mani e si lascia cadere nel primitivo atteggiamento). (Un silenzio).
L’ Autore — Coraggio... Non bisogna nulla rim­piangere. Ogni avvenimento non ha altro valore se non quello che noi gli diamo. Ah. voi non avete ancora compreso
la grandiosità della vo­stra sorte e quale incomparabile prestigio po­tete trovarvi... Non è più a Lohengrin e al suo amore che deve
affidarsi la vostra anima, ma a fare di voi una forma perfetta per esprimere l’insegnamento patetico della situazione in cui vi mise il suo abbandono.
Guardate quale po­trebbe essere la gravità di ogni vostro gesto! Voi avete dei doveri, Signora; dovete essere l’ immagine più completa della malinconia.
Lo­datevi di soffrire, la vostra tristezza è più pre­ziosa di qualunque fervore... (Egli s’è accalo­rato gradatamente ed Elsa lo ascolta con sem­pre maggiore attenzione come esaltandosi a poco a poco,
trascinata dal fervore di lui). Ah! Si­gnora... è tempo di divenire immortale e di as­sicurare la perfezione del vostro atteggiamento nell’eroica statua di un’anima
che seppe ap­propriarsi tutte le virtù della fatalità...
Elsa — (Macchinalmente e guardandolo come esal­tata negli occhi). Sì...
(Chino su lei, gli occhi negli occhi, l’Autore tace improvvisamente, come assorto in estasi. Dopo un lungo silenzio riprende con vece cambiata e inter­rotta ).
L’ Autore — Oppure... oppure, abbandonate que­sti luoghi, rientrate nella vita. Il mondo è va­sto e lontano.
Elsa — Non per me. Il mondo è limitato alla portata dei miei sospiri.
L’ Autore — Siate ancora felice. L’ amore non ha soltanto un volto, e non crediate che il ba­cio sia dolce sopra una sola bocca!... Abbiate pietà di voi, di questa vostra bellezza...
perché voi siete bella, bella come nel giorno in cui Lohengrin non vi aveva ancora veduta...
Elsa — (Si alza e con innocenza aggiustando le pieghe della veste: Signore.., Non vi comprendo più. Parlate di cose, credo, che non posso ascol­tare. Permettete dunque eh’ io mi ritiri.
(Esce con dignitosa semplicità).
L’Autore — Che ho fatto! che ho detto! quale perfido demone ha deviato il mio pensiero ver­so la commozione?... Ma anche tu, Elsa, perché sei così bella?
(Si ode dappresso lo scoppio di un riso. Entrano in corsa due ragazze vestite di bianco come Elsa).
La Caricatura (che le insegue, si ferma alla vi­sta dell’ Autore). — Ah! sei ancora qui... Eb­bene? Come sono andate le cose... Male, eh?... Lo sapevo.
Appena l’ho vista mi son detto: con una donna come quella non c’è niente da fare... E troppo bionda. Le bionde sono delle concezioni, delle immacolale concezioni.
Io al­meno non ho perduto il mio tempo. (Mostran­do Mirabella). Questa qui. vedi, è già innamo­rata di me...
(Mirabella arrossisce e per nascondere la sua confusione si mette a cogliere dei fiori.) E quest’altra....
Alina — Non gli credete! E vero che l’ho segui­to: ma è tanto che non vedo degli uomini... Lui però non mi piace.
La Caricatura — La vostra compagna non è della stessa opinione.
Alina — Credete che non abbia inteso quello che le dicevate ?... E vorreste sedurmi con le stesse parole?...
La Caricatura — Spesso le orecchie c’inganna­no; ascoltate meglio. (Fa per avvicinarsi. Alina si rifugia presso l’ Autore).
L’ Autore — (Alla Caricatura). Mi pare che si rida a tue spese...
La Caricatura — (Con intenzione), Chi ride a mie spese ride a tuo profitto... (Indicando Alina). Guarda! per sfuggirmi ella si rifugia nelle tue braccia.
Alina — (Scostandosi bruscamente). Signore...
La Caricatura (Approfitta del suo turbamento per mormorarle all’orecchio): Il mio amico, sapete, è un ragazzo troppo preoccupato...
Io invece, grazie a Dio, non ho tanti pensieri... (Poi si avvicina all’Autore e lo considera lungamente in silenzio). L’ amore ha dunque vinto l’ironia?
L’ Autore — Che dici?
La Caricatura — (Gravemente). Tu mi hai scelto a compagno per liberarti dal tuo giovine sentimentalismo.
L’ Autore — Ebbene? Non sei tu il mio compa­gno anche in quest’avventura ?
La Caricatura — Sorvegliati!.. Tu sai che il mio ufficio è di dissociare la tua intelligenza dalla sensibilità. Come utensile io ho impiegato l’ironia.
Questa volta però mi avvedo che il sen­timento resiste... Degna guidarti sulla mia inalterabile futilità.
L’Autore — Deliziosa! E deliziosa! non avrei mai potuto sognare due occhi celesti d’un celeste...
La Caricatura — ... Così celeste!... Certe frasi, o lirico! appartengono ancora al vocabolario dell’amore sentimentale !
L’ Autore — Non scherzare. Simili situazioni han­no commosso delle sensibilità che valevano be­ne la mia.
La Caricatura — E la mia! (Una pausa). Sei innamorato!
L’ Autore — (Quasi fra sè) Innamorato! Sono innamorato! Ah, carezzare i suoi capelli bion­di! potrebbe dunque avvenire?
La Caricatura — La natura stessa ne trasali­rebbe....
L’ Autore — Ah! ti prego; non essere spiritoso. L’ amore non è una cosa leggera.
La Caricatura — L’amore è una cosa troppo grave per poterne parlare seriamente.
L’ Autore — Io parlo dal fondo del cuore.
La Caricatura — Hai dunque indietreggiato fino ai tuoi primi capitoli? La sincerità è l'istinto più naturale dell’ uomo.
Tu stesso l’ hai detto: La sincerità è sempre un po’ volgare e spesso convincente.
L’ Autore — Eri tu che mi suggerivi, — allora.
La Caricatura — No... Era l’intelligenza che ti sorvegliava. Occorre molta volontà per mantenersi fattizio. Interrompi l’esperienza.
Rientra nell’ artificiale! Anche una donna non è che metafisica, dipende da come noi la vediamo.
L’ Autore — Sono troppo preoccupato per comprenderti.
La Caricatura — Ecco appunto il pericolo. Tu non vedi più chiaro, bisogna partire, amico mio, bisogna partire oggi stesso.
L’ Autore — (Dopo un istante di silenzio). Ebbe­ne partiremo, sta tranquillo, partiremo oggi stesso.
La Caricatura — Avverti l’uomo della barca che si tenga pronto.
Alina — (All’autore). Già volete partire? Quan­do tornerete ? (Egli non risponde)
La Caricatura — (Gli si avvicina e a bassa vo­ce) Non varrebbe la pena di tentare l’esperienza di qualche sillogismo, con questa ra­gazza?
Lei non è pericolosa. E bruna! Le bru­ne hanno un temperamento più episodico.
L’ Autore — No, non voglio.
La Caricatura — Eppure lei ha l’aria di volere!
L’ Autore — Le donne non hanno mai l’aria di volere...
La Caricatura — (Bruscamente). Oh si vede be­ne che tu non le conosci... Allora va! Affretta­ti. Non c’è da perder tempo. (Spingendolo fuori).
Bisogna assolutamente partire al più presto! al più presto! (Alina segue con lo sguardo l’Au­tore: sospira ed esce lentamente a testa bassa).
La Caricatura — (Guardandola con un breve sor­riso). Peccato! (Si avvicina a Mirabella). Ro­sa, o Liliana, o Margherita, o quale sia il vo­stro nome floreale,
s’io fossi il signore di que­sto giardino non vorrei altro fiore che quello della vostra bocca.
Mirabella — (Sorridendo). Mirabella, Signore, mi chiamo Mirabella.
La Caricatura — Mirabella, voi siete una crea­tura virgiliana.
Mirabella — Guardate come sono belle le rose.
La Caricatura — (Coglie una rosa e la bacia.) Eccone una per i vostri capelli. E la mia boc­ca. Vi do la mia bocca.
Mirabella — Quale debbo cogliere per voi?
La Caricatura — Quella che è più rossa, quella che ha molte spine.
Mirabella — Quella che fa sanguinare le dita, e il cuore, forse!
La Caricatura — Non vi pungete le mani, ne sarei inconsolabile.
Mirabella — E se mi pungessi il cuore? (Gli offre la rosa)
La Caricatura — (Respira la rosa con voluttà). Mirabella vi adoro.
Mirabella — è vero?
LÀ Caricatura — Troppo. Sono pazzo, non lo vedete dai miei occhi?
Mirabella — Quanto tempo mi amerete?
La Caricatura — Sempre!
Mirabella — Sempre è molto lungo. Dite un poco di meno perchè vi creda.
La Caricatura — Oggi.
Mirabella — Oggi ! Un giorno solo...
La Caricatura — Ma che torna, domani, dopo domani, sempre.
Mirabella — Tutti gli uomini dicono lo stesso. Anche il Cavaliere Lohengrin....
La Caricatura — Lo so. Ma lui era un tipo ori­ginale. Un raffinato. Voleva conservare l’inco­gnito. Forse temeva la critica...
La vostra Signo­ra fu curiosa, emise qualche domanda indiscreta, fece delle allusioni, ebbe un attacco di nervi, e lui si perse di vista.
Mirabella — ... E non è più tornato! (Dopo una, pausa) Avete delle amiche?
La Caricatura — Nessuna.
Mirabella — Ne avrete?
La Caricatura — Mai.
Mirabella — Giuratelo.
La Caricatura — Volentieri. È nelle tradizioni... (Un’ altra pausa, si avvicina e a bassa voce) Un bacio?
Mirabella — (Protesta) Oh!
La Caricatura — Dite: si.
Mirabella — E una parola che avete inteso dire molto spesso, non è vero?
La Caricatura — Mai! non si usa che in musica.
Mirabella — Come si dice in prosa ?
La Caricatura — Si dice: no.
Mirabella — Ed equivale lo stesso?
La Caricatura — Fortunatamente!
Mirabella — Allora è una convenzione.
La Caricatura — Una delicatezza.
Mirabella — Perchè?
La Caricatura — (Avvicinandosi) La teoria me­rita l’ esperimento.
Mirabella — Non vi avvicinate! (Fa l’atto di fuggire. Egli la raggiunge e la stringe al petto baciandola ripetutamente).
Mirabella — (Finge di dibattersi protestando) No! No! No!
La Caricatura — Ecco che vuol dire « No » (Mentre, si baciano, la bocca sulla bocca, si ode un grido represso.
Mirabella fugge coprendosi il volto, la Caricatura resta sorpreso e confuso nel vedere entrare Elsa, tutta accesa nel volto e tra­sfigurata da un sorriso di gioia).
La Caricatura — Signora...
Elsa — Signore, vi debbo parlare.
La Caricatura — (Con un sorriso). Ah! Ah!
Elsa — Ho visto. Non vi turbate. Fu un istante, ma era la vita, la giovinezza, la bellezza, l’amore.
La Caricatura — Signora, la più grande attrat­tiva di tutte queste cose è che esse non durano che un istante, meno dello sfogliarsi di que­sta rosa.
Elsa (Indicando la rosa, sorride) « E la mia boc­ca, vi do la mia bocca ».
La Caricatura — (Ridendo). Avete anche ascol­tato, dunque! (Le porge la rosa)
Elsa — Oh... sono stata sempre molto curiosa. Fu appunto per questo difetto che Lohengrin mi abbandonò...
La Caricatura — Quale esagerazione!
Elsa — Ah! se sapeste quanto ho pianto, prima della vostra venuta!... Ora, però, ho deciso.
La Caricatura — Già deciso? Senza nemmeno aspettare la notte, la notte che porta consiglio? Non osavo suppormi delle virtù così comuni­cative.
Elsa — E’ stata una rivelazione.
La Caricatura — Il libro della vita cominciò con una scena come quella fra un uomo e una donna, in un giardino come questo. Anche al­lora finì con una rivelazione.
Elsa — Ma sediamo... debbo parlarvi... (Esitando). Non oso più dire di che. (Siedono)
La Caricatura — E dunque così terribile?
Elsa — No.
La Caricatura — Allora... Sconveniente?
Elsa — Sì.
La Caricatura — Ditemelo sottovoce.
Elsa — Non oso.
La Caricatura — Fatemi dei gesti.
Elsa — È troppo complicato.
La Caricatura — Vi aiuterò io.
Elsa — Fino in fondo?
La Caricatura — Si.
Elsa — Me lo promettete.
La Caricatura — Ve lo prometto.
Elsa — Sta bene. Ho fiducia in voi.
La Caricatura — Adesso lasciatemi indovinare.
Elsa — Oh! Non lo potete!
La Caricatura — E’ superiore alla mia imma­ginazione? Ne siete certa?
Elsa — Sì.
La Caricatura — Misericordia! Che sarà mai? (In silenzio).
Elsa — Non sorridete, ve ne prego, non siate di­stratto.
La Caricatura — Al contrario. Sono vivamente interessato.
Elsa — Ho diciotto anni, signore. Non fui mari­tata che appena! Conduco una vita da signorina...
La Caricatura — Cosi vedova e già così coniu­gabile!...
Elsa — Ebbene, non vi stupite signore. Ma ho cambiato idea. Questo stato di cose non può più durare.
La Caricatura — Naturalmente... E’ semplice.
Elsa — Semplice?
La Caricatura — Semplice come il languore. Siete umana.
Elsa — Non mi trovate dunque incoerente?
La Caricatura — Umana e incoerente: due vol­te umana.
Elsa — Non m’ interrompete più, se no dimentico quello che vi devo dire prima di...
La Caricatura —... Prima di parlare francamente.
Elsa — Ah, sono certa che voi non sapete perchè ho ragione.
La Caricatura — So già benissimo perchè ave­te torto...
Elsa — Vedete? Lo dicevo.
La Caricatura — Vi comprendo e voglio rispar­miarvi la pena di terminare una conversazione che v’ imbarazza...
Elsa — Mi avete veramente compreso?
La Caricatura .— Se ho compreso? ma tutte le donne nella vostra situazione dicono come voi dicevate poco fa,
e ad un certo momento pen­sano come voi in questo momento.
Elsa — Dite quello che penso.
La Caricatura — Ecco. Avete l8 anni, siete qua­si ancora Signorina e già vedova. Avete molto pianto e vi siete dichiarata inconsolabile.
All’improvviso, lo spettacolo scapigliato di un bacio che, oso affermarlo, era caldo e di un ac­cordo perfetto, vi ha avvertita bruscamente e
con dei segni manifesti che voi potreste fare la felicità di qualcuno che potrebbe fare la vostra.
Elsa — Ah ! preferisco non averlo detto.
La Caricatura — ... E come sapete che questo qualcuno potrebbe essere il mio amico, avete contato su tutte le risorse del mio ingegno per aiutarvi a conoscerlo a fondo.
Elsa — Non mi guardate. M’imbarazzate.
La Caricatura — (Sorridendo, tua grave) L’istinto della donna è di stringersi contro l’uomo, cer­cando con gli occhi alzati lo sguardo del vin­citore, sia pure alto come un soldato di fan­teria...
Elsa — Come si chiama?
La Caricatura — ... E già sazio, egli la respin­ge e fissa tristamente altrove, più in alto di lui... L’ uomo, vedete, è un eterno Lohengrin!
Elsa — Parlatemi del vostro amico.
La Caricatura — Il mio amico, Signora, è un soggetto sul quale non è possibile nessuna elo­quenza! Del resto, non saper niente di lui lo semplifica fino al simbolo...
Elsa — (Impaziente) Come si chiama?
La Caricatura — Sempre così curiosa!... Avete torto.
Elsa — No. No. Come si chiama?
La Caricatura — Temo che vi facciate di lui un’idea esagerata. E’ intelligente, un bravo ra­gazzo, adora le povere bestie, ma, vedete, ha delle incompatibilità di carattere.
Elsa — Ditemi il suo nome.
La Caricatura — Vi consiglio di considerarlo come un dilettante.
Elsa — Chi è? Chi è? Chi è?
La  Caricatura — E’ un uomo perfettamente inuti­le. Qualche tempo fa ebbe degli entusiasmi di pro­feta, emetteva dei gridi sublimi...
Adesso, guarda passare la vita, attende la morte, ed ha talvolta qualche piccolo accesso di nausea universale che mette subito in prosa...
Elsa — Scrive?
La Caricatura — Ahimè!
Elsa — E dunque un letterato ?
La Caricatura — Ahimè! Ahimè!
Elsa — Oh, io adoro la letteratura.
La Caricatura — Ahimè! e tre volte ahimè!
Elsa — Un letterato! Dev’ essere un uomo ideale!
La Caricatura — Un uomo ideale, quando non fa della letteratura, diventa estremamente rea­lista. Parla della donna come di una divinità e la tratta come una cameriera.
(Dopo una pausa, rassegnatamente). Non ho più nulla da dire. Le donne sono diventate cosi intellettuali che non mi sorprende più niente. Non insisto...
Elsa — Un letterato!... Come vorrei leggere qual­che cosa di lui !
La Caricatura — Signora, basta che ne abbiate espresso il desiderio. Ho le sue opere complete con me. (Cerca nella sua borsetta da viaggio e ne trae dei libri).
In questo libro c’è appunto un brano sulla vostra lagrimevole storia.
Elsa — (Con tono attristato). La mia storia! come dev’ essere triste !
Là Caricatura — (Sfogliando il volume). Ecco qua. Pag. 8l. (Legge). «Elsa chiama a sé l’ideale...»
Elsa — (Strappandogli il libro dalle mani). Dov’ è? dov’ è?
La Caricatura — (Indicando). Qui. In fondo alla pagina : «Elsa chiama a sè l’ideale, ecc.»
elsa — (Legge con voce sempre più commossa ar­restandosi di quando in quando). «Elsa chiama sè l’ideale, il buon angelo dell’anima umana,
e l’ideale viene a lei dalla sua avventurata patria, ritto sopra una barca leggera condotta da un cigno meraviglioso.
La melodia che porta il so­spiro della loro comune aspirazione si esala da essi e fra essi in una casta voluttà e va dal l’uno all’altro come il bacio mistico di due anime.
La Caricatura — Qual’errore !
Elsa — (Continuando sempre più assorta nella let­tura). «Due volte l’ideale formula il suo pro­fondo divieto:
Non interrogarmi mai, nè ti prender cura del paese donde vengo, nè il mio nome, nè la mia razza domandami mai! E gli risponde Elsa nello slancio della sua ricono­scenza:
Mio protettore! Mio angelo! Tu che credi fermamente all’innocenza mia! Quale de­litto sarebbe il dubbio che mi rapirebbe la fede: in te...»
La Caricatura — Errore! Errore!
Elsa — (Sempre leggendo con voce ormai bassa., «Ma Psiche imprudente, ella dubiterà fatal­mente di lui e del suo divino messaggio...
E l’angelo si vela e sparisce verso la sua avven­turata patria, ritto sopra una barca leggera con­dotta da un cigno meraviglioso. Elsa lo richiama invano dal fondo della sua solitudine...
(Lascia cadere il libro e rimane come trasognata, gli oc­chi fissi nel vuoto, ripetendo macchinalmente). «Elsa lo richiama invano dal fondo della sua solitudine!»
La Caricatura — (Raccogliendo il volume e riponendolo nella borsetta). Già! è una frase troppo preziosa...
(Vedendo Elsa che sta nella posizione in cui la trovò per la prima volta, con i gomiti sulle ginocchia e il viso tra le mani, ri­mane un istante a guardarla mormorando)
S’è addormentata! (Poi vedendo sopragiungere l’Au­tore gli fa cenno di tacere e gli si avvicina in punta di piedi). Zitto!... Dorme!... E il trionfo della letteratura! Novità, caro mio, grandi no­vità...
L’Autore — (Ansioso). Dimmi. Parla.
La Caricatura — Ti dirà ella stessa. Non posso ora. Anche io ho qualcuna da consolare per mio conto. (Esce. L’Autore contempla lungamente Elsa poi si avvicina piano.
Elsa leva gli occhi e con­ voce lagrimevole). Voi?
L’Autore — Credevo dormiste... Non volevo...
Elsa — Dormire... Io ? Ah !... Non siate crudele !
L’Autore — (Lentamente e guardandola negli occhi come per giudicare t’effetto delle sue parole). Si­gnora... Fra poco io partirò! devo partire! e me ne trema il cuore...
Ve ne supplico. Ascoltatemi senza impazienza, lasciatemi spiegare quello che da oggi, da quando vi ho veduta è diventato il sogno religioso della mia vita.
Certo, io rinnego così il paziente sforzo di tutto il mio discorso precedente. Pensate signora, che l’avevo conce­pito prima di conoscervi.
La vostra bellezza inattesa ha rovesciato tatti i miei piani. No,., voi, non potete più oltre languire nella solitudine e credere che il vostro destino sia com­piuto alla prima disillusione...
Abbiate pietà della vostra bellezza, Signora, e non respingete l’offerta che io vi faccio, di seguirmi, di la­sciare qui ogni amaro rimpianto,
di cedere ad un’amicizia devota e che vi ama in ginocchio come si adora... (S’inginocchia e le bacia la mano). M’avete inteso?... Che rispondete?... (Una pausa). Elsa?...
Elsa — Ah povero signore! se è vero che mi amate, fuggite e non tornate mai più, poiché la sorte di Elsa è di essere abbandonata...
L’ Autore — Che dite ?
Elsa — Quello che voi stesso avete detto. Mi sono servita dei vostri sentimenti. Io so adesso che voi mi amate: e quando sarete partito,
quando mi troverò sola un’altra volta, avrò ancora il diritto di appropriarmi gli avveni­menti, accettando definitivamente il mio de­stino... Voi mi amate...
Nulla dunque vi ritiene più qui. Partite...
L’Autore — Senza di voi...
Elsa — Senza di me... perchè io vi richiami in­vano dal fondo della mia solitudine! Ah! io ho compreso finalmente quali sottili concordanze
uniscono la mia anima a questo paesaggio de­solato. E’ qui che la mia figura morale ha rag­giunto la sua più alta elevazione. Che potrei essere altrove ?
Presto avrei perduto ogni valore. No. Il dovere mi lega qui e io voglio mettere tutte le mie cure per consegnare al mondo l’esempio doloroso
ma sublime che voi stesso mi avete rivelato.
L’Autore — Ma non è ragionevole. La lettera­tura v’inganna.
Elsa — Voi solo mi avete compreso, Signore, quando io stessa ancora non mi comprendevo. Rallegratevi dunque, e partite.
L’Autore — Voi non mi amate, ecco la verità. Elsa — Si, vi amo. Vi ho amato subito, subito, appena vi ho visto.
L’Autore — Elsa... Mia Elsa!
Elsa — Tenete questa rosa, conservatela in me­moria di me. L’ho colta io stessa per voi. (La bacia). E la mia bocca, vi do la mia bocca...
L’Autore — (Cercandole la bocca). Elsa...
Elsa — (Si leva in piedi). Ed ora partite... Quando vi avrò veduto sparire dall’orizzonte, nel ram­marico di avervi perduto, troverò l’atteggia­mento
conveniente alla sincerità del mio do­lore, e in esso fisserò la statua, che la base di questi luoghi reclama, la statua di Elsa abban­donata, di Elsa che richiama invano...
Lascia­temi... Ah! come mi tarda di trovarmi sola in­nanzi al mio destino e di gustare l’amara eb­brezza di richiamarvi invano! Già mi sembra di sentir colare le lagrime....
Addio, signore, addio. Le nostre strade si separano di nuovo da quest’istante. Da quest’istante noi siamo di nuovo stranieri l’uno per l’altro. (Esce).
L’Autore — Io sogno... Quale fuoco improvviso ha fatto di lei così timida un’ispirata... Ma no, non è possibile... (Entra la Caricatura che gli si avvicina e gli mette la mano sulla spalla).
La Caricatura — Ebbene? Confessa che le cose sono andate meglio di quanto speravi. Ah! Ah ! senza di me i lamenti e i rimpianti du­rerebbero ancora.
L’Autore — (Alzandosi bruscamente). Che dici? che hai fatto ?
La Caricatura — (Maliziosamente). Le ho fatto leggere certe frasi di un tuo libro.
L’Autore — Quali frasi?
La Caricatura — Quelle che la riguardano.
L’Autore — (Con grido disperato). Ah! Adesso capisco! Ecco perchè tanto lirismo! Ero io stesso che parlavo per la sua bocca!... Miracoloso scon­volgimento del destino!...
E sei tu che hai fatto tutto questo!
La Caricatura — (Gravemente ma sorridendo). L’ironia, questa volta è stata involontaria ma fatale. Si direbbe che questi minuti fenomeni rimino a qualche cosa di là dell’orizzonte...
Bah ! Tu ne avresti fatta la tua amante. Ti co­nosco... in questo sei un turco! Ed ella ne sa­rebbe morta di vergogna, non lasciando che una frivola reputazione di vedova allegra...
L’Autore — Eppure ha confessato di amarmi. Questa rosa... «E la mia bocca, vi do la mia bocca...»
La Caricatura — (Vedendo la rosa). Ah! Ah!
Portala a casa, mettila fra gli ex-voto, vicino al tuo primo dente... Ah! Ah!
L’ Autore — Perché ridi?
La Caricatura — Niente, niente, ti dirò poi -  Ora preferirei vedermi lontano di qui... temo d’incontrare una certa ragazza;
e se ella mi vede non sarai tu che mi eviterai delle parole sprovviste di buona grazia.
L’ Autore — Si, sì, bisogna partire... Questa Elsa che io volevo richiamare a sè stessa mi richia­ma a me stesso... (Dopo un silenzio).
Del resto, che importa? Quel che importa di lei è l’emo­zione che mi ha fatto provare. Ella è stata, in fondo, un pretesto qualunque ad una transi­zione sentimentale...
La Caricatura — ... A della letteratura. Che li­bro, con tutti questi documenti!
L’ Autore — Eppure, qualche anno prima ne avrei pianto.
La Caricatura — Saresti stato ridicolo.
L’Autore — Si, evidentemente... Sento però che adesso soffro appunto di non poter piangere, di non trovare una lagrima.
La Caricatura — Prova qualche espediente... Pensa che lei ne morrà subito, là, sola, dispe­ratamente sola, incontestabilmente sola! (Declama). Povera, povera Elsa!...
Cosi bionda e cosi eroica! Così inviolata e così abbando­nata! Ebbene! le lagrime ancora non vengono? Non è che un dolore a fior di nervi!
L’ Autore — (Sorridendo). Si, a fior di nervi.. Una piccola malinconia delicata...
La Caricatura — Come le tue migliori pagine... Allora, andiamocene! sento dei passi e non vorrei che fosse... (Trascinandolo). Andiamo, coraggio!...
(Poco dopo che sono scomparsi en­trano in scena Mirabella ed Alina)
Mirabella — Partiti, sono partiti! Alina, non lo vedrò più! Come sono infelice! E’ partito, non lo vedrò più! (Si lascia cadere sul sedile con la testa fra
le mani nello stesso atteggiamento di Elsa).
Alina — Piangi?... Povera amica! Lui era più bello e non mi ha nemmeno guardato! (Va
sulla roccia a scrutare il fiume) Li vedo! Mirabella — (Alza vivamente la testa) Li vedi? dove sono?
Alina — Sono già nella barca (Mirabella ricade abbandonata) Ecco che partono... Come palpi­tano le vele! Si direbbero le ali di un cigno, di un cigno meraviglioso...

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Elsa leva gli occhi e con­ voce lagrimevole). Voi?
L’Autore — Credevo dormiste... Non volevo...
Elsa — Dormire... Io ? Ah !... Non siate crudele !
L’Autore — (Lentamente e guardandola negli occhi come per giudicare t’effetto delle sue parole). Si­gnora... Fra poco io partirò! devo partire! e me ne trema il cuore... 
Ve ne supplico. Ascoltatemi senza impazienza, lasciatemi spiegare quello che da oggi, da quando vi ho veduta è diventato il sogno religioso della mia vita. 
Certo, io rinnego così il paziente sforzo di tutto il mio discorso precedente. Pensate signora, che l’avevo conce­pito prima di conoscervi. 
La vostra bellezza inattesa ha rovesciato tatti i miei piani. No,., voi, non potete più oltre languire nella solitudine e credere che il vostro destino sia com­piuto alla prima disillusione... 
Abbiate pietà della vostra bellezza, Signora, e non respingete l’offerta che io vi faccio, di seguirmi, di la­sciare qui ogni amaro rimpianto, 
di cedere ad un’amicizia devota e che vi ama in ginocchio come si adora... (S’inginocchia e le bacia la mano). M’avete inteso?... Che rispondete?... (Una pausa). Elsa?...
Elsa — Ah povero signore! se è vero che mi amate, fuggite e non tornate mai più, poiché la sorte di Elsa è di essere abbandonata...
L’ Autore — Che dite ?
Elsa — Quello che voi stesso avete detto. Mi sono servita dei vostri sentimenti. Io so adesso che voi mi amate: e quando sarete partito, 
quando mi troverò sola un’altra volta, avrò ancora il diritto di appropriarmi gli avveni­menti, accettando definitivamente il mio de­stino... Voi mi amate... 
Nulla dunque vi ritiene più qui. Partite... 
L’Autore — Senza di voi... 
Elsa — Senza di me... perchè io vi richiami in­vano dal fondo della mia solitudine! Ah! io ho compreso finalmente quali sottili concordanze 
uniscono la mia anima a questo paesaggio de­solato. E’ qui che la mia figura morale ha rag­giunto la sua più alta elevazione. Che potrei essere altrove ? 
Presto avrei perduto ogni valore. No. Il dovere mi lega qui e io voglio mettere tutte le mie cure per consegnare al mondo l’esempio doloroso
ma sublime che voi stesso mi avete rivelato. 
L’Autore — Ma non è ragionevole. La lettera­tura v’inganna. 
Elsa — Voi solo mi avete compreso, Signore, quando io stessa ancora non mi comprendevo. Rallegratevi dunque, e partite.
L’Autore — Voi non mi amate, ecco la verità. Elsa — Si, vi amo. Vi ho amato subito, subito, appena vi ho visto. 
L’Autore — Elsa... Mia Elsa! 
Elsa — Tenete questa rosa, conservatela in me­moria di me. L’ho colta io stessa per voi. (La bacia). E la mia bocca, vi do la mia bocca... 
L’Autore — (Cercandole la bocca). Elsa... 
Elsa — (Si leva in piedi). Ed ora partite... Quando vi avrò veduto sparire dall’orizzonte, nel ram­marico di avervi perduto, troverò l’atteggia­mento 
conveniente alla sincerità del mio do­lore, e in esso fisserò la statua, che la base di questi luoghi reclama, la statua di Elsa abban­donata, di Elsa che richiama invano...
Lascia­temi... Ah! come mi tarda di trovarmi sola in­nanzi al mio destino e di gustare l’amara eb­brezza di richiamarvi invano! Già mi sembra di sentir colare le lagrime.... 
Addio, signore, addio. Le nostre strade si separano di nuovo da quest’istante. Da quest’istante noi siamo di nuovo stranieri l’uno per l’altro. (Esce)
L’Autore — Io sogno... Quale fuoco improvviso ha fatto di lei così timida un’ispirata... Ma no, non è possibile... (Entra la Caricatura che gli si avvicina e gli mette la mano sulla spalla)
La Caricatura — Ebbene? Confessa che le cose sono andate meglio di quanto speravi. Ah! Ah ! senza di me i lamenti e i rimpianti du­rerebbero ancora. 
L’Autore — (Alzandosi bruscamente). Che dici? che hai fatto ? 
La Caricatura — (Maliziosamente). Le ho fatto leggere certe frasi di un tuo libro. 
L’Autore — Quali frasi? 
La Caricatura — Quelle che la riguardano. 
L’Autore — (Con grido disperato). Ah! Adesso capisco! Ecco perchè tanto lirismo! Ero io stesso che parlavo per la sua bocca!... Miracoloso scon­volgimento del destino!... 
E sei tu che hai fatto tutto questo! 
La Caricatura — (Gravemente ma sorridendo). L’ironia, questa volta è stata involontaria ma fatale. Si direbbe che questi minuti fenomeni rimino a qualche cosa di là dell’orizzonte... 
Bah ! Tu ne avresti fatta la tua amante. Ti co­nosco... in questo sei un turco! Ed ella ne sa­rebbe morta di vergogna, non lasciando che una frivola reputazione di vedova allegra... 
L’Autore — Eppure ha confessato di amarmi. Questa rosa... «E la mia bocca, vi do la mia bocca...»
La Caricatura — (Vedendo la rosa). Ah! Ah!
Portala a casa, mettila fra gli ex-voto, vicino al tuo primo dente... Ah! Ah! 
L’ Autore — Perché ridi?
La Caricatura — Niente, niente, ti dirò poi -  Ora preferirei vedermi lontano di qui... temo d’incontrare una certa ragazza;
e se ella mi vede non sarai tu che mi eviterai delle parole sprovviste di buona grazia.
L’ Autore — Si, sì, bisogna partire... Questa Elsa che io volevo richiamare a sè stessa mi richia­ma a me stesso... (Dopo un silenzio)
Del resto, che importa? Quel che importa di lei è l’emo­zione che mi ha fatto provare. Ella è stata, in fondo, un pretesto qualunque ad una transi­zione sentimentale...
La Caricatura — ... A della letteratura. Che li­bro, con tutti questi documenti!
L’ Autore — Eppure, qualche anno prima ne avrei pianto.
La Caricatura — Saresti stato ridicolo.
L’Autore — Si, evidentemente... Sento però che adesso soffro appunto di non poter piangere, di non trovare una lagrima.
La Caricatura — Prova qualche espediente... Pensa che lei ne morrà subito, là, sola, dispe­ratamente sola, incontestabilmente sola! (Declama). Povera, povera Elsa!... 
Cosi bionda e cosi eroica! Così inviolata e così abbando­nata! Ebbene! le lagrime ancora non vengono? Non è che un dolore a fior di nervi!
L’ Autore — (Sorridendo). Si, a fior di nervi.. Una piccola malinconia delicata...
La Caricatura — Come le tue migliori pagine... Allora, andiamocene! sento dei passi e non vorrei che fosse... (Trascinandolo). Andiamo, coraggio!...
(Poco dopo che sono scomparsi en­trano in scena Mirabella ed Alina)
Mirabella — Partiti, sono partiti! Alina, non lo vedrò più! Come sono infelice! E’ partito, non lo vedrò più! (Si lascia cadere sul sedile con la testa fra 
le mani nello stesso atteggiamento di Elsa).
Alina — Piangi?... Povera amica! Lui era più bello e non mi ha nemmeno guardato! (Va
sulla roccia a scrutare il fiume) Li vedo! Mirabella — (Alza vivamente la testa) Li vedi? dove sono?
Alina — Sono già nella barca (Mirabella ricade abbandonata) Ecco che partono... Come palpi­tano le vele! Si direbbero le ali di un cigno, di un cigno meraviglioso...
 

G. Vannicola.

 

 

 

G. Vannicola.

 


La casa dei Campana a Marradi

 

Non è la casa dove nacque Dino Campana, ma quella dove ha vissuto...

 

 

 


 

Enrico Gurioli su Giuseppe Vannicola

Dal libro di Enrico Gurioli, "Barche Amorrate", ed. Pendragon, ecco un bel brano dedicato a Giuseppe Vannicola.

La redazione ringrazia l'amico Enrico per averle permesso la pubblicazione.

 

Giuseppe Vannicola

 

 

Dino Campana restava un essere misterioso, oscuro e inquietante anche se la sua momentanea fama era arrivata fra quei tavoli dei caffè fiorentini, diventati  sempre meno ostili,  dove non c’era più Giuseppe Vannicola avendo egli  scelto di terminare la sua esistenza terrena a Capri, l’isola in cui i nomi più illustri della letteratura, della storia, della musica, dell'arte del suo tempo andavano per trascorrere l’inverno.[1] Capri era di moda; diventata non solo per gli stranieri una moderna Babilonia mediterranea: tutto vi era permesso, comportamenti licenziosi, sfrenate passioni etero e omosessuali, orge che facevano rivivere i tempi dell' imperatore Tiberio, il quale vi aveva costruito una sontuosa residenza che, secondo la tradizione, era teatro di dissolutezze. Vannicola affermava spesso “Bisogna vivere più di una vita! Spingere fino alla passione la curiosità di tutte le emozioni, moltiplicare ed esagerare se stesso e il mondo. Non più essere o non essere, ma essere e non essere, cioè essere e parere, vivere la propria vita e la propria leggenda”. A Capri cercava forse di respirare anche il clima della nobiltà russa  condannata all’esilio dai soviet  dei primi fermenti rivoluzionari cominciati nel 1905. Nino era stata l’ultima trasgressiva compagna del dandy Vannicola, il vero  maudit della scapigliatura fiorentina iniziato ai piaceri del fumo, dell’alcol, dell’assenzio, nei raffinati ambienti culturali parigini. Dopo una crisi mistica smaltita nell’Abbazia di Montecassino con la convinzione di prendere i voti, il richiamo di un mondo fatto di sigarette al mentolo, incerti rapporti sessuali e procaci donne fece tornare Giuseppe  Vannicola nel vizio e nel disordine della vita pagana, minando ulteriormente la salute di un organismo debole, infettato dalla sifilide e da una artrite deformante. Trasferitosi a Milano dalla provincia di Ascoli  divenne primo violinista della Scala e “Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino” come ricordava Marinetti. Poi a Firenze con il grande amore della sua vita  Olga de Lichnizki,  una bellissima donna dal fisico flessuoso e slanciato,  gravemente ammalata di quel mal sottile caratterizzante un’epoca conosciuta durante la sua permanenza lombarda.  Di antiche origini polacche e di vasta cultura nordeuropea frequentava, con il suo affascinante violinista di fama, i salotti letterari milanesi insistendo con lui affinché coltivasse maggiormente il proprio talento letterario. A lei “donna senza sole, sola” Giuseppe aveva dedicato il suo “romanzo” autobiografico Sonata Patetica; Papini dalle pagine del Leonardo scrisse una entusiastica recensione.  La coppia di innamorati  aveva successo a Milano sia per lo charme di lei sia per  il talento musicale di lui; erano nel giro dei letterati europei che ruotava attorno alla redazione della sontuosa rivista Poesia fondata e finanziata da Filippo Tommaso Marinetti, eppure Vannicola assecondò il proposito della Lichnizki di prendere stabile dimora a Firenze.  “Lì continuarono a ricevere “in comunione di musica” gli amici, dentro un salone che era “tutto una sinfonia di ori e biancori”, offrendo loro tè con pasticcini, serviti da camerieri in livrea e calze bianche. Vannicola cominciò a occuparsi prevalentemente di critica musicale, del rapporto fra arte e musica  e soprattutto dell’amore della sua vita con cui condivideva il proprio presente; erano  incapaci entrambi di fare qualsiasi economia. Gli eventi letterari di maggior importanza, relativi al primo periodo fiorentino, furono l’inizio della Revue du Nord di cui era  rédacteur en chef rivista interamente redatta in francese, pagata con i soldi della nobildonna  o come si mormorava dai  fondi segreti dell’ambasciata russa, coincise con l’uscita della terza opera, di nuovo dedicata all’amata: De profundis clamavi ad te. La rivista era tipograficamente curatissima, così come addirittura sontuosa si presentava la veste del libro, stampato su carta a mano con varie xilografie e sette tavole fuori testo in sanguigna del reggiano Giovanni Costetti “pittore misterioso e funereo, appassionato di Boecklin”, secondo Papini”[2]. L’eclettico letterato musicista si era spostato  poi a Roma dove aveva cominciato a frequentare André Gide, che lo avrebbe dipinto con noncalache “… sa face de tendre pulcinello; sa manie, quand il paie, de garder pour lui le cuivre et de laisser en pourboire l’argent. Noué comme un cep, amoreux comme un pampre”. 

Giovanni Papini: Giuseppe Vannicola

 

 

 

Visitatori di Capri, se vedete un fiore sugli scogli capresi non coglietelo,

lo fareste morire e rinsecchire come quell’uomo solo

e affamato che qui chiuse gli occhi

 per sempre il 10 agosto del 1915; guardatelo e pensando a lui

che morì col sole in fronte, dite solo: “Ciao, Giuseppe”.

 

Silvano Tognacci

 

 

(…) Poco prima della sua morte, Vannicola partì per Capri, dove gli capitò una curiosa storia, che ricorda un po’ la mia prima visita a lui.

Ad Anacapri viveva un ricco fabbricante svizzero, che soffriva di manìa di grandezza. O si dava a credere conte, cosa che era creduta senz’altro grazie alle sue ricchezze, o s’immaginava di essere ora un mecenate del teatro, ora uno scrittore, cosa per la quale occorreva una dimostrazione tangibile. Queste dimostrazioni apparvero sotto forma di opuscoli stampati in suo nome. Questa sua produzione pseudo-letteraria egli la pagava discretamente a scrittori bisognosi.

Ecco che Vannicola pensò di recarsi da lui per offrire la sua collaborazione. Non aveva mezzi per prendere una carrozza, non aveva forze per andare a piedi. Che fare ? Sulla piazza c’era una carrozza libera. Vannicola si dirige verso il cocchiere.

- Senti, caro. Tu stai qua a far niente, ma io ho bisogno di recarmi ad Anacapri. Ho un affare. Se il mio affare riesce, ti do cinque lire, se no, avresti perduto il tuo tempo lo stesso. Vuoi portarmi a queste condizioni ?

- Salite. Che Dio vi aiuti e l’affare riesca.

Arrivarono ad Anacapri. Vannicola andò dal fabbricante. La cameriera aprì, lo sogguardò misero e curvo, e rientrò per annunciarlo. Ritornò con cinque lire.

- Ecco, ve le manda il padrone - e sbattè la porta.

Vannicola tornò dal cocchiere, gli diede le cinque lire e disse:

- Piglia, l’affare è riuscito.

E’ triste scrivere questo, ma fu proprio così. Poco dopo Vannicola morì.

 

tratto da  M.N. Semenov, Bacco e Sirene, De Carlo ed. 1950

 

 


 Da: Giovanni Papini, Ritratti italiani (1904-1931)

Giuseppe Vannicola, 1915 

Firenze, Vallecchi, 1932   Giuseppe Vannicola, uomo peccante verso sè ed altri, ha pagato con la morte le sue colpe. E forse l’aveva già pagate colla vita che fu, specie negli anni ultimi, tristissima, misera e travagliosa. E nessuno potrà fargli i conti addosso, nè ora nè mai, e chi gli ha voluto bene specialmente.
Come me, ad esempio, che non l’ho conosciuto soltanto mal ridotta figura curva e verlainiana, cercante invano riposo e dimenticanza di città in città, di caffè in caffè, di casa in casa, ma anche lo vidi e l’amai nei giorni più belli, quando ancor dritto nella persona sperava ostinato in ideali di purezza e godeva dell’arte sua pienamente — cioè della musica, ch’era l’espressione più naturale della sua anima.

Leggi tutto: Giovanni Papini: Giuseppe Vannicola

Stefano Drei: Tre poeti e una contessa: un omaggio di Dino Campana a Giosue Carducci

Stefano Drei:  Tre poeti e una contessa: un omaggio di Dino Campana a Giosue Carducci  

  Dal sito del Liceo Torricelli di Faenza

  
(Pubblicato in Studi e ricerche del Liceo Torricelli, VII, Faenza, 2009, pp. 141-146)
Nel maggio del 1901, il senatore Giosue Carducci, celebrava il suo secondo “giubileo magistrale”: quarant’anni di insegnamento universitario. Gli anni veramente erano ormai quarantuno: lo faceva notare il festeggiato stesso1, che aveva esordito nell’anno accademico 1860-61. Ma anche il primo giubileo, quello del trentacinquesimo, era stato celebrato in ritardo, nel 1896. Carducci si era schermito, aveva protestato, ma poi si era adeguato2. Tutta l’Italia dunque faceva a gara nel celebrare il suo vate. Si organizzavano conferenze, si inviavano doni; nei quotidiani gli articoli di terza pagina debordavano fino alla prima. Gli alunni dello studio bolognese acclamarono pubblicamente il loro maestro il 27 maggio. Giunsero voti augurali dalla regina, dal presidente del  Consiglio, da personalità della cultura e della politica, da varie amministrazioni locali, da organizzazioni culturali, da scolaresche.

Più fortunati di altri, gli studenti del Liceo Torricelli di Faenza poterono incontrare personalmente questo monumento vivente delle patrie lettere. Luogo dell’incontro la  «dolce dimora» della «contessa Silvia molto amata» per usare le parole dell’epistolario. All’anagrafe, contessa Silvia Baroni Semitecolo in Pasolini Zanelli (1852-1920), ultima fiamma carducciana, residente nel palazzo Pasolini Zanelli, corso Mazzini, a pochi metri dal Palazzo degli Studi sede del Liceo. Il 26 maggio 1901, Il Piccolo, settimanale della diocesi di Faenza, scriveva:

Lunedì scorso giungeva a Faenza ospite del N.U. Conte Giuseppe Pasolini - Zanelli il poeta Sen. Giosuè Carducci.

Ci si riferisce che «in casa Pasolini ricevè la visita di più amici e ammiratori, e anche di una Commissione di studenti del nostro Liceo che gli portarono un eloquente indirizzo a stampa.

Il Poeta si mostrò con tutti gentile, affettuoso, gaio; e a quelli che l’avevano visto da non molto tempo pareva ritornato anche in buone condizioni fisiche».

Ripartiva il giorno dopo colla corsa delle 4 pomeridiane.

 

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