Dino Campana

 

Inquieto troviero

 

di Enrico Gurioli

 

da: L'Osservatore Romano, 15 Febbraio 2023

 

 

Il poeta Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto del 1885. Figlio di un compassato maestro elementare, rivelò presto una indole inquieta e una straordinaria sensibilità letteraria. Dopo aver frequentato il ginnasio al Collegio dei Salesiani a Faenza, fu iscritto dalla famiglia all'Università di Bologna e a Firenze, ma, incapace di adattarsi alla normalità borghese, per il suo comportamento stravagante ebbe a che fare spesso con la polizia di varie città italiane ed europee quanto con le istituzioni psichiatriche.

Preferiva viaggiare seguendo un suo percorso mentale, frequentando artisti e disadattati, bettole e biblioteche al solo scopo di coltivare una prepotente vocazione poetica non sempre compresa. Qualcuno aveva letto, forse, i suoi componimenti convinto di trovarsi di fronte a suggestioni visionarie di un folle con un robusto spirito creativo. Dirà di sé: 

 

“L'ultimo anno che ero a Bologna andavo un po’ all'Università, alle lezioni di letteratura: non mi occupavo più di tanto. Volevo studiare chimica, ma poi non studiai più nulla perché non mi andava; mi misi a studiare il piano. Quando avevo denaro spendevo tutto quello che avevo. Un po’ scrivevo, un po’ suonavo il piano. Così finii per squilibrarmi completamente. Era meglio se studiavo lettere.” 

 

Scarsità di denaro, costante stato di incertezza esistenziale e salute malferma erano le comuni scene di vita da bohémien di paese, il quale sembrava più influenzato da feconde amicizie con pittori nel tentare di uscire dall’angusto clima di provincia dei letterati blasonati. Ha usato la parola che dice per trascrivere in poco più di quattro anni i colori della sua esistenza da pellegrino dell’animo umano:

 

Come nell'ali rosse dei fanali
bianca e rossa nell'ombra del fanale
che bianca e lieve e tremula salì.

 

Pochi si accorsero che stava dipingendo, con la sua poesia, anche la vita di mare. Nell'autunno del 1912 Dino Campana, dopo una permanenza di almeno un anno in Argentina, torna a Bologna accolto e vissuto come un autentico poeta ispirato ed errante, riuscendo a far convivere la sua stravaganza con la brillante goliardia universitaria felsinea. 

L'8 dicembre 1912 sul numero unico del foglio goliardico "Il papiro" va in stampa una poesia dal titolo Le Cafard (Nostalgia del viaggio) frammento che sarà poi in parte edito nei Canti Orfici come Barche amorrate.

 

LE CAFARD

(Nostalgia del viaggio)

Le vele le vele le vele!

Che schioccano e frustano al vento

Che goa di vane sequele

Le veleson e tesson lamento

Con l’one!

Le vele le vele le vele…

 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Ai venti, ai venti, presso l’augurale

Forma di che affacciato a le fortune

L’inquieta prora ha il Sogno suo navale

Ah! Ch’io parta! Ch’io parta! E che un lontano

Giorno l’ultimo sonno in te laggiù

Dorma

             

Il testo è composto da tre parti le cui assonanze onomatopeiche danno vita a un quadro che sa di mare e di un porto sapido d’alghe, di vita vissuta a bordo e di salsedine. Sono temi marini, per altro ricorrenti nel progetto poetico di Campana, che confluiranno nella sua unica opera, i Canti Orfici, un esplosivo libro di poesie completo che verrà pubblicato da una modesta tipografia di Marradi solo nell'estate del 1914

Il termine usato nel titolo del frammento è preso dal francesismo avoir le cafard – essere depressi o melanconici - allocuzione nata nelle colonie francesi dell'Algeria e del Marocco, dove i militi della Legione Straniera, sofferenti per noia e malinconia, sparavano agli scarafaggi (les cafards) con i loro fucili dalle palizzate piantate fra le dune del deserto. Era l’inizio della depressione, della catatonia e di un disagio esistenziale, temi ricorrenti nei componimenti campaniani. 

L’espressione è presa dal Dictionnaire, un manuale redatto in lingua francese che serviva ai militari d’oltralpe per dialogare al meglio con i marittimi nei porti del Nord Africa imparando a conoscere la lingua sabir, un idioma del Mediterraneo che indica un insieme ben preciso di fonemi. 

Con tutta evidenza Dino conosceva bene il significato più profondo di questo modo di dire tutto francese tradotto in lingua inglese con «I am blue», uno slang che trova la sua massima espressione nei canti malinconici della popolazione nera d’America; il blues con la sua ricorrente blue note, la nota triste nell’accordo di cadenza della sesta napoletana. La stessa cadenza armonica del blues si ritrova nelle vidalitas argentine, nenie lente i cui versi sono di tema amoroso e allegri, accompagnati da una nenia sincopata. Il ritmo del tango.

C’è un pensiero triste in quel sottotitolo Nostalgia del viaggio reso più esplicito da una possibile piano di lettura derivante dal soggiorno di Campana alla foce del Rio de la Plata durante il suo viaggio in Argentina. Egli rivive a Buenos Aires il clima delle banchine dei porti, rivede le balle di juta, le botti accatastate da battere per sentire se siano colme di vino: gesti, suoni e ritmi che si ritroveranno nella poesia Batte Botte.

Là in Argentina Dino rivede le vele del Mediterraneo, incontrate a La Boca quartiere dei migranti genovesi dipinto e colorato in modo variegato con le vernici rimaste dal raddobbo delle imbarcazioni; così trova ispirazione poetica bazzicando i locali mal frequentati dell’angiporto dove si ballava la “milonga con cortes”, cioè il tango.  

In quegli ambienti Dino Campana aveva incontrato il tango-canción e conosciuto la cultura porteña.  Presumibilmente strimpellando il pianoforte nei locali malfamati dell’angiporto aveva assimilato una nuova musica e una nuova lingua: il lunfard. Un argot fatto da una serie di vocaboli che l’abitante di Buenos Aires, il porteño, utilizzava spesso in opposizione alla lingua comune, lo spagnolo castigliano.

In questo contesto Dino Campana conobbe anche la creazione di una particolare forma di parlare cifrato ottenuto dalla inversione nell'ordine delle sillabe di una singola parola o frase, chiamata vésre, ossia l'inverso di revés, che significa 'rovescio'.

Ecco che quindi, attraverso il vèsre, il tango risulta essere gotánamigo diviene gomíacabeza è zabeca ; nuovi vocaboli mescolati a tutti i segni di comunicazione e di significazione tra i codici della malavita di Buenos Aires con quelle innate regole del quartiere portuale de La Boca.

Questi luoghi di emigranti   portano direttamente Campana al tango suonato e ascoltato a Buenos Aires durante la sua permanenza in Argentina; agli uomini che ballavano con altri uomini, coppie di donne, donne che conducono il passo e uomini che fanno l'ocho, il sensualissimo giro di gambe come se fossero ballerine provette muovendosi con la stessa cadenza ritmica del blues usando nel canto le parole della nuova lingua sud americana: il lunfard: una lingua secondaria come il sabir.

Dino Campana conosce e impara molto del vocabolario del lunfard – sarebbe fare un torto alla sua vivace intelligenza e spirito di osservazione non sempre compreso, quando decide di cambiare il titolo Le Cafard in Barche amorrate per darlo a una poesiache si apre con un vérse o il suo revérs ” Le vele le vele le vele”  per finire poi  smorzate “da un onda volubile (.) in un ultimo schianto crudeleLe vele le vele le vele.” 

Il testo si chiude con la stessa frase dell’incipit e può essere letta anche a rovescio.  Viene subito da pensare che ci troviamo di fronte a scafi, visti dal molo, che si arenano o che finiscono a scogli come si dice in gergo. Dino Campana fissa e coniuga al participio passato il termine amu[o]rrar con il soggetto barche abbandonate nella morta gora del porto.

È l’utilizzo di un rivisitato sabirin in poesia, non di una lingua, né di un dialetto, né di un gergo: un termine scelto da un vocabolario composto da voci marinare di origini diverse che l’abitante di Buenos Aires utilizza in porto.  

Amu[o]rrar in lunfard[1] significa “lasciare abbandonato, andare in secco, arenare” corrisponde al genovese amurrà, termine nautico dal medesimo significato. Si tratta dunque di una barca lasciata abbandonata; cioè amorrata. 

Il titolo ritenuto incomprensibile per molto tempo in alcune edizioni dei Canti Orfici fu erroneamente corretto in Barche ammarate, cioè mentre scivolano lentamente in mare. È l’esatto opposto di ciò che Campana ha inteso dire.  La prima parte di Le cafard la cadenza ritmica della tangueada viene interrotta con una pausa, per continuare poi con un verso che è una coerente sequenza delle vele sferzate dai venti.

Questo accostamento letterario trova una spiegazione plausibile nella “inquieta prora” schiantatasi fra gli scogli del molo nel porto di Genova. Scritta sul retro di un foglio con data febbraio 1912, Dino Campana racconta in versi una preghiera dedicata a una figura lignea di Madonna che un tempo decorava, come polena, la prora di una galeotta irlandese che nell’inverno del 1636 naufragò per una burrasca improvvisa. 

La statua della Vergine con la corona in mano ed il bimbo in braccio fu trovata intatta, in mezzo al fasciame galleggiante; raccolta da due marittimi fu messa in un magazzino e ad essa si attribuì, poi il miracolo di aver salvato una bambina caduta dalla finestra dello stabile in cui era conservata.  

Successivamente la polena fu portata in solenne processione dai portuali per essere posta sul piedistallo della cappella aquilonare, - non cappello aquilonare come è stato erroneamente edito – che si trova nella parte settentrionale, della chiesa di Santi Vittore e Carlo a Genova.

Le influenze lessicali del viaggio a Buenos Aires non vennero subito colte dalla critica letteraria del tempo (provinciale), vissute come suggestioni visionarie di un folle e non realtà vissute da uno spirito creativo con un pensiero divergente. Per la critica Dino Campana in fondo era un poeta “sbagliato” più attento a tradurre i propri sistemi linguistici in frammenti di scrittura che impegnare sé stesso nella mediazione e rielaborazione ragionata di una descrizione letterale seppure senza invenzione alcuna. Scriveva indifeso.

Avendo anch’egli perso l’aureola poetica, scriveva ormai senza alcuna corona di alloro sul capo. Stava infangando la sacralità della poesia, assieme ai valori etici e morali della società di fine Ottocento. La purezza della sua lirica fu apprezzata soltanto da una ristretta cerchia di letterati. Suoi ostinati estimatori e amici.

Il poeta Dino Campana, morirà il primo marzo del 1932,sul finire di un gelido inverno, all’età di quarantasette anni, quattordici dei quali trascorsi in manicomio. Le cause della morte furono attribuite ufficialmente a una grave forma di setticemia provocata da un filo spinato arrugginito, mentre tentava di fuggire dalla casa psichiatrica di Castel Pulci in provincia di Firenze. Fuggiva da chi e per cosa questo irrequieto troviero dell’animo umano.

 

Enrico Gurioli 2022