Antonio Lanza: Nel migliore dei mondi possibili

Nel migliore dei mondi possibili, Dino Campana a Firenze

di Antonio Lanza

 

(Pubblicato su Metropoli il 4 marzo 2011, pag. 16)

 

Le tracce di Dino Campana a Firenze e nella sua provincia sono molteplici e copiose. Come i suoi versi e le sue lettere, scritte col sangue, anche i numerosi rapporti d'amicizia, amore, odio profondo che coltivò nel capoluogo toscano furono intensi, fatali. Due di queste tracce sono chiare, macroscopiche ed inequivocabili: la sua tomba, dove è seppellito a Badia a Settimo e una targa commemorativa che ci ricorda la sua presenza a Lastra a Signa tra il 1916 e il 1918.

Proprio qui, nel pieno centro storico di Lastra a Signa, al primo piano dell'allora Albergo Sanesi che il poeta visse una delle stagioni più tormentate della sua storia poetica e personale.

Campana all'epoca aveva 31 anni, era un poeta riconosciuto nel mondo culturale fiorentino e Dio solo sa perché non aveva trovato ancora pace. In questi anni il padre Giovanni e la madre Francesca si trasferiscono a Lastra a Signa. Il sogno dell'amore di Dino con Sibilla Aleramo nasce e muore in questo ultimo battito d'ali del poeta, dando vita ad una storia di viaggi, conflitti, tormenti. Ritornano antichi fantasmi come la vicenda del suo manoscritto originale Il più lungo giorno che lui afferma essergli stato sottratto da Papini e Soffici. L'animo di Dino è rasserenato dalla pubblicazione dei Canti Orfici di Marradi, ma tormentato dai gravosi problemi fisici e dai disturbi che iniziano a condizionarlo pesantemente. Il suo libro ha circolato da Roma a Genova, in tutti quegli ambienti letterari nei quali Campana era conosciuto anche grazie all'aiuto della poetessa sua amante. Tra il Barco, Marradi, Marina di Pisa e il Lungarno Acciaoli dove Sibilla aveva un appartamento malconcio, si snoda una storia d'amore tra le più raccontate. La base di ritorno dai viaggi, dai litigi, dalle rare immersioni poetiche ed amorose dei due amanti, finivano per Dino quasi sempre qui, nella residenza dei genitori, che gli passavano 60 lire al mese per mantenersi. Da qui la madre di Dino, Fanny scrive anche a Sibilla, pregandola di accordare a Dino quella comprensione di donna che la poetessa aveva forse esaurito dopo essere fuggita da un matrimonio violento e infelice. Durante le sue pause dai vagabondaggi di cui la sua poesia si nutriva, Campana passò di certo lunghi giorni di solitudine e rammarico in un angolo della stanza dell'Albergo Sanesi, dove scriveva e scriveva. Lettere, soprattutto. Una di queste fu indirizzata al fratello Manlio che presumibilmente in quegli anni era di stanza a Siena, forse per lavoro, al quale dice: “Si ha quello che si vuole, qualcosa ho già fatto”.

Accoglierlo nella loro residenza lastrigiana per Giovanni e Fanny in questi anni era un estremo tentativo di sistemare la vita a quel figliolo disgraziato. Il padre ormai aveva rinunciato a dare consigli a Dino e si rassegnava a quello che il destino gli avrebbe preparato. Forse pensava di avergli fatto già abbastanza del male, rinchiudendolo in collegio a dodici anni e poi in manicomio a 17.

In questi anni probabilmente Dino trova quel po' di pace che non riusciranno a dargli i tentativi di ricovero sulle coste toscane. Da Lastra a Signa va a stare sulla costa livornese dalla pittrice marradese Bianca Fabroni. Mentre si trova sulla spianata di Cavalleggeri sul porto di Livorno, forse per insidiare qualche bella borghese, viene arrestato. La polizia perquisisce la sua stanza e trova le copie del suo libro con la dedica Die tragodie des letzen Germanen in Italien. Viene accusato di essere un sovversivo visto che l'Italia dichiarava guerra alla Germania. Ma se la cava riuscendo a tornare indenne al Sanesi. Finisce però sulle pagine della cronaca locale del Telegrafo, deriso dal giornalista Athos Gastone Banti che non contento gli invia una copia del giornale. Infuriato sfida Banti a duello e si sceglie come suo padrino, Mario Moschi scultore signese con il quale sembrava aver stretto una buona amicizia.

Il Moschi però si defilò opportunamente per evitare di entrare in quella rognosa vicenda di “generali e conti dell'acciaia”. Quando le acque si calmarono il suo destino però era ormai segnato. Di lì a pochi mesi Dino Campana viene internato a San Salvi e poi trasferito a Castel Pulci, forse per stare vicino alla famiglia che di tanto in tanto gli faceva delle visite. Quale fu l'episodio che scatenò l'ordinanza di internamento da parte dell'allora sindaco di Lastra a Signa non ci è dato sapere. Quel che resta di Dino Campana sono le sue poesie, le sue storie tra le quali con tutta probabilità le ultime le scrisse proprio al primo piano dell'albergo Sanesi di Lastra a Signa. Storie da inviare al suo amico Novaro per la Riviera Ligure, dove ormai cercava di affermare la sua potenza poetica di certo scemata rispetto ai Canti, ma sempre profonda, acuta e pungente. Fu proprio in questo caso che scrisse una delle sue famose frasi che viene intesa da molti studiosi anche come testamento di volontà del poeta: “Mi sono sempre battuto in condizioni così sfavorevoli che desidererei farlo alla pari. Sono molto modesto e non vi domando amici altro segno che il gesto. Il resto non vi riguarda”.   


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