Dino Campana - Dino Campana

  • Alfredo Gargiulo: Dino Campana

    L'importante saggio di Alfredo Gargiulo, da "L’Italia Letteraria", IX, 1933, 9 pp. 1-2.

    La redazione ringrazia gli amici Gabriel Cacho Millet e Luigi Corsetti della Biblioteca di Poggio a Caiano, che hanno reso possibile questa pubblicazione. 

    Ritaglio articolo di Gargiulo su Campana - incipitPur attraverso il solito schema dell’ « infelice di genio », la figura di Campana uomo è abbastanza nota. E comunque son da vedere, per la biografia, l’articolo del Soffici: Dino Campana a Firenze,e la prefazione del Binazzi all’Opera completa. Senonchè, circa le doti del Campana quali risultarono piuttosto dalla vita, a noi non sembra utile alcun rilievo: tranne forse questo. Racconta il Binazzi (ed altre testimonianze concordano): « a certi momenti, quando le facoltà luminose del suo intelletto, accendendosi tutte, lo ponevano in istato di grazia, riusciva a dir delle cose addirittura meravigliose, anche per profondità. Sentenziava di popoli e di stirpi con acume di storico lungimirante, caratterizzava l’arte o la poesia dei vari popoli con tocchi da maestro ». Infatti, a ben guardare, ogni altro dato biografico non c’interessa; se non è poi neanche vero che le deficienze dello scrittore già accusino specificamente lo squilibrio cui alla fine soggiacque l’uomo.Passando allo scrittore come non avvertire, preliminarmente, che la poesia del Campana resta invece, ancora oggi, in una sorta di limbo? La critica aiutò pochissimo; e si dica lo stesso delle scelte antologiche. In sostanza fu in gioco anche qui la tendenza a perfezionare il « tipo ». Da una parte con l’esagerazione della grandezza; valga ad esempio il generoso abbaglio del Binazzi: « Piano piano venne nella persuasione - giusta del resto – di essere un poeta grandissimo e che nessun elogio gli fosse adeguato ». Dall’altra con l’esagerazione dello squilibrio: il Boine polemizzava contro i finti pazzi, a favore di questo « pazzo sul serio »; e certe « limpide pagine di osservate serenità » gli parvero dunque ottenute soltanto a prezzo di incubi, vertigini, « morbosità luminescenti », « disperazioni d’irrealtà », « allucinata febbre »... Che fu tutto un concitato e immaginoso discorso. Singolarmente però va ricordata la semplicissima « sanità », attribuita al mondo poetico del Campana.

  • Antonella Poggiali: Dino e Sibilla, due scritture e due personalità a confronto

    Antonella Poggiali: Una analisi grafologica per la coppia più celebre della poesia italiana

     

     

    Antonella Poggiali con Paolo Pianigiani nel 2009, alla Marucelliana

    Davanti a Il Più lungo giorno di Dino Campana

     

    Sto percorrendo, nel silenzio di una mattinata autunnale ancora piena di sole, la piana di Badia a Settimo, a 10 minuti di strada da Firenze. A destra campi incolti, a sinistra fabbriche, magazzini, case squadrate nella loro geometria spoglia. Persa nei meandri polverosi di questa grigia periferia industriale dispero di poter recuperare l'orientamento e ritrovare la giusta direzione e non mi accorgo che si sta materalizzando, in lontananza, l'oggetto del mio girovagare: la Badia di San Salvatore a Settimo. La prima cosa che vedo è il campanile, elegante, leggero, svettante su di una nuvola di fogliame verde scuro. Poi il sentierino lungo e ghiaioso che mi conduce sul sagrato della chiesa, rossa di mattoni. Entro. Nella penombra, sulla sinistra accanto all'organo, una semplice lapide in pietra serena con un nome e due date:

     

    DINO CAMPANA
    POETA
    1885-1932

  • Antonio Castronuovo: Un'ignota cartolina di Dino Campana

     
    Un’ignota cartolina di Dino Campana
     
    di Antonio Castronuovo 
     
    Da "La Rassegna della Letteratura Italiana”, a. 106, serie IX, luglio-dicembre 2002
     
    In una cartella dell’Archivio Luigi Orsini conservato presso la Biblioteca Comunale di Imola è custodita una cartolina di Dino Campana assente nelle diverse edizioni di lettere  del poeta  di Marradi. Il documento consente  di ricostruire  alcuni tratti della  biografia  campaniana nell’agosto del 1917. La cartolina è contenuta in un foglietto bianco piegato in due, a mo’ di custodia, sul quale appare una scritta di pugno di Luigi Orsini: «Dino  Campana di Modigliana». Va notato che quello di Luigi Orsini è un archivio abbastanza  anomalo: sembra preparato dall’autore in vista della conservazione postuma, con molte  glosse stilate di sua mano. La  cartolina  raffigura  in  bianco e  nero un panorama  di Marradi, il paese  nativo di  Campana. Sul retro, sotto lo spazio per  l’indirizzo, appare  la  stampigliatura  che  classifica l’immagine e ne fissa la data di produzione: «Ufficio Rev. Stampa – Milano, 4.7.1917  –  N. 1392». Il timbro postale  sull’affrancatura  è  ben  leggibile:  «Marradi, Firenze, 19.8.17». La  cartolina  è  indirizzata  al «Prof. poeta / Luigi Orsini / Imola»  e  contiene il seguente testo in colonna:
     
    Rispettosi  
    saluti  
    devmo  
    Dino Campana
    (soffre)  
    Marradi.
     
    A matita, sotto le parole campaniane, spicca l’annotazione: 
     
    autore dei «Canti Orfici»  
    morto pazzo
     
    Innanzitutto un breve  cenno su Luigi Orsini, nipote  di quel Felice Orsini che  aveva  attentato alla vita di Napoleone III (Luigi era figlio del fratello di Felice). Nato a Imola il 13  novembre 1873, si laureò in  giurisprudenza  a Bologna  dove conobbe  Pascoli e  Carducci. Dal 1911  al 1938  tenne  la  cattedra  di Letteratura  poetica e  drammatica al regio Conservatorio di Milano. Era  una  cattedra  di prestigio, dato che  Orsini era  subentrato a Emilio Praga e a Giuseppe Giacosa e che dopo di lui fu tenuta da Salvatore  Quasimodo. Collaborò a diversi giornali, quali “Il popolo d'Italia”, “Il resto del carlino”, “L'illustrazione italiana”. Visse a Milano, ma restò sempre legato alla sua Romagna: fu tra i fondatori della rivista  “La Romagna nella storia, nelle lettere e nelle arti” e della  “Associazione  per  Imola storico–artistica”. Morì a Imola  l'8  novembre  1954. 
  • Antonio Lanza, Dino Campana, l'Alchimia della parola

     

     


     

    Dino Campana

    L'alchimista della parola

    di Antonio Lanza


    Collana: Sorbonne , Novità 
    ISBN: 978-88-6799-249-2

    Formato: 12 x 18
    Pagine: 144
    Legatura: brossura 

     

    «Io sono indifferente, io che vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno sputato addosso dall’età di 14 anni, spero che qualcheduno vorrà al fine infilarmi. Ma sappiate che non infilerete un sacco di pus, ma l’alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue»

    Dino Campana è stato un’anomalia nella storia della letteratura italiana: «Il poeta di una breve stagione» scrisse Eugenio Montale che definì la sua poesia in prosa come «europea musicale colorita». È per questo che a distanza di un secolo la sua poesia, legata indissolubilmente alla sua odissea biografica, continua ad affascinare molti lettori. Dopo la morte in manicomio nel 1932, i più importanti intellettuali italiani, da Alfonso Gatto a Carmelo Bene a Sebastiano Vassalli, hanno rivalutato la figura del poeta di Marradi definendolo in tanti modi: «poeta notturno», «poeta visivo» e persino «poeta maledetto». Perseguitato dal seme della follia fin dall’infanzia, in conflitto con gli intellettuali sostenitori del Futurismo, vittima di un amore impossibile con la scrittrice Sibilla Aleramo, Campana è riconosciuto oggi come uno dei più grandi poeti del ‘ 900, vissuto unicamente al servizio della «parola», ostile fino all’ultimo a un sistema di valori e a una società che stavano andando rapidamente in pezzi.

     

  • Ardengo Soffici: La tarantella dei pederasti

    Il quadro di Soffici esposto alla mostra futurista organizzata alla Libreria Gonnelli di Firenze, il 30 Novembre 1913.

    La mostra ebbe uno straordinario visitatore orfico: Dino Campana

     

    Quadro di Ardengo Soffici

       
       
  • Carlo Bo: La notte di Dino Campana

     

    La notte di Dino Campana

    di Carlo Bo

    Pubblicato su "Resine",

    numero doppio n. 58-59,

     Marco Sabatelli Editore, Savona, 1994

    Dagli Atti del Convegno di studi svoltosi a Genova e a La Spezia dal 11 al 13 Giugno 1992.

     

    C'è nella storia della poesia italiana del Novecento un caso che prima ha stupito e disorientato e poi generato una serie di equivoci: è il caso di Dino Campana. I motivi maggiori di questo difficile approccio vanno ricercati soprattutto nella leggenda che fin da principio ha accompagnato l'opera di questo poeta. Campana era per natura un irregolare, uno che difficilmente trovava una sua vera identificazione e che nella vita quotidiana non riuscì mai a prospettarsi una sistemazione appena soddisfacente. All'origine c'è la malattia che ha avvelenato la sua esistenza, una malattia che era già della sua famiglia e che allora aveva un solo nome, la follia.

  • Da Gonnelli, venerdì 5 Dicembre...

     

  • Dino Campana a Giuseppe Prezzolini

    seconda pagina della lettera di Dino Campana a Giuseppe Prezzolini

     

    Marradi, 6 Gennaio 1914

    Dino sta cercando l'editore del suo libro. Scrive a Prezzolini per trovare conforto e aiuto.

    Completa la lettera con una trascrizione de La Chimera.

    Dall'America, dove si era trasferito, Giuseppe Prezzolini inviò alla rivista romana "IL Caffè"  la trascrizione di quella vecchia lettera alla quale non aveva risposto.

    Fu pubblicata nel Febbraio del 1955.

    Il documento è conservato a Lugano, presso l'Archivio Prezzolini.

    La redazione ringrazia la Direttrice Diana Ruesch per averci permesso la pubblicazione di questo importante documento.

     

     

     

     

     

     

     

     

       
       
  • Dino Campana: Dolce illusorio Sud

     

     

    Ho sempre detto al mio amico e maestro Gabriel Cacho Millet, che le introduzioni dei suoi tanti libri dedicati a Dino Campana sono un puro concentrato di conoscenza e di stile. E che sarebbe stato bello un giorno raccoglierle tutti insieme.

    Comincio con questa, che introduce una pubblicazione dell'amico Claudio Corrivetti delle Edizioni Postcart di Roma, dove si raccontano le vicende e si pubblicano i testi originali che il Marradese (solo Gabriel chiamava così Dino Campana) consegnò a Papini, e che Papini solo in parte gli restituì, per motivi che non sapremo mai.

    Il brano che dà il titolo al libro è davvero bello, un "pezzo di minerale poetico", come avrebbe detto De Robertis. Dino non lo inserì nei Canti Orfici e lo possiamo leggere solo grazie a un Argentino, innamorato della poesia, giunto chissà perché dalle nostre parti.

    Ringrazio Claudio per avermi autorizzato la pubblicazione.

    Paolo Pianigiani

     


      

    INTRODUZIONE

      

    Un tardo poeta germanicus sperduto nei paesi del sud.

                                                                    E. Montale

      

    «Chi legge le mie parole sta inventandole», dice Jorge Luis Borges in un verso memorabile, nel quale adombra la sua poetica sul lettore come autore.

  • Domenico de Robertis: Per un più lungo giorno

     

     

     

     

    Domenico de Robertis 

     

    PER UN PIÙ LUNGO GIORNO

     

       Quando Dino Campana affidò a Papini e a Soffici, l'in­verno del 1913, il manoscritto di quella raccolta di poe­sie e di prose che oggi sappiamo s'intitolavaII più lungo giorno,senza volerlo si era premunito per una lunga lati­tanza del suo libro; e, in un certo senso, aveva coope­rato alla sua sparizione. Il manoscritto era nato per du­rare e sopravvivere (è, oggi, il meglio conservato degli autografi di Campana); e per durare e sopravvivere più a lungo di quanto non sia rimasto sepolto tra le carte di Soffici aveva, se così si può dire, la vocazione dell'oblio. A quella data per noi abbastanza remota, un anno avanti la prima guerra mondiale, il libretto su cui Campana ave­va trascritto il nucleo fondamentale di quelli che saranno iCanti orficipoteva avere forse due secoli! Dopo la no­tizia della sua ricomparsa, e l'emozione di ritrovarci da­vanti questo libro amato e perduto, proprioperdutamente amato,è stata questa, almeno per me, la sorpresa più grossa del vivo incontro col manoscritto delPiù lungo giorno

       Il manoscritto, per gentile concessione della famiglia Campana, è esposto nella sala attigua, per il breve spazio di questo Convegno, nella mostra di autografi e docu­menti organizzata dal Comitato promotore: aperto ad una delle sue pagine più significative (quella che all'inizio della prima parte, con un titolo quanto mai suggestivo, affronta, a mo' di dichiarazione di poetica, proprio una citazione sofficiana). Accanto, se ne può vedere l'aspetto esterno, la copertina e la legatura: ma non per effetto di alcuno smembramento, e nemmeno, nell'età della ripro­duzione e della duplicazione, per un magico processo di sdoppiamento. Si tratta di un manoscritto d'identica fat­tura che non mi è stato troppo difficile individuare, tanto comune ne è il modello, nella biblioteca dell'Accademia della Crusca (dove reca il n. 67), e che l'Accademia stessa ha consentito che fosse qui presente. Composizione, for­mato, tipo di carta, così come la copertina e la legatura, sono gli stessi. L'unica cosa che non coincide è, ovvia­mente, la scrittura. Esso contiene il « Supplemento » al Vocabolario della Crusca del conte Pietro di Calepio, scrit­to di suo pugno, probabilmente intorno al 1724. La pre­senza di annotazioni di Anton Maria Salvini non ci per­mette di scendere al di qua del 1729. 

  • Emilio Cecchi: Dino Campana

    Emilio Cecchi

    Dino Campana 

     

     

     

     

     La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

     

      

    Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

    Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

    Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

    L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

     

    Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

    E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

    Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

  • Enrico Falqui: Il Manoscritto

     

     

     

     Enrico Falqui

     

    IL MANOSCRITTO RITROVATO

       

       Ormai ci si era rassegnati a considerare chiusa per sem­pre, e nel peggiore dei modi, la storia del manoscritto ori­ginario deiCanti orfici.Triste e drammatica, se mai ve ne fu di somigliante presso di noi. All'ingrosso è più o meno risaputa da tutti coloro che s'interessano alle fac­cende della poesia; e da tutti è stata, fino ad oggi, com­pianta, tranne in fondo dai due ai quali è giocoforza at­tribuirne la responsabilità. Consegnato dal Campana a Papini e a Soffici affinché lo aiutassero a pubblicarlo, e da Papini a sua volta trasmesso a Soffici, nell'inverno del 1913, quel manoscritto fu perduto e quanto rovinoso sia stato per Campana lo smarrimento è documentato da lettere e testimonianze innumerevoli. Se volle, a sue spese, stampare iCanti orficiin una tipografia di Marradi nel 1914, dovette ricomporli e ricostruirli a memoria. Con quale sforzo e strazio si lascia immaginare.

  • Fausto Tuscano: Aspetti del pensiero musicale negli Orfici

     

     Aspetti del pensiero musicale dei Canti Orfici

    di Fausto Tuscano

      

    «Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bi­sogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bi­sogno di essere stampato.»[1] — così Dino Campana da Marradi il 6 gennaio del 1914 a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina «LaVoce». «Per provarmi che esisto», scrive. E la poesia che dà senso alla vita. La storia della pubblicazione dell'opera di Campana è nota. Prezzolini non risponde alla lettera. La richiesta inutile è un altro fallimento che si aggiunge ad una serie, lunga, di fallimenti non solo professionali ma anche affettivi, esistenziali. Il libro, che contiene poesie che il giovane poeta ha composto e raccolto ne­gli ultimi dieci anni trascorsi viaggiando per il mondo, tra Firenze e Bologna, da Genova alla Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, l'Argentina, è stampato a Marradi nell'estate del 1914, con i soldi di una colletta, dal tipografo Ravagli. Nel dicembre dell'anno prima, a Firenze, Campana aveva consegnato il manoscritto (un'unica copia) a due tra gli intellettuali fiorentini più in vista del momento, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, con la speranza che lo leg­gessero e lo pubblicassero, magari sulla nuova rivista «Lacerba». I due promi­sero di leggere, ma persero il manoscritto. La raccolta, che si chiamava li più lungo giorno, poteva essere una novità letteraria importante. Il poeta dedica la prima metà del 1914 alla ricostruzione/ri elaborazione — in parte a memoria — delle poesie perdute. (Il manoscritto perduto salterà fuori solo nel 1971, a casa di Soffici).[2] Il libro pubblicato nel 1914 ha un nuovo titolo: Canti Orfici.

     

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    [1] D.Campana,Lettere di un povero diavolo. Carteggio (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998),a cura di G. Cacho Millet, Firenze, Ed. Polistampa, 2011, p. 21.

    [2] Cfr. P.Pianigiani,Le carte vaganti di Dino Campana. Le carte e i manoscritti: un viaggio senza fine,in http://www.campanadino.it/plausi-e-botte/ 106-paolo-pianigiani-le-carte-vaganti-di-dino-carnpana.html (Prima pubblicazione: 30/10/2004).

  • Gabriel Cacho Millet e Italo Calvino, solfeggiando "Genova"

                                Con Calvino, solfeggiando "Genova",  a Buenos Aires        

    di Gabriel Cacho Millet

     

     

    Non ho mai saputo cosa sia veramente accaduto il giorno dell'inaugurazione dello stand italiano nella  Xª Edición de la Feria Internacional del Libro tenuta a Buenos Aires nel 1984. L'episodio, comunque ha a che fare con una mia versione in spagnolo della poesia  Genova  con cui  Dino Campana ha voluto chiudere il suo unico libro, Canti Orfici.

    Ero stato invitato insieme a Italo Calvino all'evento col compito di parlare dei soggiorni in Argentina di Dino Campana (1908) Carlo Emilio Gadda (1922) e Luigi Pirandello (1927, 1933). Calvino, ospite ufficiale, doveva invece inaugurare lo stand italiano analizzando  le sensazioni che provava ogni volta che visitava una grande esposizione  al momento di perdersi "in questo mare di carta stampata, in questo firmamento sterminato di copertine colorate, in questo pulviscolo di caratteri tipografici".

  • Gabriel Cacho Millet: Il Manoscritto di Campana

     

     

     

     

    Pubblico, senza correzione alcuna, la lettera che Gabriel Cacho Millet scrisse al prof. Borsani, insieme al testo dell'articolo sul ritrovamento de "Il più lungo giorno".

    (Paolo Pianigiani)

     


     

     

    Caro Prof. Borsani,

        la prego, prima di dare alle stampe questo scritto, di riguardare l'italiano: anche avendo la massima cura, qualche "spagnolate"  scappa sempre al mio controlo. Mi telefoni, se ha qualche cosa da dirmi.  Suo

                                                                                             Gabriel Cacho Millet

     In fondo alla bibliografia ho inserito eventuali didascalie per foto e documenti, spediti da Claudio Corrivetti  per posta elettronica. Vale!

  • Gabriel Cacho Millet: L'introduzione al Carteggio (1903-1931)

     

     

    Prologo

    Da: Dino Campana, Lettere di un povero diavolo, Carteggio (1903-1931)

    A cura di Gabriel Cacho Millet

    Edizioni Polistampa, Firenze, 2011

     

    Ricostruire un carteggio è come edificare un tempio: pietra su pietra. È un'opera che richiede tempo e pazienza. Si diventa detective e si insegue la preda, come i cac­ciatori, cercando tracce, annusando, fiutando. Ian Gibson, il biografo di Federico Garçia Lorca, scrive che non puoi mandare nessuno al posto tuo, perché ciò che potresti scoprire non sarebbe visto dall'altro come lo vedi tu. E quando trovi il pezzo che cercavi, la lettera che mancava, quella che ti permette di completare, almeno in parte, il tuo puzzle, è quasi un'estasi. E se così non fosse, non si continuerebbe a cer­care: invece ogni giorno ci riserva un'avventura, piccola o grande che sia. Perso­nalmente, ho finito per mettere Dino Campana nei miei sogni. E ciò da quando, nel lontano 1978, pubblicai con Vanni ScheiwillerLe mie lettere sono fatte per essere bruciate,primo carteggio del poeta di Marradi con gli uomini del suo tempo. Cer­cai allora, e cerco ancora oggi, di fare in modo che ogni lettera possa essere letta nei suoi minimi particolari, chiarificando, fin dove mi è possibile, ogni dubbio, perché è mia intenzione, al di là della "confusione di spirito" dello scrittore, che il lettore possa leggerlo come se si trattasse di un classico. Sono i lettori che decidono quando un poeta è, o no, un classico.

     

  • Gianfranco Contini: Campana poeta visivo

    Gianfranco ContiniVisions de route, de campagne, de voyage à pied, d’alcools: queste sono le Illuminations in un rigo, quali, più o meno esattamente, ha creduto di poterle riassumere Thibaudet, o è un sommario dei Canti orfici (un po’ meno alcoolici, un po’ meno afrodisiaci)? Già col raccogliere, sullo stesso piano, poesie e prose, lunghe solo fino all’esaurimento d’un tema, o d’una catena tematica, di passeggiata, e raccoglierle sotto quel titolo, Campana poneva se stesso, proprio negli anni della «scoperta» di Soffici, come un Rimbaud italiano; si faceva leggere nella chiave, nel ruolo d’un «voyant».

  • I cento anni degli Orfici

    I cento anni degli Orfici

    di Paolo Pianigiani

     

     

    Cento anni fa, presso la libreria della Voce e presso Gonnelli, a Firenze, comparve improvvisamente il librino con la copertina gialla, quasi francese, come ebbe a dire Soffici. Lo notarono in pochi, nonostante la pubblicità, apparsa su alcuni giornali dell'epoca. Fu necessario che l'Autore, così come aveva fatto per la stampa, provvedesse da solo alla divulgazione e allo spaccio. Ed eccolo, come ci dice la leggenda, arrivare da Marradi, carico di libri, pronto a fermare i passanti, o a disturbare ai tavoli gli avventori alle Giubbe Rosse. 

    Ma sono serviti cento anni a far comprendere il Canti Orfici? E' un libro ancora aperto, che non ha dispiegato completamente tutto il suo messaggio. Nonostante le tante edizioni, o le vulgate, da quelle anastatiche e splendide, a quelle date in omaggio o quasi, insieme ai giornali. Sul web i Canti sono diffusi da tempo, scaricabili senza dover pagare nulla, nemmeno le 2 Lire (con lo sconto) che praticava Dino. Brunino Ravagli glieli stampava, non tutti insieme, ma volta per volta, per mezzo franco l'uno. Il margine di due Lire non era male, per lui, che riceveva una somma simile, al giorno, per campare.

    Noi, qui dal sito di Dino Campana, auguriamo al nostro poeta di essere per sempre motivo e stimolo di curioso interesse. Anche dopo i cento anni trascorsi dalla prima edizione. 

     

  • Il sito di Dino Campana si rinnova...

     

    Il sito campanadino com'era...

     

    di Paolo Pianigiani

     

    Abbiamo il piacere di comunicare ai nostri "visitatori orfici" che il sito dedicato a Dino Campana ha da oggi una nuova veste. L'immenso archivio che da sempre rappresenta terreno di caccia e di studio per tanti studenti e appassionati avrà una più semplice modalità d'accesso e la necessaria fruibilità, indispensabile a ricerche mirate.

    Auguriamo a tutti buona visione.

    La redazione

  • Irene Giuffrida: intervista a Gabriel...

     

    Al centro con cravatta rossa, Gabriel Cacho Millet con i suoi amici toscani: Silvano e Paolo.

    In secondo piano Mauro Pagliai di Polistampa e Giuseppe Matulli.

    Siamo alla presentazione del Carteggio di Dino Campana, al Vieussex, nel 2012

     

    Un ricordo che non è un ricordo:

    Gabriel Cacho Millet

    di Paolo Pianigiani

    Gabriel non è più con noi. Se n'è andato durante lo scorso Natale, ancora nel 2016. Stava lavorando a un libro su Carnevali e chissà a cos'altro. Non si fermava mai. Questo sito nacque 15 anni fa, dal nostro incontro. Lo avevo cercato, lui introvabile, attraverso amici comuni. Fu Franco Scalini, da Marradi, a mandarmi il suo telefono. Dopo quella telefonata per me Campana, smise di essere un mistero e diventò un poeta. Un poeta di cui raccontare la storia. Il sito di Campana nacque con la sua direzione, sempre vigile e attenta, anche se non dichiarata. Oggi che non c'è più, il sito continua la sua strada con minor vigore, ma con la consapevolezza che abbiamo un esempio da seguire. Quello di Gabriel. Che ci ha insegnato il suo metodo e il suo rigore. E la sua infinita umanità.

    Ricordo Gabriel pubblicando questa intervista, curata da Irene Giuffrida, uscita su giornali siciliani in occasione della presentazione del suo libro, bellissimo, edito dall'amico Corrivetti. "Non si avrà ragione di me". In questa intervista, curata da Irene Giuffrida, Gabriel si racconta...


     

    Intervista a Gabriel Cacho Millet

    di Irene Giuffrida

     

    E’ da poco uscito “Non si avrà ragione di me. Poeti del Novecento per Dino Campana”, un omaggio al tormentato artista dei Canti Orfici. L’autore Gabriel Cacho Millet, esponente di punta della letteratura sudamericana, e appassionato studioso dell’opera di Dino Campana  ci racconta, in questa intervista,  la sua ultima fatica letteraria e i suoi più recenti  progetti per il futuro…  

     

    1)     Lei è tra i più grandi ricercatori e studiosi dell’opera di Dino Campana.

    Non esageriamo. Non voglio montarmi la testa. Dica che sono un buon studioso, un campaniano “de corazón”. Niente altro.

    2)     Com’ è avvenuto questo incontro magico? Quale situazione, o quale testo, ha acceso il suo entusiasmo?

    E’ una lunga storia iniziata circa 40 anni fa, quando intrapresi la traduzione di una raccolta di poesie di Campana ispirate al paesaggio sudamericano. Non sentivo una piena soddisfazione in relazione al mio lavoro nonostante il mio editore lo trovasse ben fatto; il passaggio da una lingua ad un’altra sottraeva qualcosa al godimento della fruizione letteraria, si perdeva cioè, con la traduzione, un elemento ineffabile, intraducibile, presente nell’opera in lingua originale: la musicalità insita in quei versi. Quando però l’editore, in seguito, mi chiese di non continuare nel lavoro di traduzione, perché quelle poesie erano già state tradotte da qualcun altro, provai un forte senso di rabbia e di delusione dentro di me. E decisi di andare fino in fondo con Lui e con la sua avventura… Leggendo e studiando vidi delinearsi sempre più nettamente in me l’idea di un Dino Campana personaggio di teatro, specie dopo aver letto le  interviste del dott. Pariani al Poeta  nel Manicomio di Castel Pulci. Dopo quelle letture ho sentito il bisogno di scavare nella sua vita e per anni ho percorso un po’ tutta Italia dietro le sue tracce parlando con gente che l’aveva conosciuto, ricercando in archivi privati e pubblici… Da quell’andare dietro il poeta orfico nacque la prima raccolta di lettere campaniane, edite col titolo “Le mie lettere sono fatte per essere bruciate” e il monologo “Quasi un uomo” portato da Mario Maranzana nei teatri di tutta Italia, e anche a Parigi nell’ambito di un convegno sul Poeta.    

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