Dino Campana - Dino Campana

  • Antonio Lanza, Dino Campana, l'Alchimia della parola

     

     


     

    Dino Campana

    L'alchimista della parola

    di Antonio Lanza


    Collana: Sorbonne , Novità 
    ISBN: 978-88-6799-249-2

    Formato: 12 x 18
    Pagine: 144
    Legatura: brossura 

     

    «Io sono indifferente, io che vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno sputato addosso dall’età di 14 anni, spero che qualcheduno vorrà al fine infilarmi. Ma sappiate che non infilerete un sacco di pus, ma l’alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue»

    Dino Campana è stato un’anomalia nella storia della letteratura italiana: «Il poeta di una breve stagione» scrisse Eugenio Montale che definì la sua poesia in prosa come «europea musicale colorita». È per questo che a distanza di un secolo la sua poesia, legata indissolubilmente alla sua odissea biografica, continua ad affascinare molti lettori. Dopo la morte in manicomio nel 1932, i più importanti intellettuali italiani, da Alfonso Gatto a Carmelo Bene a Sebastiano Vassalli, hanno rivalutato la figura del poeta di Marradi definendolo in tanti modi: «poeta notturno», «poeta visivo» e persino «poeta maledetto». Perseguitato dal seme della follia fin dall’infanzia, in conflitto con gli intellettuali sostenitori del Futurismo, vittima di un amore impossibile con la scrittrice Sibilla Aleramo, Campana è riconosciuto oggi come uno dei più grandi poeti del ‘ 900, vissuto unicamente al servizio della «parola», ostile fino all’ultimo a un sistema di valori e a una società che stavano andando rapidamente in pezzi.

     

  • Carlo Bo: La notte di Dino Campana

     

    La notte di Dino Campana

    di Carlo Bo

    Pubblicato su "Resine",

    numero doppio n. 58-59,

     Marco Sabatelli Editore, Savona, 1994

    Dagli Atti del Convegno di studi svoltosi a Genova e a La Spezia dal 11 al 13 Giugno 1992.

     

    C'è nella storia della poesia italiana del Novecento un caso che prima ha stupito e disorientato e poi generato una serie di equivoci: è il caso di Dino Campana. I motivi maggiori di questo difficile approccio vanno ricercati soprattutto nella leggenda che fin da principio ha accompagnato l'opera di questo poeta. Campana era per natura un irregolare, uno che difficilmente trovava una sua vera identificazione e che nella vita quotidiana non riuscì mai a prospettarsi una sistemazione appena soddisfacente. All'origine c'è la malattia che ha avvelenato la sua esistenza, una malattia che era già della sua famiglia e che allora aveva un solo nome, la follia.

  • Da Gonnelli, venerdì 5 Dicembre...

     

  • Domenico de Robertis: Per un più lungo giorno

     

     

     

     

    Domenico de Robertis 

     

    PER UN PIÙ LUNGO GIORNO

     

       Quando Dino Campana affidò a Papini e a Soffici, l'in­verno del 1913, il manoscritto di quella raccolta di poe­sie e di prose che oggi sappiamo s'intitolavaII più lungo giorno,senza volerlo si era premunito per una lunga lati­tanza del suo libro; e, in un certo senso, aveva coope­rato alla sua sparizione. Il manoscritto era nato per du­rare e sopravvivere (è, oggi, il meglio conservato degli autografi di Campana); e per durare e sopravvivere più a lungo di quanto non sia rimasto sepolto tra le carte di Soffici aveva, se così si può dire, la vocazione dell'oblio. A quella data per noi abbastanza remota, un anno avanti la prima guerra mondiale, il libretto su cui Campana ave­va trascritto il nucleo fondamentale di quelli che saranno iCanti orficipoteva avere forse due secoli! Dopo la no­tizia della sua ricomparsa, e l'emozione di ritrovarci da­vanti questo libro amato e perduto, proprioperdutamente amato,è stata questa, almeno per me, la sorpresa più grossa del vivo incontro col manoscritto delPiù lungo giorno

       Il manoscritto, per gentile concessione della famiglia Campana, è esposto nella sala attigua, per il breve spazio di questo Convegno, nella mostra di autografi e docu­menti organizzata dal Comitato promotore: aperto ad una delle sue pagine più significative (quella che all'inizio della prima parte, con un titolo quanto mai suggestivo, affronta, a mo' di dichiarazione di poetica, proprio una citazione sofficiana). Accanto, se ne può vedere l'aspetto esterno, la copertina e la legatura: ma non per effetto di alcuno smembramento, e nemmeno, nell'età della ripro­duzione e della duplicazione, per un magico processo di sdoppiamento. Si tratta di un manoscritto d'identica fat­tura che non mi è stato troppo difficile individuare, tanto comune ne è il modello, nella biblioteca dell'Accademia della Crusca (dove reca il n. 67), e che l'Accademia stessa ha consentito che fosse qui presente. Composizione, for­mato, tipo di carta, così come la copertina e la legatura, sono gli stessi. L'unica cosa che non coincide è, ovvia­mente, la scrittura. Esso contiene il « Supplemento » al Vocabolario della Crusca del conte Pietro di Calepio, scrit­to di suo pugno, probabilmente intorno al 1724. La pre­senza di annotazioni di Anton Maria Salvini non ci per­mette di scendere al di qua del 1729. 

  • Emilio Cecchi: Dino Campana

    Emilio Cecchi

    Dino Campana 

     

     

     

     

     La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

     

      

    Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

    Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

    Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

    L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

     

    Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

    E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

    Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

  • Enrico Falqui: Il Manoscritto

     

     

     

     Enrico Falqui

     

    IL MANOSCRITTO RITROVATO

       

       Ormai ci si era rassegnati a considerare chiusa per sem­pre, e nel peggiore dei modi, la storia del manoscritto ori­ginario deiCanti orfici.Triste e drammatica, se mai ve ne fu di somigliante presso di noi. All'ingrosso è più o meno risaputa da tutti coloro che s'interessano alle fac­cende della poesia; e da tutti è stata, fino ad oggi, com­pianta, tranne in fondo dai due ai quali è giocoforza at­tribuirne la responsabilità. Consegnato dal Campana a Papini e a Soffici affinché lo aiutassero a pubblicarlo, e da Papini a sua volta trasmesso a Soffici, nell'inverno del 1913, quel manoscritto fu perduto e quanto rovinoso sia stato per Campana lo smarrimento è documentato da lettere e testimonianze innumerevoli. Se volle, a sue spese, stampare iCanti orficiin una tipografia di Marradi nel 1914, dovette ricomporli e ricostruirli a memoria. Con quale sforzo e strazio si lascia immaginare.

  • Fausto Tuscano: Aspetti del pensiero musicale negli Orfici

     

     Aspetti del pensiero musicale dei Canti Orfici

    di Fausto Tuscano

      

    «Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bi­sogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bi­sogno di essere stampato.»[1] — così Dino Campana da Marradi il 6 gennaio del 1914 a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina «LaVoce». «Per provarmi che esisto», scrive. E la poesia che dà senso alla vita. La storia della pubblicazione dell'opera di Campana è nota. Prezzolini non risponde alla lettera. La richiesta inutile è un altro fallimento che si aggiunge ad una serie, lunga, di fallimenti non solo professionali ma anche affettivi, esistenziali. Il libro, che contiene poesie che il giovane poeta ha composto e raccolto ne­gli ultimi dieci anni trascorsi viaggiando per il mondo, tra Firenze e Bologna, da Genova alla Francia, la Svizzera, i Paesi Bassi, l'Argentina, è stampato a Marradi nell'estate del 1914, con i soldi di una colletta, dal tipografo Ravagli. Nel dicembre dell'anno prima, a Firenze, Campana aveva consegnato il manoscritto (un'unica copia) a due tra gli intellettuali fiorentini più in vista del momento, Giovanni Papini e Ardengo Soffici, con la speranza che lo leg­gessero e lo pubblicassero, magari sulla nuova rivista «Lacerba». I due promi­sero di leggere, ma persero il manoscritto. La raccolta, che si chiamava li più lungo giorno, poteva essere una novità letteraria importante. Il poeta dedica la prima metà del 1914 alla ricostruzione/ri elaborazione — in parte a memoria — delle poesie perdute. (Il manoscritto perduto salterà fuori solo nel 1971, a casa di Soffici).[2] Il libro pubblicato nel 1914 ha un nuovo titolo: Canti Orfici.

     

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    [1] D.Campana,Lettere di un povero diavolo. Carteggio (1903-1931) con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998),a cura di G. Cacho Millet, Firenze, Ed. Polistampa, 2011, p. 21.

    [2] Cfr. P.Pianigiani,Le carte vaganti di Dino Campana. Le carte e i manoscritti: un viaggio senza fine,in http://www.campanadino.it/plausi-e-botte/ 106-paolo-pianigiani-le-carte-vaganti-di-dino-carnpana.html (Prima pubblicazione: 30/10/2004).

  • Gianfranco Contini: Campana poeta visivo

    Gianfranco ContiniVisions de route, de campagne, de voyage à pied, d’alcools: queste sono le Illuminations in un rigo, quali, più o meno esattamente, ha creduto di poterle riassumere Thibaudet, o è un sommario dei Canti orfici (un po’ meno alcoolici, un po’ meno afrodisiaci)? Già col raccogliere, sullo stesso piano, poesie e prose, lunghe solo fino all’esaurimento d’un tema, o d’una catena tematica, di passeggiata, e raccoglierle sotto quel titolo, Campana poneva se stesso, proprio negli anni della «scoperta» di Soffici, come un Rimbaud italiano; si faceva leggere nella chiave, nel ruolo d’un «voyant».

  • I cento anni degli Orfici

    I cento anni degli Orfici

    di Paolo Pianigiani

     

     

    Cento anni fa, presso la libreria della Voce e presso Gonnelli, a Firenze, comparve improvvisamente il librino con la copertina gialla, quasi francese, come ebbe a dire Soffici. Lo notarono in pochi, nonostante la pubblicità, apparsa su alcuni giornali dell'epoca. Fu necessario che l'Autore, così come aveva fatto per la stampa, provvedesse da solo alla divulgazione e allo spaccio. Ed eccolo, come ci dice la leggenda, arrivare da Marradi, carico di libri, pronto a fermare i passanti, o a disturbare ai tavoli gli avventori alle Giubbe Rosse. 

    Ma sono serviti cento anni a far comprendere il Canti Orfici? E' un libro ancora aperto, che non ha dispiegato completamente tutto il suo messaggio. Nonostante le tante edizioni, o le vulgate, da quelle anastatiche e splendide, a quelle date in omaggio o quasi, insieme ai giornali. Sul web i Canti sono diffusi da tempo, scaricabili senza dover pagare nulla, nemmeno le 2 Lire (con lo sconto) che praticava Dino. Brunino Ravagli glieli stampava, non tutti insieme, ma volta per volta, per mezzo franco l'uno. Il margine di due Lire non era male, per lui, che riceveva una somma simile, al giorno, per campare.

    Noi, qui dal sito di Dino Campana, auguriamo al nostro poeta di essere per sempre motivo e stimolo di curioso interesse. Anche dopo i cento anni trascorsi dalla prima edizione. 

     

  • Il sito di Dino Campana si rinnova...

     

    Il sito campanadino com'era...

     

    di Paolo Pianigiani

     

    Abbiamo il piacere di comunicare ai nostri "visitatori orfici" che il sito dedicato a Dino Campana ha da oggi una nuova veste. L'immenso archivio che da sempre rappresenta terreno di caccia e di studio per tanti studenti e appassionati avrà una più semplice modalità d'accesso e la necessaria fruibilità, indispensabile a ricerche mirate.

    Auguriamo a tutti buona visione.

    La redazione

  • L'edizione Anastatica del Centenario degli Orfici

     

    L'edizione in Cofanetto del Centenario degli Orfici

     

     

    Informazioni

    Ristampa anastatica e incisione integrale dei Canti Orfici di Dino Campana 
    nel centenario della pubblicazione.
    Descrizione
    COMETA ROSSA

    Per l’amor del Poeta… Dino Campana

    Sottoscrizione per la ristampa anastatica e l’incisione integrale dei Canti Orfici di 
    Dino Campana nel centenario della pubblicazione

    Il 7 giugno del 1914 Dino Campana, assieme ai testimoni Luigi Bandini e Camillo Fabroni, sottoscriveva col tipografo marradese Bruno Ravagli il “contratto per la pubblicazione del libro Canti Orfici”. Al Ravagli veniva versato un acconto di lire 110, risultato di una faticosa sottoscrizione tra 44 marradesi, ai quali sarebbe spettata una copia del libro, promossa da Bandini su “imperativo categorico” di Dino Campana. 
  • La dedica al Vate...

    Nel breve soggiorno a Marina di Pisa, Sibilla convinse Dino a inviare i Canti Orfici a D'Annunzio...

    di Paolo Pianigiani

     

     

    ... e la copia fu ritrovata a Venezia, assolutamente intonsa e mai aperta... i rapporti fra il "Vate grammofono" e Dino Campana furono, come dovevano essere, nulli. Sibilla, come faceva sempre con i sui "protetti" la prima cosa che faceva chiedeva supporto e partecipazione al Divino Gabriele. Che, oltre a chiamarla in qualche dedica "sirocchia" sembra che poco o nulla abbia mai fatto per lei...

    La copia degli Orfici, con questa bella ma inutile dedica, è attualmente alla villa di D'Annunzio, il Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.


     

  • La mostra del 1973: l'anno della riscoperta di Campana

     

     

     

    Gabinetto Scientifico Letterario G. P. Vieusseux

    Mostra Bio-Bibliografica su Dino Campana

    Marzo 1973

    Firenze

     

    Catalogo a cura di Maura del Serra

    Elaborazioni fotografiche di Giovanni Cillo

    Illustrazione di copertina di Franco Gentilini

     

    Un' idea di Fra' Giuseppe del Convento di San Francesco di Fiesole, è all'origine della Mostra e del Convegnp dedicati a Dino Campana. L' idea fu accolta e perfezionata da un gruppo di promotori e dal Gabinetto G.P. Vieusseux che avendo allo studio una serie di convegni su personaggi e temi coinvolgenti la cultura fiorentina, fu lieto di includere nel primo ciclo ternario , insieme a Gaetano Salvemini e a Ottone Rosai, il poeta dei Canti Orfici. Una serie di circostanze, fra le quali non ultime il 'ritrovamento' e la pubblica­zione del manoscritto 'smarrito' Il più lungo giorno, hanno riservato addirittura al Convegno-mostra su Dino Campana di dar principio alla se­rie.

     

  • La Voce cambia pelle: 15 novembre 1914

     Lacerba, proprio nel numero che vede la pubblicazione di tre testi in prosa di Dino, estratti dai Canti Orfici, annuncia ai lettori il prossimo mutamento di rotta della rivista La Voce. Il passaggio di consegne è da Prezzolini a De Robertis. Dalla politica e dalla filosofia alla letteratura e all'arte. I firmatari dell'annuncio, sotto lo pseudonimo di "Camerieri", non possono essere che Papini e Soffici.

      

    Abbiamo il piacere di rendere disponibile quella copia di Lacerba, in versione integrale, che comprende, oltre ai tre testi di Dino, anche, in ultima pagina, un curioso trafiletto pubblicitario dei Canti Orfici.

    Inoltre c'è una articolo di Ottone Rosai assolutamente da leggere!

     

    La redazione

     

     

     

     

     

     

    Trafiletto pubblicitario per i Canti orficiLA “VOCE” SI RINNOVA

     

    Dopo sei anni di gran lavoro e di bel coraggio Giuseppe Prezzolini, amico anche in guerra, lascia la direzione della Voce.Non la Voce, chè ci scriverà spesso. Ma la vecchia Voce polilatere, più seria che lirica, più sociale che artistica, sparisce con lui.

     

    La direzione è stata affidata a Giuseppe De Robertis, un ragazzo meridionale di molto buon gusto e d’inaspettato profondità critica, il quale, invece di laurearsi, preferisce mettere insieme una bella rivista che raccolga finalmente i nomi più sicuri della giovane letteratura italiana.

     

     

    La nuova Voce sarà dunque prevalentemente letteraria. Ci sarà una parte di lirica pura in prosa e in versi alla quale contribuiranno A. B. Baldini, Govoni, Jahier, Linati, Palazzeschi, Papini, Pea e Soffici. Lunghi saggi di critica daranno lo stesso De Robertis e Renato Serra. D’arte scriveranno Roberto Longhi e Ardengo Soffici, e di musica Giannotto Bastianelli e Ildebrando Pizzetti. Di politica continuerà ad occuparsi Prezzolini. Sarà davvero una bella rivista.

     

    Il primo numero della nuova serie uscirà il 15 dicembre, e sarà in formato più grande del presente, in 64 pp., su carta migliore e costerà come prima 5 soldi. L’abbonamento resta a 5 lire ma chi comprerà venti lire di libri editi dalla Libreria della Voce avrà la rivista gratis per tutto il 1915.

    Auguriamo a De Robertis e a tutti gli amici della letteratura che questo tentativo di dare all’Italia una rivista d’arte che possa stare alla pari colle migliori di Francia sua bene accolto da tutti e che la Voce ritrovi, in questa nuova incarnazione, più vita.

     I CAMERIERI

  • Marta Questa: Elena Ghika (Dora D’Istria)

    Storia di una principessa rumena a Firenze, negli anni immediatamente precedenti la nascita di Dino Campana

    Tra il 1860 e il 1888 ci fu chi in Firenze ebbe la fortuna di conoscere una donna considerata “una delle menti più lucide e più intelligenti d’Europa” e che l’antropologo Paolo Mantegazza così descriveva:
     “Un corpo tutto venustà, un cuor tutto grazia e nobiltà, una mente d’artista e di pensatore son tre cose rare a trovarsi, anche da sole, ma messe insieme formano un miracolo della fortuna; e questo miracolo ha saputo compiere la natura spargendo tutte quelle grandi e diverse virtù sopra un solo nome, quello di Elena Ghika, che diede poi a se stessa nel mondo della letteratura il secondo e più noto battesimo di Dora D’Istria”.
     Elena Ghika era nata a Bucarest il 22 gennaio 1828. Era figlia del principe Mihal Ghika di origine albanese, governatore del principato di Valacchia, eminente archeologo e fondatore del primo museo nazionale di Romania, fratello di Grigore IV e di Alexandru II (successo a Giorgio IV sullo stesso trono nel 1834) e di Katinka Faka, traduttrice di opere della letteratura francese.

  • REGIO DECRETO 16 AGOSTO 1909, n. 615 (GU n. 217 del 16/09/1909)

    La villa di Castelpulci, dove fu rinchiuso Dino CampanaREGOLAMENTO SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI. (PUBBLICATO NELLA GAZZETTA UFFICIALE N.217 DEL 16 SETTEMBRE 1909). QUESTA ERA LA LEGGE IN VIGORE CHE REGOLAVA LA VITA DEI MANICOMI QUANDO DINO VI FU RINCHIUSO NEL 1918


    Preambolo

    VITTORIO EMANUELE III, PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ DELLA NAZIONE, RE D'ITALIA, VEDUTA LA LEGGE 14 FEBBRAIO 1904, N. 36, SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI; VEDUTO IL REGOLAMENTO PER LA ESECUZIONE DI DETTA LEGGE, APPROVATO CON NOSTRO DECRETO 5 MARZO 1905, N. 158; VEDUTI I PARERI DEL CONSIGLIO SUPERIORE DI SANITÀ E DEL CONSIGLIO DI STATO; UDITO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI; SULLA PROPOSTA DEL NOSTRO MINISTRO, SEGRETARIO DI STATO PER GLI AFFARI DELL'INTERNO, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI; ABBIAMO DECRETATO E DECRETIAMO:

    ARTICOLO UNICO.

      È APPROVATO L'UNITO NUOVO REGOLAMENTO PER L'ESECUZIONE DELLA CITATA LEGGE 14 FEBBRAIO 1904, N. 36, SUI MANICOMI E SUGLI ALIENATI.

  • Roberto Maini: «Signor Campana mi permetta di presentarmi»

    Da Copyright, 1991-1996, «Signor Campana mi permetta di presentarmi», biografia di Carlo Pariani medico psichiatra

     

    Rivista CopyrightE’ un lunedì mattina, di una tipica giornata di novembre, con un cielo coperto che minaccia pioggia, cosa che succederà di lì a poco e per tutto il giorno seguente tanto da far temere lo straripamento dell’Arno, quando un bell’uomo di cinquant’anni, con gli occhi celesti della madre sale per la collina alla sinistra del torrente Vingone per entrare a Castel Pulci.

    Il suo camminare è pensoso, leggermente curvo.

    I guardiani della succursale del Manicomio provinciale Chiarugi di Firenze non hanno difficoltà a farlo entrare, lo conoscono bene e l’hanno già visto altre volte; lo salutano con deferenza: è un primario. Carlo Pariani proprio quel giorno compie cinquant’anni.

    E’ nato lontano da dove si trova ora, nel territorio di Arizzano Inferiore, che poi confluirà nel Comune di Verbania, circondario di Pallanza, provincia di Novara, l’8 novembre 1876 da Federico ed Elisa Boletti, sposati il 24 aprile del 1871. 

     

     

     

     

     

     

  • Ruggero Jacobbi, L'esilio e la visione

     

    Ruggero Jacobbi

     

    L'ESILIO E LA VISIONE

     

    Intervento "a braccio" al convegno fiorentino organizzato dal Gabinetto Vieusseux

     

     Pubblicato su "Dino Campana oggi", Vallecchi 1973

     

    Sono veramente imbarazzato dalla circostanza di dovervi ammannire la mia eloquenza « a braccio » dopo i testi scritti, meditati e letti, di coloro che mi hanno preceduto. Non ho nulla di scritto. Cercherò brevissimamente di vedere in Campana e soprattutto nei « viaggi » di Campana (viaggi reali e immaginari), per piccoli esempi, l'incontro fra due temi di fondo, che non sono soltanto suoi ma di tutta una zona della poesia fra i due secoli: il tema dell'esilio ed il tema della visione. Anche in Campana si è manifestato, nella fattispecie di una Pampa e di un Sudamerica divenuti mito, quel desiderio di un libro da « negro », di un libro da « pagano », di un libro da noneuropeo, che Rimbaud espresse proprio in questi termini. Allo stesso tempo (come cercherò di dire, non di dimostrare; si dimostra con un apparato erudito, non con improvvisazioni) questa volontà di mettersi in esilio, di an­dare a cercare un altro spazio, o ciò che oggi chiamiamo Terzo Mondo, coincide — in quanto non sempre legato ad una realtà sperimentata, ma più spesso a memoria e fantasia — con la capacità visionaria di Campana. Basta guardare sulla pagina i passi deiCanti orficie degliIneditiche si riferiscono all'Argentina.

  • Un anniversario appena trascorso

    Il primo di Marzo del 1932 Dino se ne andò da questo mondo

    gli amici de "La Voce di Romagna" lo ricordano così:

     

     

     

  • Un incontro per Dino a Bellaria Igea Marina

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