Antonio Castronuovo, Bruno Dall'Aglio: La camera di Dino e Sibilla

Antonio Castronuovo: Bruno Dall'Aglio: La camera di Sibilla e Dino

Campana e l’Aleramo a Casetta di Tiara

da: La Piè, marzo - aprile 2009

L’abitazione precisa in cui Dino Campana e Sibilla Aleramo bruciarono la loro settimana d’amore a Casetta di Tiara è ignota: nessuno è mai riuscito a individuarla con certezza. Eppure costituisce un elemento essenziale della biografia del poeta di Marradi. Il fatto è che Casetta è un agglomerato di poche case, manipolato dalla storia, senza una precisa memoria storica e archivistica. Non è semplice, cioè, scoprire dove esattamente Dino e Sibilla si amarono. Ma un giorno, io e l’amico Dall’Aglio, rifacendoci alle nostre letture campaniane e ai documenti esistenti, siamo saliti a Casetta, abbiamo fotografato, valutato, ragionato, parlato con anziani abitanti. Ed ecco: ne è nata qualche ipotesi, è sorto l’articolo che ora leggerete. Non è molto, ma è qualcosa in più per muoversi nella biografia del nostro amato poeta.

  

 

 Nel 1916 Dino Campana soggiornò frequentemente a Casetta di Tiara, come è testimoniato dalle numerose lettere e cartoline scritte durante i vari soggiorni in questo borgo abbarbicato sulle pendici del Monte di Camaggio nel cuore dell’Appennino Tosco-Romagnolo. Casetta di Tiara, situata tra la valle del Santerno e quella del Senio, era una tappa obbligata per chi si spostava a piedi da Palazzuolo sul Senio a Firenzuola. Il paese aveva pochi abitanti, ma se si considerano le famiglie sparse sul territorio circostante, la comunità comprendeva alcune centinaia di persone.  Casetta era sede parrocchiale: dopo alcuni lavori di ristrutturazione voluti dal priore don Carlino Tagliaferri, nel 1912 la chiesa era stata nuovamente consacrata tornando a essere centro dell’attività religiosa. Nelle domeniche e nei giorni festivi Casetta si affollava di persone che onoravano il riposo interrompendo il duro lavoro di montagna.

Essendo il fulcro di passaggio per chi si spostava da una vallata all’altra, Casetta era necessariamente dotata di un’osteria parecchio frequentata, sia dagli abitanti, per parlare davanti a un bicchiere di vino  nei giorni festivi, sia da chi cercava un punto per ristorarsi dopo un faticoso cammino. Ma non solo: man mano che ci siamo concentrati su Casetta – baciata dalla fortuna di essere stata frequentata dal grande poeta – abbiamo capito che il paese era qualcosa di più che un semplice agglomerato appenninico: abbiamo ad esempio rilevato che la sua magnifica posizione panoramica ne aveva fatto a inizio Novecento un luogo abbastanza noto e ricercato, soprattutto dalla parte della Toscana: ci andavano le inglesi e le straniere in generale, in cerca di un tocco romantico italiano. Lassù pertanto ci doveva essere almeno una locanda e qualche affittacamere.

Che Casetta fosse in quegli anni luogo frequentato lo dimostrano un paio di particolari a prima vista secondari: il 28 agosto 1916 Campana scrisse da Casetta al ligure Mario Novaro, dicendogli che aveva letto la notizia della morte del figlio Jacopo al fronte. Ora, questa notizia era apparsa sul “Corriere della Sera” il 25 agosto: dunque il giornale giungeva a Casetta, anche se con qualche giorno di ritardo, a dimostrazione che il paese non era un posto isolato: vi si trovava e leggeva il “Corriere della Sera”, probabilmente consegnato mediante quel servizio postale la cui efficienza ci colpisce: lettere che vanno e vengono con una rapidità oggi impensabile...

Campana amava girovagare da solo tra i boschi dell’Appennino ed è presumibile che sia passato parecchie volte da Casetta. Però solo nel 1916 si ha notizia certa dei suoi soggiorni, di cui il più lungo e il più noto è quello che si svolse tra agosto e settembre, tre settimane circa trascorse in compagnia di Sibilla Aleramo. Al paese si accedeva mediante una carreggiata dissestata: quella asfaltata che oggi percorriamo fu costruita negli anni sessanta con fondi stanziati dal governo dell’epoca, e perciò detta La Fanfani. In ogni caso, la prima volta che Campana e l’Aleramo vi salirono, poiché giungevano dalla parte di Rifredo toccarono la Badia di Moscheta e attraversarono la Valle dell’Inferno.

Dopo quel periodo, Campana tornò a Casetta di Tiara attorno al 22 ottobre, ma questa volta da solo. Vi rimase pochi giorni prima di spostarsi a Marradi e poi di nuovo a Firenze, a cercare Sibilla. Dopo alcuni violenti litigi con lei, all’inizio di novembre Dino ritornò a Casetta come in un rifugio. Non è noto quanto tempo si fermò, forse pochi giorni, per poi riprendere la vita errabonda. Di sicuro vi tornò verso il 20 novembre, come è testimoniato da alcuni documenti epistolari. Probabilmente andò a Casetta qualche volta anche nel 1917, ma di ciò abbiamo un solo riferimento nella lettera che scrisse a Sibilla da Rubiana (nel torinese) il 9 aprile 1917: «Parto domattina per la Casetta. Là c’è silenzio». Dunque il paesino non fu luogo di passaggio per Dino, ma un rifugio amato e cercato. E in tutti coloro che seguono i fatti biografici di Dino sorge allora spontanea la curiosità di sapere dove, nei soggiorni a Casetta, egli alloggiava. Un quesito cui tentiamo di dare qui una risposta, per quanto non definitiva.

C’è una famosa cartolina di Casetta che Campana scrisse all’Aleramo il 19 settembre 1916. Alcuni giorni prima Sibilla era tornata a Firenze mentre Dino prolungò la permanenza a Casetta fino al giorno 23. Sulla facciata illustrata della cartolina, che ritrae la chiesa del luogo, Campana cancellò con un tratto di penna la scritta «Dintorni di Firenzuola, Casetta di Tiara. Chiesa» e tracciò una riga che divide il paese dal cielo. Sul cielo scrisse poi le parole nos étoiles, “le nostre stelle”. Alcuni hanno pensato che quella linea fosse una freccia che potesse indicare la casa dove i due avevano trovato la felicità, ma è del tutto probabile che il senso sia il seguente: questo è il nostro cielo, le nostre stelle, l’orizzonte notturno nel quale si è consumata la nostra gioia. Non a caso Sibilla, nella cartolina del 15 settembre da Firenze, aveva già fatto allusione a quella stessa immagine: «le stelle intorno alla Casetta...».

In ogni caso, Dino e Sibilla si fermarono per ben tre settimane a Casetta, e di certo alloggiarono in una sola camera. La prima ipotesi che circola, fondata sulla testimonianza del signor Primo Livi di Casetta, è che Dino e Sibilla fossero stati ospiti presso l’abitazione delle sorelle Maddalena e Luisa Gatti. Quella dei Gatti era una famiglia benestante che trascorreva lunghi periodi a Firenze. Maddalena e Luisa avevano forse conosciuto Dino oppure Sibilla e li avevano invitati alla Casetta? Secondo Livi i due amanti furono ospitati nella casa, ora di sua proprietà, ubicata al numero 4 della piazzetta che si allarga sul fianco sinistro della chiesa. Ancora oggi è ben leggibile sull’arco del portone, incisa nella pietra serena, la data di costruzione dell’edificio: 1914.

Eppure la ricerca sul luogo ha portato a scoprire che Giuseppe Gatti, padre di Maddalena e Luisa, era proprietario di una grande casa padronale che sorge un po’ fuori l’abitato e che si raggiunge percorrendo la stradina in salita che si diparte dalla piazza del paese: Ca’ di Ciardi, edificio dotato di un saloncino di rappresentanza e di molte stanze, adatto ad accogliere ospiti: se Dino e/o Sibilla erano stati invitati dalla famiglia Gatti, nulla toglie che potessero alloggiare in questa casa, dalla quale peraltro è ancor più facile assistere allo spettacolo notturno delle étoiles.

Non basta: se per vaga ipotesi la linea tracciata da Campana sulla cartolina intende davvero indicare, come una sorta di freccia abortita, il luogo ove alloggiò con Sibilla, allora la casa non sembra essere quella sulla piazzetta. Se oggi ci si reca alla Casetta e si prova a fotografare la chiesa dalla stessa posizione in cui fu immortalata per la cartolina, si noterà che la visuale è la stessa (continua a non vedersi il campanile, sebbene questo fosse innalzato nel 1922 per ricordare i caduti della Grande Guerra). Se i due avessero abitato nella casa sulla piazzetta, che appunto si apre a sinistra della chiesa, la freccia dovrebbe essere molto più bassa, mentre invece la riga tracciata da Campana è alta e, verso sinistra, punta direttamente sul rilievo montano: proprio quello in cui sorge Ca’ di Ciardi.

Tuttavia, non è affatto detto che i due fossero ospiti di una famiglia privata. Di recente Gabriel Cacho Millet, il massimo ricercatore di documenti campaniani, ha rintracciato una cartolina che il 14 agosto 1916 Angelica Manni di Muraglione scrisse a Dino, dicendogli che “la camera era occupata da affittuari” e che appena sarebbero andati via lo avrebbe avvertito. Ora, Campana andò a Casetta con Sibilla il 18 agosto e nei giorni precedenti cercava una camera in affitto al Muraglione. Tutto questo significa una sola cosa: che non aveva ricevuto alcun invito e stava cercando di affittare una tana, discreta e isolata, in cui andare a nascondersi con Sibilla, e poiché la camera del Muraglione era indisponibile cercò nella direzione di Casetta.

Ma prendiamo in considerazione altri dati. Nella citata cartolina del 19 settembre Campana scrive: «Come sapete ho la testa vuota. Piena del vento iemale che empie questa valle d’inferno. L’inverno mi diverte. Sento che qualcosa resta dopo tutto, come quel laghetto laggiù nella sua trasparenza che nulla riesce ad offuscare. Mi diverto a vederlo rabbrividire». Si riferisce al laghetto di Porcia, l’unico visibile dal paese. Se Campana descrive ciò che vede dalla finestra della casa in cui risiede, la stessa in cui era con Sibilla, il laghetto allora non è visibile né da Cà di Ciardi né dalla casa al n. 4 della piazza.

È invece visibile dalle finestre della casa ubicata al n. 5, all’inizio della stretta stradina in salita nell’angolo della piazza, l’edificio che all’epoca era l’osteria gestita da Geppinello, soprannome di Giuseppe Tagliaferri, osteria che certamente fungeva anche da locanda, con qualche camera in affitto. L’edificio ha oggi, oltre alla cucina, quattro camere e ognuna porta il nome di un santo. Se dunque Campana evoca il laghetto perché lo sta guardando dalla finestra, è probabile che in quel momento si trovi nella camera della locanda, dove probabilmente ha alloggiato con Sibilla.

Non è finita. Dall’epistolario di Campana emerge un contatto con una donna di nome Anna, che il 29 agosto 1916 gli scrive un biglietto. Campana è ancora a Casetta e forse sta cercando una camera da un’altra parte: in francese Anna gli parla di «2 lire» non ancora ricevute alla Casetta. Cosa sono le 2 lire? forse l’affitto di una camera? Tutto insomma complotta a favore della soluzione della camera in affitto, e non dell’ospitalità in una delle due case della famiglia Gatti. Sono soltanto riflessioni, indizi, sospetti, ma indirizzano sempre meglio sulla strada giusta.

A distanza di quasi novant’anni da quel 1916, Casetta di Tiara ha mantenuto inalterata la propria fisionomia di piccolo borgo di montagna e una passeggiata per la piazza e lungo la stradina che sale verso la locanda e verso Ca’ di Ciardi permette di immergersi in un’atmosfera non diversa da quella che accolse Dino e Sibilla, in quel focoso agosto. Da quale di questi vecchi portoni i due amanti uscivano per perdersi nei dintorni? Abbiamo molti dati per cominciare a fare ipotesi credibili, ma non lo sappiamo ancora con certezza. Così come non sappiamo di chi era il bel cane che accompagnava i due amanti, rendendo giocosa la loro infinita passeggiata.

   

Nota

Sulle tre settimane trascorse da Dino in compagnia di Sibilla Aleramo si legga A. Castronuovo, Tre settimane e mezzo: Dino Campana sulla Montanara, “Università Aperta - Terza Pagina”, ottobre 2000, pp. 9-10, articolo poi ripreso dall’autore in Passioni di Romagna, Imola, Editrice La Mandragora, 2006. La testimonianza di Primo Livi si legge sul sito del Comune di San Piero a Sieve, nello spicchio dedicato a Firenzuola. Un sentito ringraziamento a Valter Marchetti per le tante indicazioni toponomastiche su Casetta, paese che conosce come le proprie tasche, e a Gabriel Cacho Millet per gli spunti e i suggerimenti.

 


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