Biografia

Gino Gerola: Dino Campana a Firenze

Un articolo di Gino Gerola su Dino Campana e la Firenze del primo novecento

I rapporti tra un uomo e una città sono sempre per lo meno abbastanza complessi. Se poi l'uomo è un poeta, le complicazioni aumentano. Se infine, si chiama Dino Campana, autore quanto mai estroso e insieme esigente, allora la complessità raggiunge direi il massimo. Sopra tutto poi se la città si chiama Firenze. Tentiamo di vedere da vicino questa relazione, appunto Campana - Firenze. Credo sia il caso di distinguere tra ambito umano - sociale e ambito letterario.
Cominciamo col primo. Dino, per quanto ne sappiamo, prende contatto in maniera continuativa con l'Arno, le vie, i vicoli del vecchio agglomerato cittadino nell'anno accademico 1904-1905, quando per uno dei suoi estri che spesso restano incomprensibili a una persona normale, dalla Università di Bologna (dove, come si sa, si era iscritto a chimica pura) domanda il trasferimento a una diversa facoltà, chimica farmaceutica e all'Istituto di Studi superiori proprio di Firenze.

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Riccardo Bacchelli: Dino Campana triste a morte

Bacchelli"La Stampa" di Torino, 17- IV-1954


Dino Campana in vita sua n'ha fatte tante, che gli c'entrava anche e perfino il proposito, ogni tanto, di far giudizio e di mettersi in regola con la società.
Così, anni prima di pubblicare Canti Orfici, si iscrisse a Bologna studente in chimica nella illustre scuola del grande Ciàmician. Non so quanto ne imparasse, ma credo che la sua carriera di studente e il proponimento della saggezza finissero in una lite, ch'egli ebbe a attaccare non so con chi e non so perché; forse, come gli avveniva, senza perché. Fu nei pressi dell'Università, in Via Zamboni.
Era un uomo calamitoso, Campana, quando entrava in uno di quei suoi furori d'anima persa e d'uomo allo sbaraglio. La lite prese subito un andamento tale da richiedere l'intervento della forza pubblica, di quegli agenti in palandrana azzurra scura e in chepi, chiamati allora "questurini". Il loro intervento non placò né intimidì Campana, nato refrattario ad ogni ordine costituito, ribelle di natura. La zuffa diventò grandiosa e disperata, con danno dei chepì dei custodi del buon ordine sociale, finché i questurini pervennero a ficcare il poeta ben presto e carico di botte in una vettura di piazza, per portarlo in guardina.

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Paolo Pianigiani: L’onore di un poeta

 Da una lettera di Franco Matacotta a Emilio Cecchi

Nel Fondo Matacotta si cono conservati i documenti relativi alla vicenda, ma solo con il ritrovamento degli articoli sul Telegrafo è stato possibile ricostruire questa curiosa storia.


Il duello (mancato) di Dino Campana

Pubblicato su Erba d'Arno, n. 101-102, Fucecchio 2005


Gli antefatti

A partire almeno dal primo di aprile del 1916, data che figura in una lettera al fratello Manlio, Dino risiede insieme ai genitori, che vi si erano trasferiti per la nomina del padre Giovanni a Direttore Didattico, a Lastra a Signa, presso l’Albergo Sanesi.
Convalescente per una malattia di sette mesi, il poeta si trasferisce il 28 di maggio del 1916 a Livorno, in via Malenchini n. 9,  presso la signora Fortunata Natali e frequenta la villa della pittrice marradese Bianca Fabroni, ad Antignano. Si porta dietro alcune copie dei Canti Orfici, con la speranza di venderle, contando anche sulla pubblicazione dell’articolo di Emilio Cecchi sulla Tribuna del 21 Maggio. Viene quasi subito fermato (31 maggio) da un maresciallo di finanza, scambiato per una improbabile spia tedesca, perchè chiede a due signore indicazioni sulla ubicazione del Cantiere navale Orlando e della Regia Accademia Navale. Chiarito l’equivoco viene rilasciato.  Dino rimane a Livorno fino al 20 giugno, quando viene di nuovo arrestato, questa volta dalla Polizia Municipale, per aver fatto in pubblico discorsi strani. Viene rilasciato ma espulso da Livorno.

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Paolo Pianigiani: Il Poeta e Margherita

Cover del libro Rabeschi per Dino, di Paolo PianigianiUna misteriosa corrispondente di Dino: Margherita C. Lewis

Pubblicato su: Paolo Pianigiani, Rabeschi per Dino, edizioni Transfinito, 2007


Parlando del carteggio fra Dino Campana e Margherita C. Lewis, in un articolo comparso sul Mondo nel marzo del 1950,  Franco Matacotta scelse un titolo a effetto, ma nella sostanza improprio: il Poeta e la Pitonessa. Tutto si poteva dire di questa stravagante signora scozzese, ma non che avesse l‘aspetto e il piglio di una pitonessa. Ancora oggi, in quella vecchia foto riapparsa fra le pagine di un suo libro La vita vissuta e cantata, dove ci guarda con i suoi occhi  malinconici e tristi., fa pensare piuttosto a una persona mite e romantica. Il termine pitonessa, piuttosto, fu usato da Dino, per definire  Sibilla Aleramo, in una lettera a un suo corrispondente, insieme ad altri nomi, assolutamente ingenerosi.
Ma si sa, quella fra Dino e Sibilla non fu una storia d’amore da definirsi tranquilla.

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Manlio Campana a Michele Campana

Foto di Classe al Liceo Torricelli, anno scolastico 1903. Manlio Campana è il secondo da destra nella seconda fila.

Dal sito del Liceo Torricelli.

Nel 1957, Manlio Campana, fratello del poeta, chiese a Michele Campana (lo scrittore di Modigliana, compagno di Dino al Convitto Salesiani di Faenza, ma da molti creduto per sbaglio suo cugino), di togliere dalle future edizioni della poesia Salgo per scale nere (Tre squilli, Firenze, “il Fauno”, 1957, p. 8) la dedica seguente:

«A Manlio Campana nel nome del suo infelice fratello Dino».

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Achille Cattani: la foto di Campana in gita alla Falterona

 Da: Achille Cattani,  Idealità, La vita di Ernesto ed Anna, II volume, tipografia Faentina, Faenza - 1974

Dino è il secondo da sinistra.

La foto fu pubblicata per la prima volta nel libro Dino Campana, Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, a cura di Gabriel Cacho Millet, Milano, All'Insegna del Pesce d'Oro, 1978. La descrizione del viaggio riportata dal libro di Achille Cattani aggiunge nuove informazioni a questo episodio della biografia campaniana.

Ringraziamo il professor Stefano Drei, curatore del sito del Liceo Torricelli di Faenza, per la puntuale segnalazione.


.... Curioso, Anna, quando ricordo la parola “psicanalisi”, sempre più oggi nominata, mi sovviene di Dino Campana, tenuto in un ritiro per alienati di mente. Quando ci penso mi dispiace veramente. Non credo che gli possa servire la psicanalisi con le cure che ne possono derivare, quanto più gli sarebbe giovevole una esistenza indipendente da stentate necessità della vita. Si è sfibrato con la sua vita randagia, denutrendosi e in lotta con il suo animo poetico. L’ho conosciuto ala cascata dei Romiti nell’Appennino Toscano.

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