Biografia

Mirta Gaggero: Quiere Usted Mate?

“Quiere Usted Mate?  Ricevetti il vaso e succhiai la calda bevanda.”

Dai Canti Orfici : Pampa

 

il mateIl  “mate”, a cui si riferisce Campana in questo brano dei Canti Orfici, è una bevanda del Sud America che si prende di solito calda, e si offre a chi condivide un gruppo di persone in riposo, in un momento di pausa, sia di lavoro, sia soltanto un momento sociale, popolare, familiare. È la bevanda tipica che si consuma in famiglia, tra amici, e spesso anche al lavoro, quando il clima non è troppo formale.  

Questa bevanda  è molto particolare e unica.

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Stefano Giovanardi: Un pompiere nella Pampa

Da "Repubblica" — 20 agosto 1985

   

Del mito-Campana, ormai, si è proprio raschiato il fondo. Per molto tempo esso si è alimentato delle forti suggestioni provenienti da una figura di poeta assolutamente eccentrica, dall' aureola "maledetta" con cui è transitato nella storia letteraria del Novecento, dai molti misteri della biografia, e anche dalle non poche falsità che Campana stesso, preda di una follia di cui non è più lecito dubitare, divulgò involontariamente e contraddittoriamente sul suo conto.

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Il diploma della Maturità

Ecco il certificato provvisorio che Dino allega alla sua iscrizione all'Università di Bologna, Corso di Laurea in Chimica.

E' il 24 Novembre del 1903

 

 
 

 

 

 

Giovanna Diletti Campana: Ricordi su Dino Campana

Da: Souvenir d’un pendu, Carteggio 1910-1931, a cura di Gabriel Cacho Millet, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli.

 Manoscritto originale 
  

foto della zia di Dino, Giovanna Diletti CampanaGiovanna Diletti Campana detta Gina (1875-1967), moglie di Torquato Campana (zio del poeta e suo maestro, scrisse questi Ricordi a Bologna nel 1965, all’età di novantanni, senza nessuna intenzione di eventuali pubblicazioni, ma dettati dal desiderio di lasciare a suo figlio Lello (Raffaello) quelle "poche cose“ che ricordava del suo nipote poeta.

Dino nacque [a Marradi il 20 agosto 1885, alle ore 14,30] nella casa di proprietà dell'ingegnere Vincenzo Mughini. Sua mamma [Francesca Luti detta «Fanny«, 1857-1925], essendo allora sposa giovane, non sapeva fasciarlo, usává allora, e dera una barbaria, di fasciare i piccini da sotto le braccia fino ai piedini e richiedeva certo un po' ďabiltà.

Supplivano per lei Marianna e Barberina [Bianchi], due zitelle che abitavano allo stesso piano. Barberina era levatrice e così si può ben dire che fu allevato da loro. Dino si affezionò a loro e loro a Dino.Dopo qualche anno nacque Manlio [1888]. Io conobbi Dino durante il mio viaggio di nozze, era allora nel collegio dei Salesiani a Faenza, avrà avuto 11 o 12 anni. Andammo a trovarlo mio marito ed io, era in ricreazione e venne da noi in parlatorio, tutto sudato, teneva in mano il frustino e la trottola. Anche i maestri dei Salesiani lo giudicavano di grande ingegno, ma era uno scarabocchione disordinato. Dopo la nascita di Manilo, [Ninni], il cocco Dino passò in seconda, o per meglio dire in terza linea.Ninni sempre Ninni solo Ninni.

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Paolo Pianigiani: Due punti di vista

Dino nel dicembre del 1913, si reca presso la sede della rivista “Lacerba”, a Firenze per incontrare i due direttori, Ardengo Soffici e Gio­vanni Papini, ai quali presenta e af­fida il manoscritto delle sue poesie dal titolo Il più lungo giorno, speran­do in una pubblicazione, almeno di qualche testo, nella rivista. Soffici, ultimo depositario del quaderno, in un trasloco lo smarrisce; verrà ritrovato tra le sue carte solo qualche anno dopo la sua scomparsa, nel 1971.

Il momento del primo incon­tro - qui descritto proprio da Soffici - corrisponde, dunque, all’inizio del­la lunga e tormentata vicenda del manoscritto, che conteneva testi che, insieme ad altri, confluiranno nei Canti Orfici. Dopo lo smarrimento del “taccuino”, Campana li riscriverà basandosi su altri manoscritti e li pubblicherà nel 1914 presso la tipografia Ravagli di Marradi.

La testimonianza di Soffici, quasi una cronaca in diretta, è del 1931.


Uno strano individuo

da: Ardengo Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, Vallecchi Editore, Firenze 1931, pp. 109-112.

Un mattino d’inverno del 1913, io e Papini andavamo alla tipografia Vallecchi in via Nazionale, dove si stampava Lacerba, per dare un’ul­tima occhiata alla composizione e all’impaginazione - non sempre agevole - della rivista. Prima ancora che fossimo entrati nello sgabuzzi­no a vetri che faceva da sala di re­dazione per noi e insieme da ufficio direttoriale dell’amico editore, que­sti ci venne incontro sin sulla porta e c’indicò un individuo seduto sur un canapè nero di tela cerata, nel corri­doio, il quale - ci disse - era poc’anzi venuto e desiderava di parlarci. La persona in parola, che intanto s’era alzata in piedi e ci guardava, era un uomo giovane, di una venticinquina d’anni, tarchiato, con capelli e barba di un biondo acceso, la faccia piena e di color roseo, illuminata da un paio d’occhi celesti, che esprimeva­no a un tempo sincerità e timidezza come quelli di certi bambini o di gen­te campagnuola, cui quella di città mette in soggezione.

 

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Paolo Toschi: Ricordando. Il Rimbaud della Romagna

Da IL   RESTO   DEL CARLINO, Bologna, 27 novembre 1926.

«Ora è rinchiuso nel manicomio di Castelpucci». Così terminavano le brevi notizie che Papini e Pancrazi hanno scritto di Dino Campana davanti a una giudiziosa scelta delle sue cose, in quell'antologia degli Scrittori ďoggi, di cui i giovani letterati sogliono dir male fin che non sperano di comparirvi anche loro.

I cancelli di un manicomio si chiudono dietro a un'esistenza umana più tristi e tremendi di quelli di un cimitero: perché la scomparsa di uno che vive tra i vivi è notata, commentata, rimpianta; ma quando uno s'allontana dal mondo in tal modo, si fa silenzio ed egli passa poi dal regno della follia in quello della morte senza che quasi nessuno se ne accorga.

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