Biografia

La storia della foto attribuita a Dino per errore cominciò da questo articolo

Dal sito del liceo Torricelli l'articolo del 17/10/1958 con la notizia del ritrovamento della foto del  1900: ma non era Dino il giovanotto con i pantaloni chiari e i baffetti, era Filippo Tramonti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

Leonetta a Emilio: l'ultimo Campana

Dalle lettere di Leonetta Cecchi Pieraccini a Emilio Cecchi da Firenze del 4 e del 19 gennaio 1918. Archivio E. Cecchi.

 

Una sanguisuga rossa e violetta

Ballerine, 1939[...] Ma senti che mi capita stamani. Mi capita Campana. Fin qui nulla di eccezionale. L'eccezionale, l'inaudito è stata la conversazione: il monologo, lo sfogo, il suo dire insomma. A momenti mi pigliava quel profondo sottile tremore che si prova dinanzi ai pericoli perché vedevo il viso del mio interlocutore vieppiù alterarsi e gli occhi lustrare come se fossero di vetro. Egli era in uno stato di eccitamento verboso e imma­ginativo che rasentava la pazzia e spesso si tuffava in piena pazzia. Le teorie dei suoi avvenimenti, delle sue torture, avevano spesso degli accenti di magia, di satanica poesia, ma tutto correva così rapido e con­torto e difficile che io non ne ho che una memoria lucida sì, ma inaffer­rabile, inesprimibile. E credi pure che avrebbe meritato invece di esser seguita e riportata quella razza di fantasticheria. Insomma il punto di partenza è questo: egli è un gran colpevole: è il responsabile della guerra. La guerra e il disfacimento della poesia italiana: il disfacimento della poesia italiana è opera di Papini. Quattro anni fa, quando egli conobbe Papini, questi attrasse magneticamente lo spirito della poesia italiana non putrida, da lui, Campana. Ma questo maleficio avvenne attraverso la persona della moglie del Papini e anche attraverso Soffici. Che è uno spirito conduttore: non è Mefistofele, Soffici, è Berlicche. E Papini iniziò una nuova forma di poesia con l'energia succhiata da Campana, ma fu dissolvimento. Fu sperpero, imputridume, fu la guerra.

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Giuseppe Marcenaro: Una comunicazione al Prefetto

Da TUTTOLIBRI, 03-08-2002,  pag.11

 

Informazione riservata del Rettore di Bologna al Prefetto della città ligure: "facilmente si abbandona a violenze"

 

Campana, un'ombra matta nei vicoli di Genova 

 

Camillo SbarbaroCamillo Sbarbaro, nel 1921, rievocandolo nell'immaginario, lo "incontrò" a Genova. Le poche pagine dell' "estroso fanciullo" mettono in scena un piccolo psicodramma dove si fondono due febbrili universi: quello dell'irruente Dino Campana che emanava disagio e sembrava sempre sul punto di "cavar di tasca qualche cosa d'insanguinato"; e quello del dolente e rinunciatario Sbarbaro: "Sono un burattino che ha ancora bisogno di un po' d'aria" . L'uomo dei Trucioli "vide" l'uomo dalle mani da assassino, buono e furibondo, per l'antica piazza dei tornei, sotto una torre quadrangolare svariata di smalto che si alzava accesa sul corroso mattone a capo di vicoli cupi, palpitanti di fiamme. Lo trovò, con la sua figura accesa e tozza, dove non poteva che essere: nella Piazza Sarzano di Genova, un luogo "mistico" che mosse lo spirito al fuggitivo, al transfuga dalle tante città. Sedettero a un'osteria. Scorti, potevano sembrare congiurati. Invece parlavano di poesia. Ma adesso l'immaginario si confonde, crea ombre e illusioni. Fantasmi. Angoli dove bisognerebbe vietare lo sguardo ai filologi, a quanti mettono in riga le date per dare un andamento temporale alla vita di Campana che, a quel punto, era già un gomitolo imbrogliato e sfatto. Veniva da Bologna. A Genova si era trasferito per seguire le lezioni di chimica all'università.

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Julien Luchaire

Julien Luchaire, fondatore dell'Istituto Francese a Firenze, fu uno dei pochi che aiutò Dino Campana. Tramite Sibilla Aleramo Dino ebbe la possibilità di guadagnare qualcosa con il suo lavoro di traduttore, dal francese in italiano, per La rivista delle Nazioni Latine, di cui Luchaire era direttore, insieme a Guglielmo Ferrero.

La redazione ringrazia Diana Rüesch, direttrice dell'Archivio Prezzolini di Lugano, per aver permesso la pubblicazione di questa rara fotografia


Augusto Hermet, un ritratto di Dino.

Da: La ventura delle riviste, di Augusto Hermet, (1903-1940) FIRENZE, VALLECCHI, 1941, pag. 151.

 

ritratto a matita di Augusto HermetAutunno 1914. Il Ministro della neutralità realmente moriva, Salandra soltanto sulla “sedia elettrica”. Si chiedeva a gran voce la guerra. E una sera sotto la sua finestra, lungo il Mugnone, il futuro annalista di questa ventura, che era ancora suddito di Francesco Giuseppe e il cui corpo, per retinenza alla leva di guerra pendeva allora, in contumacia, a un’austriaca forca, udì un coro di ben note voci:

 

Si batterà la carica su l’Alpi,

su coi cannoni, su con le mani

 

.............................................

Gioia bella, vo lontano,

dammi la mano, dimmi l’addio.

 

Era, appena composto, l’inno d’Angnoletti per Trento e Triste. Ascoltò, s’affacciò alla finestra.

Gli amici gl’intimarono: Scendi subito, e via con noi!

Nella focosa schiera splendeva biondo barbaramente e virgineamente, con una rosea cera fiammea, gli occhi celesti e tra i fluenti baffi la gran bocca a clamorose fulminee risate, il randagio poeta della notte mediterranea, col suo libro solare e sporcamente stampato da qualche mese (la pazza dedica a Guglielmo II!), Canti Orfici: Dino Campana.

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

Aldo Santini: Athos Gastone Banti, giornalista audace che sapeva colpire di penna e spada

Un ritratto dal vivo del giornalista livornese che ebbe modo di scontrarsi con Dino Campana nel 1916, a Livorno.

Da Il Tirreno — 18 settembre 2005  

Con Athos Gastone Banti, che fu direttore del “Telegrafo” poi diventato “Tirreno”, continuiamo la serie dei ritratti di personaggi raccontati da Aldo Santini nel libro «Livornesi nel Novecento». 

Quando nel secondo decennio del ’900 la sua firma appare sempre più frequente sul «Telegrafo», i livornesi, con micidiale umorismo, cambiano il suo nome in uno sberleffo: «Athos, bastone e guanti». Lui ne gioisce: «È segno che mi leggono». E difatti i suoi interventi, i suoi servizi, le sue polemiche, i livornesi se li bevono come grappini.  Figlio di madre ebrea, Emma Della Riccia, Athos Gastone Banti è un impiegato delle poste allorché prende a collaborare con il giornale di piazza Carlo Alberto. La sua carriera è rapida. Assunto in pianta stabile, diviene presto capo redattore e appena scoppia la Grande Guerra il «Giornale d’Italia» di Bergamini, di cui è corrispondente da Livorno, ne fa il suo inviato speciale al fronte. E lassù, con Barzini senior, Guelfo Civinini e Fraccaroli del «Corriere della Sera», forma un poker di assi del quale non sappiamo se apprezzare di più l’autorevolezza o l’audacia.

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