Biografia

Paolo Pianigiani: Sulle piste di Regolo...

 

Ringrazio la dott.ssa Annamaria Mortari, Funzionario dell'Archivio Storico del comune di Mantova,

e le gentili Operatrici dell'Ufficio, per la preziosa collaborazione

 

 Così Dino parla di Regolo al Pariani:

"Regolo è uno che andò in Argentina. Si chiamava Regolo Orlandelli, era di Mantova. Lo incontrai in Argentina, a Bahia Blanca. Prima lo avevo conosciuto presso Milano. Viaggiava il mondo. In America aveva un'agenzia di collocamento: a Milano faceva il commercio ambulante. A Genova lo incontrai per caso, dopo essere stato in Argentina. Credo sia morto; deve essere morto certamente".

Regolo è, insieme al "Russo", che è ancora più misterioso di lui, l'unico personaggio maschile degli Orfici ad avere una qualche connotazione identificativa. Se si eccettua quel l'antico compagno di scuola, scoperto da Stefano Drei fra le foto antiche del Liceo Torricelli: il professore "purulento", Oddone Assirelli, che appare e scompare come un fantasma ne "La giornata di un nevrastenico".

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La redazione ringrazia il Dirigente Scolastico Prof. Giorgio Brandone, del Liceo Classico Statale Massimo D'Azeglio di Torino,  per averci inviato questo importante documento

Proveniente dal Liceo Torricelli di Faenza, Dino sostiene gli esami di ammissione alla terza Liceo a Torino, presso il Liceo Massimo D'Azeglio.

Ecco i risultati degli esami di ammissione alla terza liceo che Dino Campana ha sostenuto nell'anno scolastico 1901-1902

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Cartolina Postale di Dino Campana a Emilio Cecchi, scritta a Rifredo di Mugello in data 31/Luglio/1916

 

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Le escandescenze di uno studente

Da "Il Giornale del Mattino", Bologna, 27 Dicembre 1912

articolo pubblicato sul Giornale del mattinoNel pomeriggio di ieri verso le 16, il comandante delle guardie municipali Dalmonte-Casoni, transitava per via Zamboni insieme con alcune persone della sua famiglia, quando, giunto nei pressi della casa segnata col n. 52, fu attratto dal rumore prodotto da una vetrata sbattuta e vide un giovanotto senza cappello, il quale, liberatosi dalle strette di alcune persone che si trovavano sulla soglia del caffè, situato in detta casa, si dava a fuggire verso il teatro comunale.

Immaginando trattarsi di un qualche ladro, il Dalmonte-Casoni si diede a rincorrerlo e riuscì a raggiungerlo, nei pressi di via del Guasto, mentre egli raccattato un ciottolo dalla via, minacciava con questo chiunque si avvicinasse. Riuscito, dopo non pochi stenti a disarmare l'energumeno, il Casoni si accingeva a condurlo in ufficio quando egli estratta di tascuilibrio mentale onde lo fece trasportare all'Ospedale Maggiore.

Egli è lo studente Campana Dino di Giovanni alunno presso la nostra Università.

Le cause che avevano dato luogo all'incidente surriferito sono le seguenti: verso le 16 il Campana, accompagnato da due colleghi, certi Quirico Dall'Oca dimorante in via Mazzini al n. 42 e Bucci Paolo, a di tasca una chiave ripreso a minacciare le persone che nel frattempo erano sopraggiunte dicendo che voleva compiere una strage.

Fortunatamente di lì a pochi minuti arrivavano le guardie municipali Pagani Enrico, Spanagri Carlo e Lucchetti Aldo, le quali si trovavano all'angolo di via Castagnoli ed erano nel frattempo state avvertite del fatto, le quali aiutarono il loro comandante a ridurre all'impotenza il giovane che pareva invasato da una vera frenesia ed a condurlo con vettura alla caserma di palazzo.

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Dal sito del liceo Torricelli l'articolo del 17/10/1958 con la notizia del ritrovamento della foto del  1900: ma non era Dino il giovanotto con i pantaloni chiari e i baffetti, era Filippo Tramonti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

Dalle lettere di Leonetta Cecchi Pieraccini a Emilio Cecchi da Firenze del 4 e del 19 gennaio 1918. Archivio E. Cecchi.

 

Una sanguisuga rossa e violetta

Ballerine, 1939[...] Ma senti che mi capita stamani. Mi capita Campana. Fin qui nulla di eccezionale. L'eccezionale, l'inaudito è stata la conversazione: il monologo, lo sfogo, il suo dire insomma. A momenti mi pigliava quel profondo sottile tremore che si prova dinanzi ai pericoli perché vedevo il viso del mio interlocutore vieppiù alterarsi e gli occhi lustrare come se fossero di vetro. Egli era in uno stato di eccitamento verboso e imma­ginativo che rasentava la pazzia e spesso si tuffava in piena pazzia. Le teorie dei suoi avvenimenti, delle sue torture, avevano spesso degli accenti di magia, di satanica poesia, ma tutto correva così rapido e con­torto e difficile che io non ne ho che una memoria lucida sì, ma inaffer­rabile, inesprimibile. E credi pure che avrebbe meritato invece di esser seguita e riportata quella razza di fantasticheria. Insomma il punto di partenza è questo: egli è un gran colpevole: è il responsabile della guerra. La guerra e il disfacimento della poesia italiana: il disfacimento della poesia italiana è opera di Papini. Quattro anni fa, quando egli conobbe Papini, questi attrasse magneticamente lo spirito della poesia italiana non putrida, da lui, Campana. Ma questo maleficio avvenne attraverso la persona della moglie del Papini e anche attraverso Soffici. Che è uno spirito conduttore: non è Mefistofele, Soffici, è Berlicche. E Papini iniziò una nuova forma di poesia con l'energia succhiata da Campana, ma fu dissolvimento. Fu sperpero, imputridume, fu la guerra.

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