Gabriel Cacho Millet: Andrea Zanzotto al premio Campana

 

Andrea Zanzotto nella sera del Premio Campana

di Gabriel Cacho Millet

 

Era il 25 maggio 2002, a Bologna, quando Andrea Zanzotto ricevette con tutti gli onori il Premio Cam­pana e disse nel suo intervento finale che il poeta dei Canti Orfici era «una figura difficilmente catalogabile». Nel dopocena si tornò a parlare dell'argomento. Rima­sti in pochi (Niva Lorenzini, Marco A. Bazzocchi e qualche altro professore dell'Università), ci attarda­vamo a tavola. Zanzotto era visibilmente stanco, quando qualcuno disse che ero nato in Argentina.

«Allora lei è della terra di Borges?», mi chiese. «Era un grandissimo poeta», aggiunse e si mise a ricordare le poesie dell'argentino che più gli piacevano.

Certamente il Poema de los dones, certamente El poema Conjetural, ma la poesia più bella di tutte era, secondo lui, quella che Borges scrisse per evocare la fi­gura di Spinosa, raccolta nel 1964 (El otro, el mismo), specie la prima quartina che ripetè in spagnolo, come assaporando parola per parola, a voce bassa:

Las traslùcidas manos del judio

Labran en la penumbra los cristales

Y la tarde que muere es miedo y trio.

(Las tardes a las tardes son iguales.) 

 

Le diafane mani dell'ebreo

Tagliano nella penombra le lenti

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

 Tornò poi a menzionare Campana vagamente e a ricordare sornione che nella sua famiglia "i Campana" non erano mancati. A un certo punto della conversa­zione, entrò Beppe Matulli, responsabile del Premio Campana per dirmi se potevo, quando Zanzotto me lo avesse chiesto, accompagnarlo nella stanza che gli avevano destinato nell'albergo. Precisò anche il nu­mero che non ricordo. Quello che ricordo è che pro­prio Zanzotto, sempre più stanco, mi chiese di accompagnarlo. Mentre lentamente ci incamminavamo, mi parlò non senza una vena di malinconia dei suoi figli. C'era nelle sue parole una segreta pena che cercava inutilmente di nascondere. Nella stanza dove lo ac­compagnai, si tolse la giacca e si sedette sul letto. Io avevo preso dalla tasca del mio giaccone un'antologia dei suoi versi (Poesie 1938-1986) e timidamente gli chiesi di firmarla.

Volle sapere il mio nome e il mio cognome e restò in silenzio col libro in mano. Dopo un po' scrisse il mio nome, dimenticando però il mio matronimico: «A Ga­briel Cacho con i cari auguri MMII di Andrea Zanzotto».

Appoggiandosi ancora a una gamba seguitò a scrivere osservando che mi avrebbe fatto dono del primo verso di una poesia che aveva in testa e che diceva: «... col forno a microonde». Prima di chiudere il volume, mise fra ­parentesi il verso e mi consegnò il libro congedandomi.

Tornai qualche anno dopo a domandargli se quel verso avesse avuto un seguito, ma ormai non ricordava di averlo scritto. Chiesi ancora se da qualche parte aveva conservato il suo intervento di quel giorno su Campana.

«Ho tutta la biblioteca in disordine. La venderò», mi rispose. Poi, quasi come a volersi giustificare, osservò: «Non posso prendere impegni. Ho il Parkinson».

 

 


 

 

 

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