Emilio Cecchi: Dino Campana

Emilio Cecchi

Dino Campana 

 

 

 

 

 La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

 

  

Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

 

Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

Linati, tipico artista di decadenza, capricciosamente compassato; ma il Cam­pana, poeta vero, cui la certezza della propria natura fa riuscire magari sciatto, circa le cose da ammettere o rifiutare. Sicché le pagine belle stanno nel libro fra abbozzi, moncherini, frammenti, dove una idea lirica tremola con gesto morto, che non arriva. O diremo che, per Linati, nel suo ascetismo letterato, la sensi­bilità non diveniva mai tanto gracile e spossata, che egli non potesse ricavarne qualche interessante filigrana, con quel rigore di non sperdere di sè una minima particella. Mentre in Campana l'atto dello scrivere si compieva, soddisfatte esi­genze dell'essere che sono poi la riprova organica della poesia.

L'arte che, nell'errore, gli assume talvolta un che di romantico e torbido, sa ritrovare, come finestre di mare brillanti in fondo a cupi vicoli, aperture e certezze verso felicità dorate. Delicatezze ed agrezze speciose, improvvise minera­lizzazioni di un contenuto patito, infinitamente cosciente, stanno nel libro dei Canti orfici, fino alla difficoltà della scelta:

« l'alito metallizzato delle chitarre »;

« nel corpo vulcanizzato, due chiazze, due fori di moschetto sulle mammelle estinte » ; « l'orologio verde come un hottone in alto che aggancia il tempo all'eternità della piazza... ».

Ma sensazioni ed immagini di questo genere, pur bellissime, interessano so­prattutto come punto di distacco del Campana, verso una sua natura più profonda. Sono ricordi bruciati e malati, di ore nelle quali, per intenzione, o simbolicamente soltanto, egli cercò di riaffermare il possesso dei propri valori; come nel rimorso s'interroga ed anticipa la grazia. Si direbbe che espresse, con il bisbiglio leggero e la precisione di disegno psicologico di un « canzonista » tipo Verlaine, le sue nostalgie e torbidezze di poeta « maledetto », il Campana, segnatamente nel pae­saggio, s'orienta nella luminosità d'una natura vetustamente italiana. L'innesto delle due tonalità, per solito, si avverte facilmente. E la piena purezza delle attuazioni appare, dicevamo, nei paesaggi; sia in forme che hanno ancora del descrittivo; sia in vere e proprie illuminazioni liriche, dove si astraggono del tutto in geometrie di colori e arabeschi musicali, con raccordi semplicissimi di parole facili e ritornanti, che limitano e spartiscono vasti e limpidi spazi.

Alcune immagini della montagna :

« Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immen­samente aperte. Il paesaggio cristiano segnato di croci inclinate dal vento, ne fu vivificato misteriosamente. Volava senza fine sull'ali distese, leggera come una barca sul mare. Addio colomba, addio! Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco, grige nel cre­puscolo, tutt'intorno rinchiuse dalla foresta cupa ».

Una visione dell'Arno : 

« L'Arno qui ancora ha tremiti freschi; poi lo occupa un silenzio dei più profondi; nel canale delle colline basse e monotone toccando le piccole città etrusche, uguale oramai sino alle foci, lasciando i bianchi trofei di Pisa, il duomo prezioso traversato dalla trave colossale, che chiude nella sua nudità un così vasto soffio marino. A Signa, nel ronzìo musicale e assonnante, ricordo quel profondo silenzio: il silenzio d'un epoca sepolta, di una civiltà sepolta: e come una fanciulla etrusca possa rattristare il paesaggio... ».

Con più libero slancio lirico, in questo frammento: Olimpia-Arabesco :

« Oro, farfalla dorata polverosa perchè sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perchè pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla, la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perchè si rivela un viso, c'è come un peso sconosciuto sull'acqua corrente, la cicala che canta».

E in quest'altro frammento, una delle più alte cose di Campana, e fra le sue ultime, intitolato : Toscanità:

 

« Perchè esista questa realtà tu devi tendere una volta gialla sopra il velluto nero e le trecce di una trecciatola che intreccia pagliuzze d'oro ».

« Non accendere i carboni della passione : essi ti risponderanno col fuoco elementare delle carte da giuoco. Ma se piuttosto intendi il battere di tamburi con cui il poverello Giotto accom­pagnava le sue Madonne, sii certo che ì doppii piani ti daranno la soluzione della doppia figu­razione che l'orgoglio e lo spirito aspetta... ».

Dove la superba immagine della trecciaiola e della Madonna, si dissolve in un concetto rimasto quasi inespresso e inafferrabile.

Scene di mistero originario si posano entro cornici da palcoscenico di caffè concerto. Eremitaggi e marine biancheggiano e lustrano sul policromo polverone di qualche trista fiera di provincia. Ma queste vicinanze appunto conferiscono alla loro apparizione di paesaggi di libertà e di redenzione; e fanno tanto più sentire come quel riso « mediterraneo » non fosse qualche cosa di astratto, un tema da disciogliere in valori affini di cultura : per esempio il « francescano entusiasmo della natura con fede », l'allegria provenzale. Le confessioni, le epigrafi, insomma tutta la scoria vissuta, ch'è scheggiata e spersa nel libro dei Canti orfici, in un pallore allucinato, entrando in questi rapporti trova almeno una vibrazione di dolore, di ansietà umana. Ed anche essa contribuisce ad autenticare, per la sua parte, che in quell'epoca di ricerche d'una nuova poesia, d'un nuovo stile, Dino Campana fu di quelli che portarono, oltre ai successi incontestabili e sereni, più profonda lealtà a sè medesimi, più onore.

 

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