Silvano Salvadori: Il canto della tenebra

IL CANTO DELLA TENEBRA                                           

                                                                     (tono minore)

            La luce del crepuscolo si attenua:

            Inquieti spiriti sia dolce la tenebra

            Al cuore che non ama più!

            Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare, 

5          Sorgenti, sorgenti che sanno          

            Sorgenti che sanno che spiriti stanno        

            Che spiriti stanno a ascoltare......                    

            Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

            Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

10        Ascolta: ti ha vinto la Sorte:                            

           Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

           Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte                            

           Più Più Più

           Intendi chi ancora ti culla:

15        Intendi la dolce fanciulla                         

           Che dice all’orecchio: Più Più

            Ed ecco si leva e scompare

            Il vento: ecco torna dal mare                          

            Ed ecco sentiamo ansimare

20        Il cuore che ci amò di più!                      

           Guardiamo: di già il paesaggio

           Degli alberi e l’acque è notturno

           Il fiume va via taciturno…

           Pùm! mamma quell’omo lassù!                                                                                                                       

 

Da Il Più Lungo Giorno

v.4 e seg: Sorgenti sorgenti sorgenti a cantare/ sorgenti sorgenti che abbiam da ascoltare? sorgenti notturne che state a cantare?/ Più Più Più Più!….

v. 12: …..morte

v.10: Ci dicon: ti ha vinto la sorte

v.18: il vento (o ritorna dal mare)

v. 24: Mamma

Var. v. 24: E ancora un coglione è lassù 

 

Fra noi e le sorgenti c’è una sorte di corrispondenza fraterna: loro emettono incessantemente la loro materia fluente così come il poeta emette il suo respiro poetico. Tutto questo ha un momento privilegiato: la notte. Il silenzio e la notte sono la culla in cui nasce il pensiero: il pensiero, atto di vita superiore a qualsiasi altro atto, il pensiero, pura coscienza del sé, non disturbato neppure dall’amore che ancora può legarci a qualcosa di terreno.

Allorché si spegne lentamente la luce del crepuscolo e la tenebra ci avvolge dolcemente, allorché ogni cosa in noi è vinta in una cosmica mineralogica coincidenza con il più puro elemento della natura (la sorgente: quasi luogo d’eccellenza per un nuovo battesimo), allora fra il nostro spirito inquieto e l’acqua non c’è più diversità: siamo due cose in ascolto reciproco.

Un battesimo ci attende: quello di entrare in un’altra vita; quella di qui l’abbandoniamo vinti da una Sorte avversa; il cuore di chi è poeta, ancor più quando è buio, si alleggerisce del corpo e di ogni cosa di questo mondo ed è pronto per accogliere quella dimensione che non ha durata e lunghezza: l’eternità.

Non più il tic-tac del pendolo del tempo, ma un fluido continuo “più nulla”: un nulla che si aggiunge al nulla nell’ambiguità stessa del “più”: fine di ogni cosa e aggiunta su aggiunta che non produce somma, ma che è sempre eguale a se stessa.

Prendi coscienza pienamente di chi ti può veramente cullare nel riverbero infinito di un eco di dissoluzione; sappi interpretare il suggerimento della dolce velata morte, evocata dalla tenebra stessa, che a questo ti invita.

Qualcosa di spirituale avviene; sorge quasi improvviso un soffio di vento che passa e subito scompare. Tutto sembra rifluire là da dove è nato; anche il vento montano abbandona queste valli, si va a perdere là, nel luogo da dove sorse. Così noi siamo finalmente accanto a quella nostra origine dal nulla che è pronta a riprenderci. Brevemente ci ha amato la madre alla nostra nascita; più a lungo ci amerà la Morte che ci genererà all’eternità, riassorbendo in sé nella pace il nostro cuore ansimante come il suo.

E’ giunto il momento: la notte è piena, si è portata via le sagome del mondo, la stessa acqua non più le riflette; anche il fiume ha perso la sua voce e si adegua con il silenzio al nulla imperante. Rimanere è da coglioni; è comprensibile dunque scegliere la strada della morte! E proprio forse alla mamma terrena un fanciullo indica colui che sceglie la pace dell’altra maternità sotterra.

 I verbi usati prima con la terza persona singolare (ascolta, intendi), divengono poi sentiamo, guardiamo; ciò che prima il poeta indicava al lettore, ora il poeta condivide come destino.

 

  
  


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