Affondi

Una visita al Liceo Torricelli

 

 

 

Andiamo a visitare il sito del Liceo Torricelli di Faenza, curato dall'amico Stefano Drei. Nello spazio, ricchissimo, dedicato a Dino Campana, ci sono due nuovi articoli che segnaliamo ai nostri lettori.

- "Ricordo una vecchia tempera". Memorie figurative nella prima pagina dei Canti Orfici. Di Stefano Drei

- Un poeta russo, Campana e il suo segreto. Una fonte sconosciuta dei Canti Orfici. Di Leonardo Chiari

 


 

 

 

 

Emilio Cecchi: Dino Campana

Emilio Cecchi

Dino Campana 

 

 

 

 

 La redazione ringrazia l'amico Silvano Tognacci per averci fornito questo importante documento.

 

  

Se uno torna col pensiero agli anni della formazione, in Italia, d'un nuovo senso della poesia, è colpito al vederli, così brevi anni, ingombri di tanti morti; e tutti morti giovani, o assai giovani : Corazzini, Michelstaedter, Gozzano, Locchi, Onofri, Bastianelli, Boine, Serra, Slataper. Dino Campana non fu tra i più gio­vani, relativamente alla morte materiale; ma gli anni da lui passati, fra il 1918 e il decesso nel 1932, in uno spedale psichiatrico, furono anni di morte. Quanto sorprendente e quasi mitologica era stata l'apparizione, fra le scomparse più tra­giche fu quella di Dino Campana.

Ho conosciuto alcuni poeti, nostrani e forestieri. Non pretenderò che fossero poeti immensi; ma erano di certo fra i massimi che l'epoca poteva mettere a mia disposizione. Accanto a loro, provavo ammirazione, riverenza. Accanto a Campana, che non aveva affatto l'aria d'un poeta, e tanto meno d'un letterato, ma d'un barrocciaio : accanto a Campana, si sentiva la poesia come se fosse una scossa elettrica, un alto esplosivo.

Non so di che specie egli fosse; se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. Un fauno insaccato in quei miseri panni di fustagno, o un altro essere così, tra divino e ferino, non avrebbe fatto diversa impressione. Genio poetico egli ebbe forse più d'ogni altro della nostra generazione, se avesse potuto maturarlo e svilupparlo a fondo. Italiano dello stipite di Giotto, di Ma­saccio e d'Andrea del Castagno.

L'atto del poetare proveniva in lui da un incanto di realtà schiettissimo. C'era un contrassegno direi fatale e carnale, suggello autentico della sua genia­lità. Quelle ch'egli chiamò « le supreme commozioni della sua vita », gli condu­cevano il ritmo in andature corali, popolari. E segnatamente nel paesaggio, egli si esaltò in una bellezza italiana, specificamente toscana, di autorità antica e veneranda. La sua sensibilità spasmodica, di errante e perseguitato, non gli pre­cludeva l'aspirazione, ed in parte il cammino, verso una forma classica della vita e dell'arte; verso l'idea d'una felicità, come egli diceva: «mediterranea»; idea che sembrava respirata nelle città tirrene del nostro Trecento.

 

Nessuno ha più saputo, come Campana, nel rapido e largo stacco dei suoi versi e delle liriche in prosa, riuscire modernissimo e, al tempo stesso, naturale, popolaresco. Egli passò come una cometa; ed anche oltre le strette ragioni for­mali, in una sfera più vasta e calorosa, la sua influenza sui giovani fu incalcolabile, e s'è tutt'altro che spenta. Egli dette un esempio d'eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia testimoniata davvero col sangue. Da lui e dal coetaneo Unga­retti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima lirica.

E pare un avvertimento simbolico, una specie di profezia, quel verso di Whitman che il Campana aveva fatto mettere, senza nessuna indicazione, in fondo all'ultima pagina del suo unico volume, il volume dei Canti orfici: sulla povera carta bigia dello stampatore campagnolo. Dice cotesto verso di Whitman : « Essi furono tutti coperti dal sangue del fanciullo ».

Fu curioso che il libro dei Canti orfici, così carico di futuro, uscisse al me­desimo tempo d'un altro libro, squisitamente riassuntivo : Doni della terra di Carlo Linati. Non si sarebbe potuto immaginare confronto e contrasto di due temperamenti e di due arti poetiche più differenti. Nulla, in Campana, d'una psicologia d'uomo d'« atelier »; ma, s'è detto prima, di errabondo e perseguitato. Egli non estraeva pazientemente i più gelosi valori dei vocabolari; ma scriveva d'un rapido e largo getto; quando non lasciava giù idee e frasi come uno che scarica un insopportabile fardello.

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Tiziano Salari: Notte e trasfigurazione

Tiziano Salari - Dino Campana: notte e trasfigurazione

Da "Campi immaginabili" n. 40/41, editore Rubattino.


Tiziano Salari1. Il viaggio iniziatico

Secondo il richiamo all’orfismo, i Canti Orfici rappresentano un viaggio iniziatico. Sia il complesso del libro, sia ogni singolo componimento, raccontano il senso che deve avere per il poeta ogni tappa di questo viaggio. La notte, con cui si aprono i Canti, compendia la totalità dell’esperienza. Nel poema si racconta di un viaggio sia nel tempo che nello spazio che porta il poeta a vagabondare per il mondo, fino al ritorno nei luoghi delle sue prime esperienze. Il significato del viaggio è la creazione di un uomo nuovo, nel senso dell’oltreuomo di Nietzsche. Le biografie hanno assegnato delle date a questi erramenti del giovane Campana, che erano state delle fughe da una condizione sociale e familiare vissuta come opprimente, in un tentativo, disperato quanto vano, di liberazione. La liberazione, se ci fu, avvenne su un piano più alto e diverso, quello della poesia. D’altra parte Campana non aspirava ad altra liberazione. Ed ecco ancora volta quel nucleo di emozioni poetiche senza tempo che si spingono oltre il loro tempo fino a me con il profumo e la nostalgia di un altro secolo, ma persistenti nel loro messaggio di solitudine e bellezza e spaesamento che solo un totale distacco dalle necessità del mondo e dalla cerimoniosità del mondo letterario poteva consentire.

 

 

 

 

 Articolo di Tiziano Salari

"La notte o della gioia tragica"

su www.transfinito.eu

 

Susanna Sitzia: identificato l'autore dei versi inglesi di Dino

 

L'ignoto autore dei versi tradotti da Campana è la poetessa americana Julia Ward Howe 

 

 

 

 

 Pubblicato su:  Oblio, anno IV, numero 13

Primavera 2014 

 sito web: www.progettoblio.com

 

La redazione ringrazia Susanna Sitzia per avere permesso la pubblicazione dell'importante contributo

 

Dino Campana nel 1911-1912 ha annotato una quartina in lingua inglese e la corrispondente traduzione italiana. La quartina in lingua inglese è diventata un giallo letterario: «nessuno è stato in grado di identificarne l'autore» e dopo un secolo in cui, fra poche congetture e qualche equivoco, nessuno era riuscito a risalire all'identità dell'autore della quartina, la paternità dei versi inglesi è stata attribuita allo stesso Campana. L'ipotesi che l'autore e il traduttore fossero la stessa persona tuttavia non colmava ma evidenziava il vuoto conoscitivo di cui era una diretta conseguenza, e lasciava irrisolto il quesito. Continuai perciò a cercare una più persuasiva risposta finché individuai la poesia e il suo vero autore, anzi, la vera autrice: il misterioso autore dei versi tradotti da Campana è la poetessa americana Julia Ward Howe. La piccola scoperta aggiunge un tassello all'incompleto mosaico della cultura di Campana. Il caso della mancata individuazione dell'autore dei versi tradotti da Campana impartisce qualche ammaestramento sulle vicende editoriali che possono contribuire a creare un giallo e a ritardarne lo scioglimento.

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Stefano Drei: Orfeo, Ofelia e una piazza

Orfeo, Ofelia e una piazza (con un’ipotesi sul titolo dei Canti Orfici)

 di Stefano Drei

 L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà). Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]

 L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà).

Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]

 

«Orfici? Perché? La parola non ci parve chiara». Federico Ravagli e gli amici bolognesi di Dino Campana erano perplessi. All'interno dei Canti Orfici il nome del mitico cantore non compare mai e non compare nemmeno alcun esplicito riferimento alla sua vicenda. Orfeo è assente anche dal Più lungo giorno e dalle altre carte campaniane anteriori al capolavoro: certi indizi fanno supporre che la scelta del titolo sia intervenuta tardi, quando il libro era già quasi ultimato. Non si vuol dire con questo che si tratti di scelta immotivata: Ravagli, forse indirizzato dallo stesso Dino, ne individuava la fonte ne I grandi iniziati di Édouard Schuré; una fonte su cui poi sono tornati in molti.

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Mario Petrucciani: Campana le parole, la lunga marcia

 

Mario Petrucciani, Per la poesia

Studi  1943-2001,

a cura di Corrado Donati e Alberto Petrucciani, tre volumi,

Metauro Edizioni, Pesaro 2011

Prefazione di Franco Contorbia     

        

 

La notte sta in apertura del libro di Campana: lampeggiante segnale biografico-simbolico. Notturni, subito dopo, è l’insegna della seconda sezione dei Canti Orfici. Non basta: nella prima pagina di questo comparto, precisamente ai versi 17-18 de La Chimera, Campana ha fissato una sorta di proprio identikit:

io poeta notturno

vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Ora si dà il caso che in questa espressione, certamente essenziale come dichiarazione di poetica, ricorrano due termini che figurano già nel proemio, v. 42., del De rerum natura di Lucrezio, là dove il poeta annuncia la propria teoresi scientifica e filosofica epicurea, quindi in un passo anche esso intenzionalmente investito di determinazione programmatica. Qui scrive Lucrezio all’amico Memmio come e perché egli sia stato indotto a «noctes vigilare serenas». Noctes = notturno; vigilare = vegliai. Non è questo l’unico raccordo accertabile tra i due poeti (entrambi, si rammenti, sono scrittori unius libri, con tratti di specie visionaria della sintassi narrativa ove non mancano innesti di componenti oniriche — entrambi ritenuti malati di mente, benché questa diagnosi sia oggi da molti studiosi messa in forse o addirittura negata). Ma non si può comunque sottovalutare l’obiettiva circostanza testuale con cui, entrambi, scelgono con forza di presentarsi ai lettori come indagatori della notte.

[Premessa a Giuseppe Savoca, Concordanza dei «Canti Orfici» di Dino Campana: testo, concordanza, liste di frequenza, indici, [Firenze]: Olschki. 1999, p. IX-XII

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