Affondi

Stefano Drei: Orfeo, Ofelia e una piazza

Orfeo, Ofelia e una piazza (con un’ipotesi sul titolo dei Canti Orfici)

 di Stefano Drei

 L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà). Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]

 L’ostessa Ofelia Cimatti (seconda da sinistra) con camerieri e avventori davanti alla porta della nuova Osteria della Mosca in piazza Biffi (ora piazza Martiri della Libertà).

Anno 1940 circa: sono trascorsi quasi trent’anni da quando Dino Campana l’ha evocata nei Canti Orfici. [Proprietà Sergio Montanari.]

 

«Orfici? Perché? La parola non ci parve chiara». Federico Ravagli e gli amici bolognesi di Dino Campana erano perplessi. All'interno dei Canti Orfici il nome del mitico cantore non compare mai e non compare nemmeno alcun esplicito riferimento alla sua vicenda. Orfeo è assente anche dal Più lungo giorno e dalle altre carte campaniane anteriori al capolavoro: certi indizi fanno supporre che la scelta del titolo sia intervenuta tardi, quando il libro era già quasi ultimato. Non si vuol dire con questo che si tratti di scelta immotivata: Ravagli, forse indirizzato dallo stesso Dino, ne individuava la fonte ne I grandi iniziati di Édouard Schuré; una fonte su cui poi sono tornati in molti.

Leggi tutto: Stefano Drei: Orfeo, Ofelia e una piazza

Antonio Castronuovo: Un'ignota cartolina di Dino Campana Campana

 
Un’ignota cartolina di Dino Campana
 
di Antonio Castronuovo 
 
Da "La Rassegna della Letteratura Italiana”, a. 106, serie IX, luglio-dicembre 2002
 
In una cartella dell’Archivio Luigi Orsini conservato presso la Biblioteca Comunale di Imola è custodita una cartolina di Dino Campana assente nelle diverse edizioni di lettere  del poeta  di Marradi. Il documento consente  di ricostruire  alcuni tratti della  biografia  campaniana nell’agosto del 1917. La cartolina è contenuta in un foglietto bianco piegato in due, a mo’ di custodia, sul quale appare una scritta di pugno di Luigi Orsini: «Dino  Campana di Modigliana». Va notato che quello di Luigi Orsini è un archivio abbastanza  anomalo: sembra preparato dall’autore in vista della conservazione postuma, con molte  glosse stilate di sua mano. La  cartolina  raffigura  in  bianco e  nero un panorama  di Marradi, il paese  nativo di  Campana. Sul retro, sotto lo spazio per  l’indirizzo, appare  la  stampigliatura  che  classifica l’immagine e ne fissa la data di produzione: «Ufficio Rev. Stampa – Milano, 4.7.1917  –  N. 1392». Il timbro postale  sull’affrancatura  è  ben  leggibile:  «Marradi, Firenze, 19.8.17». La  cartolina  è  indirizzata  al «Prof. poeta / Luigi Orsini / Imola»  e  contiene il seguente testo in colonna:
 
Rispettosi  
saluti  
devmo  
Dino Campana
(soffre)  
Marradi.
 
A matita, sotto le parole campaniane, spicca l’annotazione: 
 
autore dei «Canti Orfici»  
morto pazzo
 
Innanzitutto un breve  cenno su Luigi Orsini, nipote  di quel Felice Orsini che  aveva  attentato alla vita di Napoleone III (Luigi era figlio del fratello di Felice). Nato a Imola il 13  novembre 1873, si laureò in  giurisprudenza  a Bologna  dove conobbe  Pascoli e  Carducci. Dal 1911  al 1938  tenne  la  cattedra  di Letteratura  poetica e  drammatica al regio Conservatorio di Milano. Era  una  cattedra  di prestigio, dato che  Orsini era  subentrato a Emilio Praga e a Giuseppe Giacosa e che dopo di lui fu tenuta da Salvatore  Quasimodo. Collaborò a diversi giornali, quali “Il popolo d'Italia”, “Il resto del carlino”, “L'illustrazione italiana”. Visse a Milano, ma restò sempre legato alla sua Romagna: fu tra i fondatori della rivista  “La Romagna nella storia, nelle lettere e nelle arti” e della  “Associazione  per  Imola storico–artistica”. Morì a Imola  l'8  novembre  1954. 

Leggi tutto: Antonio Castronuovo: Un'ignota cartolina di Dino Campana Campana

Mario Petrucciani: Campana le parole, la lunga marcia

 

Mario Petrucciani, Per la poesia

Studi  1943-2001,

a cura di Corrado Donati e Alberto Petrucciani, tre volumi,

Metauro Edizioni, Pesaro 2011

Prefazione di Franco Contorbia     

        

 

La notte sta in apertura del libro di Campana: lampeggiante segnale biografico-simbolico. Notturni, subito dopo, è l’insegna della seconda sezione dei Canti Orfici. Non basta: nella prima pagina di questo comparto, precisamente ai versi 17-18 de La Chimera, Campana ha fissato una sorta di proprio identikit:

io poeta notturno

vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Ora si dà il caso che in questa espressione, certamente essenziale come dichiarazione di poetica, ricorrano due termini che figurano già nel proemio, v. 42., del De rerum natura di Lucrezio, là dove il poeta annuncia la propria teoresi scientifica e filosofica epicurea, quindi in un passo anche esso intenzionalmente investito di determinazione programmatica. Qui scrive Lucrezio all’amico Memmio come e perché egli sia stato indotto a «noctes vigilare serenas». Noctes = notturno; vigilare = vegliai. Non è questo l’unico raccordo accertabile tra i due poeti (entrambi, si rammenti, sono scrittori unius libri, con tratti di specie visionaria della sintassi narrativa ove non mancano innesti di componenti oniriche — entrambi ritenuti malati di mente, benché questa diagnosi sia oggi da molti studiosi messa in forse o addirittura negata). Ma non si può comunque sottovalutare l’obiettiva circostanza testuale con cui, entrambi, scelgono con forza di presentarsi ai lettori come indagatori della notte.

[Premessa a Giuseppe Savoca, Concordanza dei «Canti Orfici» di Dino Campana: testo, concordanza, liste di frequenza, indici, [Firenze]: Olschki. 1999, p. IX-XII

Leggi tutto: Mario Petrucciani: Campana le parole, la lunga marcia

Susanna Sitzia: Il mito di Dionisio Zagreo in Italia e in Russia

  

Susanna Sitzia, Dopo Die Geburt der Tragödie: il mito di Dioniso Zagreo in Italia e in Russia nel primo Novecento, "Between". Rivista dell'Associazione di Teoria e Storia comparata della Letteratura, vol 1, N° 2 (2011), Oriente e Occidente. Temi, generi e immagini dentro e fuori l’Europa, Atti del convegno annuale dell'Associazione per gli Studi di Teoria e Storia comparata della Letteratura - Compalit, Napoli, 13-15 novembre 2008

  Nietzsche riconosce nel Dioniso misterico l’eroe della tragedia greca e attraverso il mito della morte per smembramento di Dioniso Zagreo illustra la convergenza nella tragedia del dionisiaco e dell’apollineo. Il legame istituito in The Geburt der Tragödie tra Zagreo e l’eroe tragico contribuisce alla riviviscenza sia del mito di Zagreo che della tradizione legata al personaggio di Orfeo, essendo Orfeo, nei testi tradizionalmente attribuitigli, il narratore del mito della morte per smembramento di Dioniso, che è il mito antropogonico dell’Orfismo.


[...] la tragedia greca, nella sua forma più antica, aveva per oggetto solo i dolori di Dioniso [...] tutte le figure famose della scena greca, Prometeo, Edipo, eccetera, sono soltanto maschere di quell’eroe originario. [...] l’unico Dioniso veramente reale appare in una molteplicità di figure, nella maschera di un eroe in lotta, ed è per così dire preso nella rete della volontà individuale. [...] in verità quell’eroe è il Dioniso sofferente dei misteri, quel dio che sperimenta in sé i dolori dell’individuazione, e di cui mirabili miti narrano come da fanciullo fosse fatto a pezzi dai Titani e come poi in questo stato venisse venerato come Zagreus (Nietzsche 2002: 71, 72).

Il presente lavoro mira a rilevare nella sua dimensione sovranazionale il carattere orfico che nelle poetiche primonovecentesche si manifesta da Oriente a Occidente.


 

Silvano Salvadori: Il poeta sotto esame

Paolo Maccari: “Il poeta sotto esame, con due importanti inediti di Dino Campana”

Passigli Editori, pp 107, 2012,

 

Un colpo di fortuna inaspettato: emergono tra le filze della biblioteca umanistica della Facoltà di Lettere di Firenze, i temi di Dino per un concorso bandito dall’Istituto di Studi Superiori: scopo abilitarsi all’insegnamento del francese nei ginnasi del Regno.

Paolo Maccari li ha scovati con grande sorpresa, portando così una luce importante sulla biografia del poeta in quel poco documentato 1911. Dino vi si iscrive il 23 marzo ed esegue i temi dal 20 al 22 aprile.

L’autore sottolinea i vari rimandi nelle lettere in cui Dino vanta la sua conoscenza di cinque lingue, che lui vorrebbe sfruttare chiedendo lavori di traduttore. Ancora il Pariani nel novembre del 1931 dice che Dino vi si esercitava proprio allorchè sembrava essere guarito dei suoi disturbi, preparando una sua uscita da Castel Pulci con la speranza così di “guadagnarsi il necessario con modesto impiego”.

Nel novembre1911 Dino fece anche domanda per un concorso ad “alunno delegato di Pubblica sicurezza”, domanda che gli fu respinta. Sempre in quell’anno, il 13 marzo richiese il passaporto con lo scopo di recarsi in Germania per motivi di lavoro; nel tema ritrovato afferma che se verrà bocciato, si recherà in America. Il suo spirito è sempre in bilico dunque fra la ricerca di un posto fisso e la sua smania di viaggiare.

Leggi tutto: Silvano Salvadori: Il poeta sotto esame

Silvano Salvadori: Bicicletta e Poesia

Bicicletta e Poesia 

di Silvano Salvadori

Alfredo Oriani pubblicò nel 1902 “La bicicletta”: "Virgilio cantò il cavallo, Monti il pallone, Carducci il vapore, molti la nave, nessuno ancora la bicicletta". È il racconto del suo solitario viaggio nell’estate del 1897 per la Romagna e la Toscana (mille chilometri, scrive con qualche esagerazione), attraverso campi assolati, borghi, città, luoghi della memoria e della storia, come la Verna, Siena, Montaperti, Pisa. È il libro più importante e più bello dedicato in Italia al ciclismo e alla bicicletta. Di essa dice:"è la mia libertà, giacché dal primo giorno che inforcai la sella della bicicletta, mi sentii come un evaso, e voi sapete che solamente i prigionieri hanno della libertà una profonda passione e la più lirica idea""La bicicletta è una scarpa, un pattino, siete voi stessi, è il vostro piede diventato ruota, è la vostra pelle cangiata in gomma……….La bicicletta siamo noi, che vinciamo lo spazio e il tempo: soli, senza nemmeno il contatto con la terra che le nostre ruote sfiorano appena ". 

Nei Canti di Castelvecchio (1903) Pascoli dedica una poesia alla bicicletta:

dlin … dlin… mia labile strada,/ sei tu che trascorri o son io?/ Che importa? Ch’ io venga o tu vada,/ non è che un addio!/ Ma bello è questo impeto d’ala,/ ma grata è l’ebbrezza del giorno…

 

Però a noi interessa quell’aspetto agonistico e dinamico, successivamente cantato anche dal Futurismo e rappresentato da Boccioni.

Avviciniamoci a Marradi e a Dino di cui si conoscono quattro versioni della poesia ciclistica:

“Giù per la china ripida” nel Quaderno, una ne “Il più lungo giorno”  col titolo - Giro d’Italia in bicicletta (1° arrivato al traguardo di Marradi) -, un’altra dedicata a F.T. Marinetti col titolo “Traguardo” ed infine la parte centra dell “Immagini del viaggio e della montagna”.

Già nel 1907 fu fondato a Borgo S. Lorenzo il Ciclo Club Appenninico il cui primo presidente fu Francesco Arquint, di origini svizzere; nello stesso anno ci fu la prima edizione della Milano-Sanremo; nel settembre del 1909 ci fu il primo Giro dell’Emilia (insieme alla prima edizione del Giro d’Italia).

A livello letterario Luigi Graziani, di Bagnocavallo e docente al liceo di Lugo, scrisse in esametri la Bicyclula, In re cyclistica Satan, (1899, 1902), in cui, fra l’altro si riprende una polemica sull’uso, da parte dei parroci in tonaca, di tale nuovo mezzo.

 

 

Leggi tutto: Silvano Salvadori: Bicicletta e Poesia

Sei qui: Home Affondi