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Silvano Salvadori: Ad un Angelo del Costa

In una poesia del Quaderno, Dino parla di una tavola di Lorenzo Costa, vista a Bologna nella chiesa di San Giovanno in Monte: si tratta della Pala Ghedini

 

 

Ad un Angelo del Costa

(S. Giovanni in Monte, Bologna)

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Luca Mazzei: Dino Campana o della morte al cinema

Da: Luca Mazzei, Dino Campana o della morte al cinema, in Letteratura e cinema: percorsi di confine, a cura di Ivelise Perniola, Venezia, Marsilio, 2002.

Un titolo dimenticato

Papini, Ferri, Thovez e pochi altri. Non furono molti prima dell'avvento/evento del D'annunzio cinematografico i letterati in sala. Ancora meno quelli di cui tutt'oggi si ricordi il nome nelle antologie. Ma forse tra i letterati spettatori di quegli anni c'è ancora un nome non recensito. È Dino Campana, poeta dei misteri, delle accese diatribe, e delle lacune letterarie, cui la filologia ha reso, postumamente, più onore di quanto non abbiano potuto fare la Storia e la cronaca. Proprio un lavoro filologico infatti - genere di contributo che nel caso di questo scrittore che poco ha lasciato scritto di sé e del suo lavoro, si è quasi sostituito alla ricerca biografica - ha da qualche anno portato alla luce un indizio che mette in conto alla formazione del marradese anche un ipotetica esperienza cinematografica. È il titolo che nel 1913 (anno cioè in cui dopo essere passato per le mani del Papini, Il più lungo giorno, chimerico manoscritto della prima redazione dei Canti Orfici, scomparve fra i meandri cartacei dello studio sofficiano) Campana aveva scelto per il primo componimento della raccolta. Un titolo, La notte mistica dell'amore e del dolore-Scorci bizantini morti cinematografiche, tale da far sorgere il dubbio, grazie a quella ultima, singolare coppia di vocaboli, che il letterato Campana avesse, non solo assistito a proiezioni di film, ma ne avesse anche profondamente percepito, introiettandole nel contesto di quella poesia, alcune fondamentali qualità fenomenologiche. È un ipotesi azzardata?

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Christophe Mileschi: La baie vitrèe

 Da: Chants Orphiques, traduzione di C. Mileschi,  edizione bilingue, Lausanne-Paris, L'Âge d'Homme, 1998

La baie vitrée

Le soir fumeux d’été
De la haute baie vitrée verse des lueurs dans l’ombre
Et dans le cœur me laisse une brûlure scellée.
Mais qui a (sur la terrasse sur le fleuve s’allume une lampe) qui a
A la petite Madone du Pont qui c’est qui c’est qui a allumé la
Lampe ? – y’a
Dans la chambre une odeur de putridité : y’a
Dans la chambre une plaie rouge languissante.
Les étoiles sont des boutons de nacre et le soir se vêt de velours :
Et tremble le soir fat : il est fat le soir et il tremble mais y’a
Dans le cœur du soir y’a,
Toujours une plaie rouge languissante.

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Silvano Salvadori: il leone ridente di Zaratustra e la Chimera di Dino

Una lettura de La Chimera attraverso Nietzsche

Nella formazione di Campana certo un posto centrale ha l’esperienza di Nietzsche, del quale sceglie il punto focale dello Zarathustra a premessa de Il più lungo giorno: “e come puro spirito passa il ponte”.

Tante sono le frasi e le immagini che da questo libro ritornano in Dino; ma a questo punto ci interessa, per l’intensa suggestione, l’immagine finale, allorché Zarathustra, dopo aver tanto aspettato l’uomo superiore dalla sua caverna, assiso sul masso da cui vede lontananze ignote, vede avvicinarsi il leone ridente. Costui rappresenta l’essere che ha vinto ogni abrasione psichica della vita sociale così che in lui risplende quel riso misterioso e sereno di chi ha oltrepassato la condizione umana, scegliendo il vento del divenire futuro. Con esso si incammina “come un sole al mattino che spunti dietro oscure montagne”.

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Gleiton Lentz: Alchimia del verbo, una lettura simbolica della Chimera

Un articolo di Gleiton Lenz, Universidade Federal de Santa Catarina - Brasil
Gleiton è il traduttore dei Canti Orfici in lingua portoghese.

Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara, scriveva Campana all'inizio del suo canzoniere orfico con piena consapevolezza di sé, perché sapeva, mentre tratteggiava quelle righe, che sacrificava all'irrazionale il significato primario delle cose, preferendo l'inconscio al conscio, il vaneggiare alla realtà. Se è già nella sua visionaria Notte che s'intravede per la prima volta il riferimento alla torre, ad una torre barbara, sarà invece la sua figura quella tipica del poeta torre d'avorio. Ossia, colui che si compiace nel disgregare il mondo — inteso come la suprema realtà — mediante lo sdoppiamento dell'io, nonostante un accentuato sguardo visionario delle cose.

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Silvano Salvadori: Whitman galeotto

Fu anche il comune amore per Whitman a favorire l'incontro fra Dino e Sibilla. Due articoli di Sibilla pubblicati su La Nuova Antologia e dedicati al poeta americano


Nella prima cartolina spedita  da Rifreddo a Sibilla  del 22-7-16 Campana le chiedeva: Conoscete Walt Whitman? Nella risposta  lei testimonia: E ho amato Walt Whitman, come pochi altri. E’ già tanto tempo. Vi mando qualche mio vecchio articolo: giornalismo non altro. Ma in uno parlo appunto, come potevo farlo allora, con ingenua gravità, di Walt. E poi conclude: Rimandatemi gli articoli, vi prego, perché non ne ho altre copie (E. Falqui  Opere e Contributi, Vallecchi; pp 525-526).

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