Affondi

Silvano Salvadori: La messa a S. Maria della Fortuna

LA MESSA A S.MARIA DELLA FORTUNA

(da Taccuini, abbozzi e carte varie; Falqui, Vallecchi 1973)

 

Questo affondo critico di Silvano Salvadori, ci conferma ancora una volta che Dino dipinge dal vivo, quando descrive situazioni, simboli e paesaggi. Il testo della poesia viene direttamente dal suo cavalletto di poeta visivo. È la prima volta che il senso originale di questa poesia viene spiegato in tutti i suoi aspetti.

 

Nostra Signora della FortunaLa poesia, scritta sul retro di un foglio con data febbraio 1912, inizia con un canto che certamente faceva parte delle preghiere e degli inni che si rivolgevano all’icona di legno dipinto conservata nella chiesa di S. Vittore e Carlo a Genova, a quel tempo officiata dai Carmelitani Scalzi. L’immagine un tempo decorava la prua di una nave (polena) irlandese che il 17 gennaio del 1636 naufragò nel porto dopo un grande temporale. La statua fu trovata intatta, in mezzo ai fasciami, con la corona in mano ed il bimbo in braccio. Fu presa da due marinai messa in un magazzino del porto e ad essa si attribuì poi il miracolo di aver salvato una bambina caduta dalla finestra nello stabile in cui era conservata.

(Tali episodi sono raffigurati in due dipinti di Agostino Benvenuto nelle pareti del presbiterio).

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Silvano Salvadori: Il Museo Umoristico

dal Taccuinetto Faentino, pagg. 20-24. Taccuini, edizione critica di Fiorenza Ceragioli, Scuola Normale Superiore, Pisa, 1990

 

La Pala Bertoni al Museo di Faenza

 

[Che delusione il] Il museo umoristico

museo di Faenza

Rivedo Leonardo Scaletti

Un arco [dorato aperto] sul mare accoglie la vergine [muta]

Due angioli montano due angioli scendono a lato un giovine  nobile legge

All’altro lato un santo prega

Nell’aria non c’è melodia ma c’è l’attesa della melodia 

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Silvano Salvadori: Ad un Angelo del Costa

In una poesia del Quaderno, Dino parla di una tavola di Lorenzo Costa, vista a Bologna nella chiesa di San Giovanno in Monte: si tratta della Pala Ghedini

 

 

Ad un Angelo del Costa

(S. Giovanni in Monte, Bologna)

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Luca Mazzei: Dino Campana o della morte al cinema

Da: Luca Mazzei, Dino Campana o della morte al cinema, in Letteratura e cinema: percorsi di confine, a cura di Ivelise Perniola, Venezia, Marsilio, 2002.

Un titolo dimenticato

Papini, Ferri, Thovez e pochi altri. Non furono molti prima dell'avvento/evento del D'annunzio cinematografico i letterati in sala. Ancora meno quelli di cui tutt'oggi si ricordi il nome nelle antologie. Ma forse tra i letterati spettatori di quegli anni c'è ancora un nome non recensito. È Dino Campana, poeta dei misteri, delle accese diatribe, e delle lacune letterarie, cui la filologia ha reso, postumamente, più onore di quanto non abbiano potuto fare la Storia e la cronaca. Proprio un lavoro filologico infatti - genere di contributo che nel caso di questo scrittore che poco ha lasciato scritto di sé e del suo lavoro, si è quasi sostituito alla ricerca biografica - ha da qualche anno portato alla luce un indizio che mette in conto alla formazione del marradese anche un ipotetica esperienza cinematografica. È il titolo che nel 1913 (anno cioè in cui dopo essere passato per le mani del Papini, Il più lungo giorno, chimerico manoscritto della prima redazione dei Canti Orfici, scomparve fra i meandri cartacei dello studio sofficiano) Campana aveva scelto per il primo componimento della raccolta. Un titolo, La notte mistica dell'amore e del dolore-Scorci bizantini morti cinematografiche, tale da far sorgere il dubbio, grazie a quella ultima, singolare coppia di vocaboli, che il letterato Campana avesse, non solo assistito a proiezioni di film, ma ne avesse anche profondamente percepito, introiettandole nel contesto di quella poesia, alcune fondamentali qualità fenomenologiche. È un ipotesi azzardata?

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Christophe Mileschi: La baie vitrèe

 Da: Chants Orphiques, traduzione di C. Mileschi,  edizione bilingue, Lausanne-Paris, L'Âge d'Homme, 1998

La baie vitrée

Le soir fumeux d’été
De la haute baie vitrée verse des lueurs dans l’ombre
Et dans le cœur me laisse une brûlure scellée.
Mais qui a (sur la terrasse sur le fleuve s’allume une lampe) qui a
A la petite Madone du Pont qui c’est qui c’est qui a allumé la
Lampe ? – y’a
Dans la chambre une odeur de putridité : y’a
Dans la chambre une plaie rouge languissante.
Les étoiles sont des boutons de nacre et le soir se vêt de velours :
Et tremble le soir fat : il est fat le soir et il tremble mais y’a
Dans le cœur du soir y’a,
Toujours une plaie rouge languissante.

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Silvano Salvadori: il leone ridente di Zaratustra e la Chimera di Dino

Una lettura de La Chimera attraverso Nietzsche

Nella formazione di Campana certo un posto centrale ha l’esperienza di Nietzsche, del quale sceglie il punto focale dello Zarathustra a premessa de Il più lungo giorno: “e come puro spirito passa il ponte”.

Tante sono le frasi e le immagini che da questo libro ritornano in Dino; ma a questo punto ci interessa, per l’intensa suggestione, l’immagine finale, allorché Zarathustra, dopo aver tanto aspettato l’uomo superiore dalla sua caverna, assiso sul masso da cui vede lontananze ignote, vede avvicinarsi il leone ridente. Costui rappresenta l’essere che ha vinto ogni abrasione psichica della vita sociale così che in lui risplende quel riso misterioso e sereno di chi ha oltrepassato la condizione umana, scegliendo il vento del divenire futuro. Con esso si incammina “come un sole al mattino che spunti dietro oscure montagne”.

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