Affondi

Arianna Bianchi: I Canti Orfici di Dino Campana: limite e vertigine

Dal sito www.secretum-online.it, un contributo di Arianna Bianchi.

 

 V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé: è il mistico

                                                               (Wittgenstein)

 

 Non sono un mietitore, checché se ne dica.
Accomodo sulle mie ginocchia la luna, mia promessa
E l’ora del pastore risuona in qualche angolo
Dietro il paravento dipinto della collina,
Sotto le palme verdeggianti del cielo deserto. Sono incline
A pensare che è senza dubbio per dosare meglio
La lenta instillazione del vino annerito del dubbio
In sentieri infiniti di cieli incrociati
Che nell’acqua del silenzio questa pietra è gettata,
Questa pietra sonora nell’attesa e nel dubbio.

                                                            (Antonin Artaud)

 





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il poeta che apre il nostro Novecento è Dino Campana. Visionario, orfico, non aspira a mediare l'indecifrabile, ma a isolarlo nella sua potenza primordiale”1. Avvicinarsi a Dino Campana, affrontare la sua figura, occuparsi della sua opera, della sua vita, è un’impresa imprevedibile, legata da tensioni interne opposte, un’esperienza di “limite” e “vertigine”; penetrare nella sua scrittura è come affacciarsi su di un panorama sconfinato, di cui non si intuiscono i confini, e all’interno del quale si possono trovare gli elementi più disparati, spesso in antitesi tra loro. Quasi che chiunque vi si imbatta, possa portare con sé qualcosa di interessante, qualcosa di azzeccato, caso per caso. Quasi che le sue parole si avvalgano di un linguaggio segreto e universale, in grado di raggiungere anime diverse, e, allo stesso tempo, forse, di non essere veramente compreso da nessuna. C’è il Campana - Dotto, studioso di Dante e di Leopardi, affascinato dalla poesia classica e dal linguaggio elevato; c’è il Campana - Girovago, costantemente in viaggio, tra l’Italia, la Francia e persino l’Argentina; il Campana - Malato mentale, internato a più riprese nei manicomi d’Italia; e poi ancora, il Campana - Futurista, il Campana - Innamorato, il Campana – Matto del villaggio, il Campana - Squattrinato, il Campana - Storico dell’arte e, naturalmente, il Campana – Lettore di Nietzsche.

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Silvano Salvadori: Il canto della tenebra

IL CANTO DELLA TENEBRA                                           

                                                                     (tono minore)

            La luce del crepuscolo si attenua:

            Inquieti spiriti sia dolce la tenebra

            Al cuore che non ama più!

            Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare, 

5          Sorgenti, sorgenti che sanno          

            Sorgenti che sanno che spiriti stanno        

            Che spiriti stanno a ascoltare......                    

            Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

            Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

10        Ascolta: ti ha vinto la Sorte:                            

           Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

           Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte                            

           Più Più Più

           Intendi chi ancora ti culla:

15        Intendi la dolce fanciulla                         

           Che dice all’orecchio: Più Più

            Ed ecco si leva e scompare

            Il vento: ecco torna dal mare                          

            Ed ecco sentiamo ansimare

20        Il cuore che ci amò di più!                      

           Guardiamo: di già il paesaggio

           Degli alberi e l’acque è notturno

           Il fiume va via taciturno…

           Pùm! mamma quell’omo lassù!                                                                                                                       

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Silvano Salvadori: Il caffè di Campana

 
Il Caffè di Campana

Nella "grotta di porcellana" con Dino Campana

caffè degli specchi a Genova

Nella poesia Genova Campana si presenta seduto in un locale in cui dà testimonianza della sua golosa abitudine di bere caffè.

Ne Il più lungo giorno nel secondo verso è aggiunto l’aggettivo “levantino”.

 

A Genova in Salita Pollaiuoli c’è il Caffè degli Specchi di Mauro Rossi e all’esterno fa bella mostra di sè una targa verde in metallo su cui sono riportati i primi tre versi qui sotto citati:  

 

 

Entro una grotta di porcellana

Sorbendo caffè levantino

Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce

Tra le venditrici uguali a statue, porgenti

Frutti di mare con rauche grida cadenti

Su la bilancia immota:  

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Il Primato: Inediti di Dino Campana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

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Primo Conti su Dino Campana

Dino Campana a San Salvi

[Gennaio - Aprile 1918]

da: Primo Conti, E' tardi, a cura di Gabriel Cacho Millet, Edizioni Don Chisciotte, Aprile 1989

 

Anche se pochi lo sanno, il nostro amico era biondo, aveva i baffi del gatto scontroso e i suoi silenzi erano leggeri come portati tra noi da un altro ambiente con l'estro di una mongolfiera.

Procedeva, ricordo, col volto un po' all'indietro, la gola barbuta lustrata dal sole, gli occhi che si chiudevano quando avevano fatto sufficiente provvista di riflessi.

Il suo contatto con la vita della poesia passava veloce tra campagna e caffè uniti da piccoli festoni d'erba solitaria che le sue scarpe calamitavano dall'umida solitudine dei campi per offrire alla città dove noi amici lo si stava ad aspettare.

Non ricordo in che modo, dopo aver ammirato quei suoi capelli di nomade me lo stia ritrovando calvo con occhi preoccupati da farmi dimenticare quanto di lui mi piacesse la capacità di scansare il mondo.

Scrissi a Raimondi una cartolina che oggi ritrovo:

"ore 3 pomeridiane

in questo momento è venuto da me un carissimo amico, nipote del dottor Arnolfo Taddei, che cura tuttora il nostro Campana all'Ospedale di San Salvi. Nonostante le ottime condizioni fisiche del poeta, il suo stato sembra inguaribile: e spesso esso viene in preda ad uno stato di eccitazione mentale che lo porta alla mania di persecuzione."

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Piero Bigongiari: Pleiade Campaniana

Un articolo di Piero Bigongiari su Dino Campana, in occasione del centenario della nascita del Poeta Orfico. 

da:  "La Nazione", Firenze,  7 Settembre 1985 

Foto di Ungaretti e BigongiariSe il centenario della nascita di Dino Campana non la­sciasse altre tracce di rilie­vo, dovremmo rallegrarci che esso ha coinciso, se non l’ha provocata, con questa edizione esemplare dei Canti Orfici, per le cure e il commento di Fiorenza Ceragioli, presso l’editore Vallecchi. E chi altro meglio di lui, che pubblicò a suo tem­po, nel ‘28, a cura di Bino Binazzi, la Vulgata di que­sti Canti Orfici e altre liri­che, dopo l’edizione origi­nale di Marradi del ‘14, avrebbe avuto il diritto di farlo? Su quella edizione, seppure non priva di mende e fonte di recriminazioni da parie dello stesso poeta or­mai recluso a Castel Pulci, la mia generazione ha letto Campana, lo ha amato e ri­conosciuto grande poeta. Ora la Ceragioli restaura, con questa sua, il testo della prima edizione, l’unica cu­rata ed approvata dall’auto­re, dotandolo di tutti gli strumenti critici e filologici per cui la lettura di Campa­na entra davvero in una nuova fase, pur con tutto il lavoro critico ed esegetico trascorso su un testo, quan­to basilare, altrettanto difficile e controverso, senza dimenticare quanto Falqui, Ramat, Domenico De Robertis e tutti gli altri hanno fatto di benemerente per ar­rivare a una precisione di lettura che si afferma in lut­ti i suoi aspetti, critici, lin­guistici e culturali. Personalmente sono lieto che la Ceragioli, già nota per suoi studi leopardiani, ricercatrice presso la cattedra di Linguistica tenuta da Emilio Peruzzi nella Facol­tà di Magistero dell’Uni­versità di Firenze, facente capo all’Istituto di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea da me diretto, sia stata stimolata a questo lavoro pro­prio da un seminario su Campana da lei tenuto nell’ambito dei miei corsi, tra cui appunto uno sulla poe­sia campaniana.

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