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Primo Conti su Dino Campana

Dino Campana a San Salvi

[Gennaio - Aprile 1918]

da: Primo Conti, E' tardi, a cura di Gabriel Cacho Millet, Edizioni Don Chisciotte, Aprile 1989

 

Anche se pochi lo sanno, il nostro amico era biondo, aveva i baffi del gatto scontroso e i suoi silenzi erano leggeri come portati tra noi da un altro ambiente con l'estro di una mongolfiera.

Procedeva, ricordo, col volto un po' all'indietro, la gola barbuta lustrata dal sole, gli occhi che si chiudevano quando avevano fatto sufficiente provvista di riflessi.

Il suo contatto con la vita della poesia passava veloce tra campagna e caffè uniti da piccoli festoni d'erba solitaria che le sue scarpe calamitavano dall'umida solitudine dei campi per offrire alla città dove noi amici lo si stava ad aspettare.

Non ricordo in che modo, dopo aver ammirato quei suoi capelli di nomade me lo stia ritrovando calvo con occhi preoccupati da farmi dimenticare quanto di lui mi piacesse la capacità di scansare il mondo.

Scrissi a Raimondi una cartolina che oggi ritrovo:

"ore 3 pomeridiane

in questo momento è venuto da me un carissimo amico, nipote del dottor Arnolfo Taddei, che cura tuttora il nostro Campana all'Ospedale di San Salvi. Nonostante le ottime condizioni fisiche del poeta, il suo stato sembra inguaribile: e spesso esso viene in preda ad uno stato di eccitazione mentale che lo porta alla mania di persecuzione."

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Piero Bigongiari: Pleiade Campaniana

Un articolo di Piero Bigongiari su Dino Campana, in occasione del centenario della nascita del Poeta Orfico. 

da:  "La Nazione", Firenze,  7 Settembre 1985 

Foto di Ungaretti e BigongiariSe il centenario della nascita di Dino Campana non la­sciasse altre tracce di rilie­vo, dovremmo rallegrarci che esso ha coinciso, se non l’ha provocata, con questa edizione esemplare dei Canti Orfici, per le cure e il commento di Fiorenza Ceragioli, presso l’editore Vallecchi. E chi altro meglio di lui, che pubblicò a suo tem­po, nel ‘28, a cura di Bino Binazzi, la Vulgata di que­sti Canti Orfici e altre liri­che, dopo l’edizione origi­nale di Marradi del ‘14, avrebbe avuto il diritto di farlo? Su quella edizione, seppure non priva di mende e fonte di recriminazioni da parie dello stesso poeta or­mai recluso a Castel Pulci, la mia generazione ha letto Campana, lo ha amato e ri­conosciuto grande poeta. Ora la Ceragioli restaura, con questa sua, il testo della prima edizione, l’unica cu­rata ed approvata dall’auto­re, dotandolo di tutti gli strumenti critici e filologici per cui la lettura di Campa­na entra davvero in una nuova fase, pur con tutto il lavoro critico ed esegetico trascorso su un testo, quan­to basilare, altrettanto difficile e controverso, senza dimenticare quanto Falqui, Ramat, Domenico De Robertis e tutti gli altri hanno fatto di benemerente per ar­rivare a una precisione di lettura che si afferma in lut­ti i suoi aspetti, critici, lin­guistici e culturali. Personalmente sono lieto che la Ceragioli, già nota per suoi studi leopardiani, ricercatrice presso la cattedra di Linguistica tenuta da Emilio Peruzzi nella Facol­tà di Magistero dell’Uni­versità di Firenze, facente capo all’Istituto di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea da me diretto, sia stata stimolata a questo lavoro pro­prio da un seminario su Campana da lei tenuto nell’ambito dei miei corsi, tra cui appunto uno sulla poe­sia campaniana.

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Alvise Manni: "Una Donna," di Sibilla Aleramo

“Una Donna” di Sibilla Aleramo: il romanzo È (quasi) tutto una vera Storia

  

 di Alvise Manni*

 

 

* Presidente del Centro Studî Civitanovesi di Civitanova Marche (MC). 

copertina libro di Cavalieri su Sibilla AleramoÈ per me un grande onore iniziare a collaborare con il Sito www.campanadino.it e questo grazie al cordiale invito fattomi in tal senso, qualche tempo fa, dal Redattore Paolo Pianigiani. Ed è con vero piacere che sviluppo il mio primo breve articolo recensendo il bel volume dell’amico Pier Luigi Cavalieri “Sibilla Aleramo. Gli anni di Una donna. Porto Civitanova 1888 – 1902”, presentato a Civitanova Marche (MC) il 16 Maggio 2009. L’Autore, dopo quasi una dozzina di anni di minuziose e faticose ricerche storiche e d’archivio, ha compiutamente ricostruito, con un’acribia certosina spintasi fin nei minimi dettagli, la storia che è realmente sottesa fra tutte le righe de “Una donna”, il romanzo più famoso della scrittrice Rina Marta Felicina (alias Sibilla Aleramo); la scrittrice era nata ad Alessandria il 14 Agosto 1876 da Ambrogio Faccio ed Ernesta Cottino e morì a Roma il 13 Gennaio 1960. Per capirci il lavoro di Cavalieri è una ricerca filologica (di 239 pagine corredate da ben 82 immagini) che, passando attraverso una ricostruzione d’ambiente quasi maniacale, ci restituisce la cronaca (direi quasi cotidie), del soggiorno di Rina (non è diventata ancora Sibilla) nella “…cittaduzza del Mezzogiorno” (Civitanova), dal 17 Luglio 1888 alla fine di Febbraio del 1902. Circa 13 anni e mezzo in cui si alternano momenti di vera euforia e gioia spensierata a periodi bui, tristi e letteralmente claustrofobici! Cavalieri sapientemente prende il lettore per mano e senza mai annoiarlo apre moltissime gustose e dotte finestre sul vissuto di una “Città” fra XIX e XX secolo, con tutte le sue sfaccettature socio-politico-economiche e culturali, alternandole con brevi pericopi di citazioni letterali del testo libro che risultano così saldamente ancorate alla cronologia, cosiddetta assoluta, ed a certi dati biografici incontrovertibili e sicuri.

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Luca Antoccia: Il Poeta antigrazioso

Pubblicato su Art e Dossier, Febbraio 2007, Giunti editore Firenze.

La redazione ringrazia l'Editore e Luca Antoccia per averci gentilmente permesso la pubblicazione

 

Nella poesia di Dino Campana, noto all’immaginario comune come poeta visionario e folle, traspare una conoscenza puntuale e precisa della storia dell’arte, dal Rinascimento fino alle avanguardie a lui contemporanee. 

Di recente il grande pubblico lo ha conosciuto per Un viaggio chiamato amore, cinebiografia di Michele Placido sulla tormentata relazione con Sibilla Aleramo.

Qualcuno ricorderà il recital di poesie di Carmelo Bene che lo accostava a Friedrich Hölderlin.

Eppu­re Dino Campana, poeta in versi e in prosa, resta ancora un outsider, il maledetto, l’irre­golare della nostra letteratura: un po’ folle, un po’ selvaggio, sulla falsariga di Ligabue. Ma la confidenza con la lingua e letteratura france­se e tedesca e con il mondo dell’arte suggeri­scono un diverso approccio.

Pasolini nel 1973 avvertiva: «Rileggendo oggi l’opera completa di Campana, la prima realtà che si fa largo nel­la nostra niente è [...] che questo pazzo, que­sto poeta selvaggio, era un uomo colto: non c’è pagina, una riga, una parola della sua produ­zione che non abbia l’inconfondibile "suono" della cultura. Rozzamente colto, s’intende, ma sostanzialmente»1.

 

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Silvano Salvadori: Heine, Wilde e Campana

Una poesia in tedesco trascritta da Dino Campana; per Silvano Salvadori è l'occasione per un approfondimento.

La redazione ringrazia la signora Cristine Kirschke per aver tradotto per noi la poesia di Heine.

 

ritratto di HeineCampana trascrisse due composizioni dal “Libro dei canti” di Heine, la XXI e la XXII; di entrambi salta le prime quartine e gli ultimi due righi della seconda e pure tralascia alcune note di punteggiatura e l’andare a capoverso in quattro punti.

La trascrizione fu pubblicata da Marco Valsecchi in “Dino Campana / 1885-1932” all’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1942 e riproposta in “Dino Campana sperso per il mondo” a cura di Gabriel Cacho Millet, Firenze Olschki 2000.

 

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Silvano Salvadori: Arabesco - Olimpia

ARABESCO – OLIMPIA

(manoscritto su una copia dei Canti Orfici; composizione già dedicata a Giovanni Boine e pubblicata sulla “Tempra” del 15 ottobre del 1915 e nella “Riviera Ligure” del 25 marzo 1916)

 

“Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.

 

Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore[,] quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno[,] e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare? Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.

 

Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù.”  

E’ chiaro che questa che proponiamo non vuol essere la puntuale interpretazione del senso letterario del testo, ma un tentativo di ricostruire il flusso dei ricordi affioranti nell’anima del poeta, riallacciando i tempi razionali e storici in cui si fissarono nelle celle della sua memoria; tentativo certo arduo, ma che forse rivela qualcosa del reale meccanismo che ha guidato la composizione letteraria.

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