Affondi

Silvano Salvadori: Heine, Wilde e Campana

Una poesia in tedesco trascritta da Dino Campana; per Silvano Salvadori è l'occasione per un approfondimento.

La redazione ringrazia la signora Cristine Kirschke per aver tradotto per noi la poesia di Heine.

 

ritratto di HeineCampana trascrisse due composizioni dal “Libro dei canti” di Heine, la XXI e la XXII; di entrambi salta le prime quartine e gli ultimi due righi della seconda e pure tralascia alcune note di punteggiatura e l’andare a capoverso in quattro punti.

La trascrizione fu pubblicata da Marco Valsecchi in “Dino Campana / 1885-1932” all’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1942 e riproposta in “Dino Campana sperso per il mondo” a cura di Gabriel Cacho Millet, Firenze Olschki 2000.

 

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Silvano Salvadori: Arabesco - Olimpia

ARABESCO – OLIMPIA

(manoscritto su una copia dei Canti Orfici; composizione già dedicata a Giovanni Boine e pubblicata sulla “Tempra” del 15 ottobre del 1915 e nella “Riviera Ligure” del 25 marzo 1916)

 

“Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù? Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti. Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.

 

Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore[,] quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno[,] e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare? Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.

 

Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù.”  

E’ chiaro che questa che proponiamo non vuol essere la puntuale interpretazione del senso letterario del testo, ma un tentativo di ricostruire il flusso dei ricordi affioranti nell’anima del poeta, riallacciando i tempi razionali e storici in cui si fissarono nelle celle della sua memoria; tentativo certo arduo, ma che forse rivela qualcosa del reale meccanismo che ha guidato la composizione letteraria.

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Silvano Salvadori: La messa a S. Maria della Fortuna

LA MESSA A S.MARIA DELLA FORTUNA

(da Taccuini, abbozzi e carte varie; Falqui, Vallecchi 1973)

 

Questo affondo critico di Silvano Salvadori, ci conferma ancora una volta che Dino dipinge dal vivo, quando descrive situazioni, simboli e paesaggi. Il testo della poesia viene direttamente dal suo cavalletto di poeta visivo. È la prima volta che il senso originale di questa poesia viene spiegato in tutti i suoi aspetti.

 

Nostra Signora della FortunaLa poesia, scritta sul retro di un foglio con data febbraio 1912, inizia con un canto che certamente faceva parte delle preghiere e degli inni che si rivolgevano all’icona di legno dipinto conservata nella chiesa di S. Vittore e Carlo a Genova, a quel tempo officiata dai Carmelitani Scalzi. L’immagine un tempo decorava la prua di una nave (polena) irlandese che il 17 gennaio del 1636 naufragò nel porto dopo un grande temporale. La statua fu trovata intatta, in mezzo ai fasciami, con la corona in mano ed il bimbo in braccio. Fu presa da due marinai messa in un magazzino del porto e ad essa si attribuì poi il miracolo di aver salvato una bambina caduta dalla finestra nello stabile in cui era conservata.

(Tali episodi sono raffigurati in due dipinti di Agostino Benvenuto nelle pareti del presbiterio).

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Silvano Salvadori: Il Museo Umoristico

dal Taccuinetto Faentino, pagg. 20-24. Taccuini, edizione critica di Fiorenza Ceragioli, Scuola Normale Superiore, Pisa, 1990

 

La Pala Bertoni al Museo di Faenza

 

[Che delusione il] Il museo umoristico

museo di Faenza

Rivedo Leonardo Scaletti

Un arco [dorato aperto] sul mare accoglie la vergine [muta]

Due angioli montano due angioli scendono a lato un giovine  nobile legge

All’altro lato un santo prega

Nell’aria non c’è melodia ma c’è l’attesa della melodia 

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Silvano Salvadori: Ad un Angelo del Costa

In una poesia del Quaderno, Dino parla di una tavola di Lorenzo Costa, vista a Bologna nella chiesa di San Giovanno in Monte: si tratta della Pala Ghedini

 

 

Ad un Angelo del Costa

(S. Giovanni in Monte, Bologna)

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Luca Mazzei: Dino Campana o della morte al cinema

Da: Luca Mazzei, Dino Campana o della morte al cinema, in Letteratura e cinema: percorsi di confine, a cura di Ivelise Perniola, Venezia, Marsilio, 2002.

Un titolo dimenticato

Papini, Ferri, Thovez e pochi altri. Non furono molti prima dell'avvento/evento del D'annunzio cinematografico i letterati in sala. Ancora meno quelli di cui tutt'oggi si ricordi il nome nelle antologie. Ma forse tra i letterati spettatori di quegli anni c'è ancora un nome non recensito. È Dino Campana, poeta dei misteri, delle accese diatribe, e delle lacune letterarie, cui la filologia ha reso, postumamente, più onore di quanto non abbiano potuto fare la Storia e la cronaca. Proprio un lavoro filologico infatti - genere di contributo che nel caso di questo scrittore che poco ha lasciato scritto di sé e del suo lavoro, si è quasi sostituito alla ricerca biografica - ha da qualche anno portato alla luce un indizio che mette in conto alla formazione del marradese anche un ipotetica esperienza cinematografica. È il titolo che nel 1913 (anno cioè in cui dopo essere passato per le mani del Papini, Il più lungo giorno, chimerico manoscritto della prima redazione dei Canti Orfici, scomparve fra i meandri cartacei dello studio sofficiano) Campana aveva scelto per il primo componimento della raccolta. Un titolo, La notte mistica dell'amore e del dolore-Scorci bizantini morti cinematografiche, tale da far sorgere il dubbio, grazie a quella ultima, singolare coppia di vocaboli, che il letterato Campana avesse, non solo assistito a proiezioni di film, ma ne avesse anche profondamente percepito, introiettandole nel contesto di quella poesia, alcune fondamentali qualità fenomenologiche. È un ipotesi azzardata?

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