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Luigi Bonaffini: Ordine e disordine in Campana, "Genova" e la questione della quarta strofa

Luigi Bonaffini: Ordine e disordine in Campana, "Genova" e la questione della quarta strofa.

Prima edizione Forum Italicum, Vol. 13, n. 3, 1979

           

Nella quarta strofa di "Genova," che è senz'altro il brano più noto e discusso di tutta l'opera di Campana, e che ha suscitato infinite polemiche, non ancora risolte dopo sessant'anni di critica campaniana, l'ambiguità del messaggio poetico si cristallizza nella sua forma più estrema e disarticolata.

Al pieno sole di maggio della prima strofa sopravviene la sera, miscuglio di luce e di ombra:

"I palazzi marini avevan bianchi / arabeschi nell'ombra illanguidita," ed il poeta cammina nella incertezza crepuscolare "nell'ambigua sera... / Ed andavamo io e la sera ambigua,"sotto "gli occhi benevoli" delle stelle, le "Chimere dei cieli":

Quando,

Melodiosamente

D'alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia

Come dalla vicenda infaticabile

De le nuvole e de le stelle dentro del ciclo serale

Dentro il vico marino in alto sale,

Dentro il vico che rosse in alto sale

Marino l'ali rosse dei fanali

Rabescavano l'ombra illanguidita,

Che nel vico marino, in alto sale

Che bianca e lieve e querula salì!"

Come nell'ali rosse dei fanali

Bianca e rossa nell'ombra del fanale

Che bianca e lieve e tremula salì:..."

Ora di già nel rosso del fanale

Era già l'ombra faticosamente

Bianca

Bianca quando nel rosso del fanale

Bianca lontana faticosamente

L'eco attonita rise un irreale

Riso: e che l'eco faticosamente

E bianca e lieve e attonita salì...

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Luigi Bonaffini: Campana, Dante e l'Orfismo, componenti dantesche nei Canti orfici

Luigi Bonaffini: Campana, Dante e l'Orfismo, componenti dantesche nei Canti Orfici

Da Italica, Volume 58, n. 4 Winter 1981 

È stato ampiamente documentato dalla critica che nella poesia orfica di Dino Campana confluiscono varie esperienze culturali e letterarie, tra cui la tradizione misterico-religiosa, la poesia europea appartenente al filone orfico, e poi Nietzsche e Schuré. Campana stesso afferma di voler creare una poesia italiana di stampo europeo, e non c'è dubbio che egli fosse sempre disposto a raccogliere ciò che di valido la tradizione europea poteva offrire.

La ricerca e la scoperta di una nuova dimensione poetica non comportava affatto il rifiuto indiscriminato della tradizione, come alcuni hanno voluto credere, fedeli al mito di un Campana ribelle ed avanguardista a tutti i costi, ma si basava, e lo stesso poeta lo dichiara apertamente in una lettera del '15 a Papini, sull'innesto della "più viva sensibilità moderna nella linea della più pura tradizione italiana."1

La più pura tradizione italiana per lui significava soprattutto Dante e Leopardi, come suggerisce quest'altra lettera ad Emilio Cecchi:

Ora io dissi: Die tragodie des letzten Germanen in Italien mostrando di aver nel libro conservato la purezza morale del Germano (ideale non reale) che è stata la causa della loro mone in Italia. (Cercavo idealmente una patria non avendone.) Il germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante, Leopardi, Segantini)."2


In questa sede il pangermanesimo di Campana importa poco. Quello che importa è invece il fatto che lui indichi Dante e Leopardi come veri Germani o tipi morali superiori, dei quali si considerava discendente diretto, anzi uno dei pochi che conservasse la loro "purità d'accento" nella poesia.

Dal piano politico ed ideologico, il pangermanesimo di Campana si sposta al piano letterario. La vera arte può nascere solo dalla fusione dello spirito germanico o nordico e quello latino: "Se una nuova civiltà latina dovrà esistere, essa dovrà assimilare la Kultur."3 Stranamente, lo scrittore che meglio rappresenta questa fusione di culture è proprio Dante:

È il carillon di una torre gotica. Anche Dante nel V Canto ebbe questa fantasia cavalieresca che trionfa dell'Inferno latino. Come sempre la poesia di Dante risulta dalla lotta tra il nordico e il latino .. 4

Ed è ancora Dante lo scrittore che personifica l'arte crepuscolare per eccellenza:

L'arte crepuscolare (era già l'ora che volge il desio) in cui tutto si affaccia e si confonde, e questo stadio prolungato nel giorno aiutato dal vin de la paresse che cola dai cicli meridionali e nella gran luce tutto è evanescente e tutto naufraga, sì che noi nel più semplice suono, nella più semplice armonia possiamo udire le risonanze del tutto.5

II riferimento a Dante è ripetuto in un altro brano dei Taccuini sull'arte crepuscolare:

... in queste sere in cui è profondamente dolce la voce dell'organetto, la canzone di nostalgia del marinaio, dopo che il giorno del sud ci ha riempito du vin de la paresse.

Il marinaio è, naturalmente, quello dell'ottavo canto del Purgatorio ("era già l'ora che volge il disio"), mentre l'organetto è senz'altro un riferimento alla "dolce armonia da organo" (Par. XVII, 43). Il nome di Dante, come esponente della migliore poesia italiana, appare di nuovo in una lettera a Sibilla Aleramo:

Je serais heureux si je pouvais vous faire partager mes admirations pour cette ligne sevère et musicale des Appenines qui marque depuis Dante et Michel Ange l'esprit de nos meilleurs.6

È chiaro, ripetiamolo, che per vera e pura tradizione italiana, su cui la poesia moderna doveva innestarsi, Campana intendeva Leopardi e Dante, quest'ultimo soprattutto. Infatti i riferimenti espliciti a Dante sono numerosi nell'opera di Campana. L'immagine di Francesca è un leitmotif che ricorre più volte nella Notte e nella Verna, mentre non mancano i versi danteschi citati per intero. Il dantismo di fondo dei Canti orfici non è sfuggito alla critica, ad esempio nelle similarità tra la salita alla Verna e l'ascesa purgatoriale di Dante:

Ma tornando alla Verna, il 'pellegrinaggio' si modella sulla 'poesia di movimento' dantesca fin nel senso di vastità vuota, luminosa, donde si dislaga la montagna del Purgatorio, che Dante uscito dalla tenebra infernale prova con una insistenza quasi inebriata, dove pentimento e dolore e ricordo della terra e del passato formano uno stato d'animo inscuidibile coi presentimenti del futuro.7

Ed è stato poi notato il nesso tra la "poesia di movimento" di Dante, come la chiama Campana, ed il motivo del viaggio nei Canti orfici:

  

Enrico Gurioli: Barche amorrate

Barche "amorrate", svelato il mistero di Dino Campana

di Enrico Gurioli

 da: La Nazione, 30 Dicembre 2010 

Campana arriva a Buenos Aires presumibilmente a bordo del piroscafo Ravenna il’17 novembre del 1907 quando la legislazione argentina stabiliva che gli immigranti erano quelli che arrivassero in seconda o terza classe con un vapore proveniente da oltremare.

Non c’è nulla di scritto di Campana sulla sua mappa del soggiorno argentino, solo indizi, tracce.

Campana ritrova le banchine dei porti, le balle, le botti, i quais, le vele lasciate in Mediterraneo. A Buenos Aires si incontra al Boca con la comunità genovese e italiana fatta più di dialetti di persone  in una babele fonetica e sintattica dove la parlata, italiana, friulana, napoletana, toscana, spagnola, genovese, araba, greca si confondeva l’una all’altra, aggrovigliandosi e deformandosi.

A livello linguistico l’unico problema era quello di farsi capire.  Dino Campana, profondo conoscitore di quattro lingue trova invece trova in Argentina un’ulteriore forma lessicale per la sua poesia.  Qui incontra e conosce la cultura porteña e presumibilmente suona il pianoforte nei locali malfamati del Boca  assimilando la nuova lingua dei tangueiros: il lunfard.  In questo contesto egli conosce anche una particolare forma di argot  della malavita ottenuto dalla inversione nell'ordine delle sillabe di una singola parola o frase, chiamata vésre, ossia l'inverso di revés, che significa 'rovescio'.

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Silvano Salvadori: Soffici a La Verna

ARDENGO SOFFICI. “Giornale di Bordo” 1913

 

Lacerba 17, 191326 agosto

No, non lo nasconderò più: questa pace diurna e notturna delle montagne in cerchio, ampiamente, simili a colossali cavalloni pietrificati; la verginità rinfrescante dei boschi; l’ombre e le luci randagie per le valli e i pendii; lo spettacolo rigeneratore della vita in zoccoli, della salute agreste fra la mucca e il maiale – ebbene! Non bastano ad appagare e ritenere il mio spirito vagabondo e ansioso (di che?). Mi tediano, alla fine. Sono due o tre giorni che non godo più di sentirmi l’erba fresca sotto le spalle, e gli astri sulla testa; di tuffare gli occhi per le solitudini verdi e grige, di carezzare la pannocchia lanosa del cardo color fiammifero. Stasera il mio cuore si slancia verso le città lontane, le grandi città; verso l’artificio della vita formidabile dei giorni e delle notti civilizzate. Frastuoni e luci di vie tumultuose, scoppi di macchine in moto, marea di folle, brusio di voci, colori, riflessi, fuochi e alcools di caffè, smaglianza, danze di teatri, onde di musiche – reti di passioni e di pensieri veloci. Non capisco, non desidero che questo, stasera. E bisognerà partire.  

   

La Verna 27 Agosto

 

Poco eroico e un tantino ridicolo, a cavallo su questa ciuca bigia, chi mi vedesse, in giorno di domenica, per i lungarni di Firenze, per esempio. Ma qui su questo calvo Calvano solitario come il polo, calcinoso, arrabbiato nella sua pietrosità cubistica di paese donchisciottesco e francescano. Qui, a piè del ruinoso e duro sasso, ritto e irto d’abeti neri sul fondo ghimè puro di un cielo giottesco, anche lo spirito cavalca una bestia primitiva, testarda; tutt’al più leggermente ironica negli occhi triangolari…. Leggo alla trattoria delle Beccia la frase interrotta: volevo notare qualche mia impressione della Verna in questo luogo di pellegrinaggi mistici. Prima sono stato due giovani frati che scendevano di contro a me giù per la strada ombrosa ed odorante di ragia nella mattina ventilata. Scendevano leggendo compunti, in un loro libretto rilegato di pelle nera e rosso sul taglio.

 

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Arianna Bianchi: I Canti Orfici di Dino Campana: limite e vertigine

Dal sito www.secretum-online.it, un contributo di Arianna Bianchi.

 

 V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé: è il mistico

                                                               (Wittgenstein)

 

 Non sono un mietitore, checché se ne dica.
Accomodo sulle mie ginocchia la luna, mia promessa
E l’ora del pastore risuona in qualche angolo
Dietro il paravento dipinto della collina,
Sotto le palme verdeggianti del cielo deserto. Sono incline
A pensare che è senza dubbio per dosare meglio
La lenta instillazione del vino annerito del dubbio
In sentieri infiniti di cieli incrociati
Che nell’acqua del silenzio questa pietra è gettata,
Questa pietra sonora nell’attesa e nel dubbio.

                                                            (Antonin Artaud)

 





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il poeta che apre il nostro Novecento è Dino Campana. Visionario, orfico, non aspira a mediare l'indecifrabile, ma a isolarlo nella sua potenza primordiale”1. Avvicinarsi a Dino Campana, affrontare la sua figura, occuparsi della sua opera, della sua vita, è un’impresa imprevedibile, legata da tensioni interne opposte, un’esperienza di “limite” e “vertigine”; penetrare nella sua scrittura è come affacciarsi su di un panorama sconfinato, di cui non si intuiscono i confini, e all’interno del quale si possono trovare gli elementi più disparati, spesso in antitesi tra loro. Quasi che chiunque vi si imbatta, possa portare con sé qualcosa di interessante, qualcosa di azzeccato, caso per caso. Quasi che le sue parole si avvalgano di un linguaggio segreto e universale, in grado di raggiungere anime diverse, e, allo stesso tempo, forse, di non essere veramente compreso da nessuna. C’è il Campana - Dotto, studioso di Dante e di Leopardi, affascinato dalla poesia classica e dal linguaggio elevato; c’è il Campana - Girovago, costantemente in viaggio, tra l’Italia, la Francia e persino l’Argentina; il Campana - Malato mentale, internato a più riprese nei manicomi d’Italia; e poi ancora, il Campana - Futurista, il Campana - Innamorato, il Campana – Matto del villaggio, il Campana - Squattrinato, il Campana - Storico dell’arte e, naturalmente, il Campana – Lettore di Nietzsche.

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Silvano Salvadori: Il canto della tenebra

IL CANTO DELLA TENEBRA                                           

                                                                     (tono minore)

            La luce del crepuscolo si attenua:

            Inquieti spiriti sia dolce la tenebra

            Al cuore che non ama più!

            Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare, 

5          Sorgenti, sorgenti che sanno          

            Sorgenti che sanno che spiriti stanno        

            Che spiriti stanno a ascoltare......                    

            Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

            Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

10        Ascolta: ti ha vinto la Sorte:                            

           Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

           Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte                            

           Più Più Più

           Intendi chi ancora ti culla:

15        Intendi la dolce fanciulla                         

           Che dice all’orecchio: Più Più

            Ed ecco si leva e scompare

            Il vento: ecco torna dal mare                          

            Ed ecco sentiamo ansimare

20        Il cuore che ci amò di più!                      

           Guardiamo: di già il paesaggio

           Degli alberi e l’acque è notturno

           Il fiume va via taciturno…

           Pùm! mamma quell’omo lassù!                                                                                                                       

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