Affondi

Enrico Gurioli: Barche amorrate

Barche "amorrate", svelato il mistero di Dino Campana

di Enrico Gurioli

 da: La Nazione, 30 Dicembre 2010 

Campana arriva a Buenos Aires presumibilmente a bordo del piroscafo Ravenna il’17 novembre del 1907 quando la legislazione argentina stabiliva che gli immigranti erano quelli che arrivassero in seconda o terza classe con un vapore proveniente da oltremare.

Non c’è nulla di scritto di Campana sulla sua mappa del soggiorno argentino, solo indizi, tracce.

Campana ritrova le banchine dei porti, le balle, le botti, i quais, le vele lasciate in Mediterraneo. A Buenos Aires si incontra al Boca con la comunità genovese e italiana fatta più di dialetti di persone  in una babele fonetica e sintattica dove la parlata, italiana, friulana, napoletana, toscana, spagnola, genovese, araba, greca si confondeva l’una all’altra, aggrovigliandosi e deformandosi.

A livello linguistico l’unico problema era quello di farsi capire.  Dino Campana, profondo conoscitore di quattro lingue trova invece trova in Argentina un’ulteriore forma lessicale per la sua poesia.  Qui incontra e conosce la cultura porteña e presumibilmente suona il pianoforte nei locali malfamati del Boca  assimilando la nuova lingua dei tangueiros: il lunfard.  In questo contesto egli conosce anche una particolare forma di argot  della malavita ottenuto dalla inversione nell'ordine delle sillabe di una singola parola o frase, chiamata vésre, ossia l'inverso di revés, che significa 'rovescio'.

Leggi tutto: Enrico Gurioli: Barche amorrate

Silvano Salvadori: Soffici a La Verna

ARDENGO SOFFICI. “Giornale di Bordo” 1913

 

Lacerba 17, 191326 agosto

No, non lo nasconderò più: questa pace diurna e notturna delle montagne in cerchio, ampiamente, simili a colossali cavalloni pietrificati; la verginità rinfrescante dei boschi; l’ombre e le luci randagie per le valli e i pendii; lo spettacolo rigeneratore della vita in zoccoli, della salute agreste fra la mucca e il maiale – ebbene! Non bastano ad appagare e ritenere il mio spirito vagabondo e ansioso (di che?). Mi tediano, alla fine. Sono due o tre giorni che non godo più di sentirmi l’erba fresca sotto le spalle, e gli astri sulla testa; di tuffare gli occhi per le solitudini verdi e grige, di carezzare la pannocchia lanosa del cardo color fiammifero. Stasera il mio cuore si slancia verso le città lontane, le grandi città; verso l’artificio della vita formidabile dei giorni e delle notti civilizzate. Frastuoni e luci di vie tumultuose, scoppi di macchine in moto, marea di folle, brusio di voci, colori, riflessi, fuochi e alcools di caffè, smaglianza, danze di teatri, onde di musiche – reti di passioni e di pensieri veloci. Non capisco, non desidero che questo, stasera. E bisognerà partire.  

   

La Verna 27 Agosto

 

Poco eroico e un tantino ridicolo, a cavallo su questa ciuca bigia, chi mi vedesse, in giorno di domenica, per i lungarni di Firenze, per esempio. Ma qui su questo calvo Calvano solitario come il polo, calcinoso, arrabbiato nella sua pietrosità cubistica di paese donchisciottesco e francescano. Qui, a piè del ruinoso e duro sasso, ritto e irto d’abeti neri sul fondo ghimè puro di un cielo giottesco, anche lo spirito cavalca una bestia primitiva, testarda; tutt’al più leggermente ironica negli occhi triangolari…. Leggo alla trattoria delle Beccia la frase interrotta: volevo notare qualche mia impressione della Verna in questo luogo di pellegrinaggi mistici. Prima sono stato due giovani frati che scendevano di contro a me giù per la strada ombrosa ed odorante di ragia nella mattina ventilata. Scendevano leggendo compunti, in un loro libretto rilegato di pelle nera e rosso sul taglio.

 

Leggi tutto: Silvano Salvadori: Soffici a La Verna

Arianna Bianchi: I Canti Orfici di Dino Campana: limite e vertigine

Dal sito www.secretum-online.it, un contributo di Arianna Bianchi.

 

 V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé: è il mistico

                                                               (Wittgenstein)

 

 Non sono un mietitore, checché se ne dica.
Accomodo sulle mie ginocchia la luna, mia promessa
E l’ora del pastore risuona in qualche angolo
Dietro il paravento dipinto della collina,
Sotto le palme verdeggianti del cielo deserto. Sono incline
A pensare che è senza dubbio per dosare meglio
La lenta instillazione del vino annerito del dubbio
In sentieri infiniti di cieli incrociati
Che nell’acqua del silenzio questa pietra è gettata,
Questa pietra sonora nell’attesa e nel dubbio.

                                                            (Antonin Artaud)

 





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il poeta che apre il nostro Novecento è Dino Campana. Visionario, orfico, non aspira a mediare l'indecifrabile, ma a isolarlo nella sua potenza primordiale”1. Avvicinarsi a Dino Campana, affrontare la sua figura, occuparsi della sua opera, della sua vita, è un’impresa imprevedibile, legata da tensioni interne opposte, un’esperienza di “limite” e “vertigine”; penetrare nella sua scrittura è come affacciarsi su di un panorama sconfinato, di cui non si intuiscono i confini, e all’interno del quale si possono trovare gli elementi più disparati, spesso in antitesi tra loro. Quasi che chiunque vi si imbatta, possa portare con sé qualcosa di interessante, qualcosa di azzeccato, caso per caso. Quasi che le sue parole si avvalgano di un linguaggio segreto e universale, in grado di raggiungere anime diverse, e, allo stesso tempo, forse, di non essere veramente compreso da nessuna. C’è il Campana - Dotto, studioso di Dante e di Leopardi, affascinato dalla poesia classica e dal linguaggio elevato; c’è il Campana - Girovago, costantemente in viaggio, tra l’Italia, la Francia e persino l’Argentina; il Campana - Malato mentale, internato a più riprese nei manicomi d’Italia; e poi ancora, il Campana - Futurista, il Campana - Innamorato, il Campana – Matto del villaggio, il Campana - Squattrinato, il Campana - Storico dell’arte e, naturalmente, il Campana – Lettore di Nietzsche.

Leggi tutto: Arianna Bianchi: I Canti Orfici di Dino Campana: limite e vertigine

Silvano Salvadori: Il canto della tenebra

IL CANTO DELLA TENEBRA                                           

                                                                     (tono minore)

            La luce del crepuscolo si attenua:

            Inquieti spiriti sia dolce la tenebra

            Al cuore che non ama più!

            Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare, 

5          Sorgenti, sorgenti che sanno          

            Sorgenti che sanno che spiriti stanno        

            Che spiriti stanno a ascoltare......                    

            Ascolta: la luce del crepuscolo attenua

            Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:

10        Ascolta: ti ha vinto la Sorte:                            

           Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:

           Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte                            

           Più Più Più

           Intendi chi ancora ti culla:

15        Intendi la dolce fanciulla                         

           Che dice all’orecchio: Più Più

            Ed ecco si leva e scompare

            Il vento: ecco torna dal mare                          

            Ed ecco sentiamo ansimare

20        Il cuore che ci amò di più!                      

           Guardiamo: di già il paesaggio

           Degli alberi e l’acque è notturno

           Il fiume va via taciturno…

           Pùm! mamma quell’omo lassù!                                                                                                                       

Leggi tutto: Silvano Salvadori: Il canto della tenebra

Silvano Salvadori: Il caffè di Campana

 
Il Caffè di Campana

Nella "grotta di porcellana" con Dino Campana

caffè degli specchi a Genova

Nella poesia Genova Campana si presenta seduto in un locale in cui dà testimonianza della sua golosa abitudine di bere caffè.

Ne Il più lungo giorno nel secondo verso è aggiunto l’aggettivo “levantino”.

 

A Genova in Salita Pollaiuoli c’è il Caffè degli Specchi di Mauro Rossi e all’esterno fa bella mostra di sè una targa verde in metallo su cui sono riportati i primi tre versi qui sotto citati:  

 

 

Entro una grotta di porcellana

Sorbendo caffè levantino

Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce

Tra le venditrici uguali a statue, porgenti

Frutti di mare con rauche grida cadenti

Su la bilancia immota:  

Leggi tutto: Silvano Salvadori: Il caffè di Campana

Il Primato: Inediti di Dino Campana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  
  

Leggi tutto: Il Primato: Inediti di Dino Campana

Sei qui: Home Affondi