Affondi

Silvano Salvadori: Una poesia aviatoria di Dino Campana

UNA POESIA AVIATORIA DI DINO

Di Silvano Salvadori

 

Il primo volo in assoluto su Genova, Lido d'Albaro,  fu effettuato domenica 15 maggio 1910, alla presenza di oltre trentamila persone, dal pilota belga Giovanni Olieslager su Bleriot XI con motore Anzani da 23-25 HP; probabilmente ce ne deve essere stata memoria, ma Campana in queltempo era certo in Belgio.

Dino fu invece rispedito il 24 luglio 1911 da Genova a Marradi con foglio di via, quindi è probabile che anche nel mese precedente fosse nella città ligure; una originale poesia aviatoria del “Quaderno” potrebbe ispirarsi proprio al Raid Parigi-Roma dei primi di giugno di quell’anno che portò una decina di aerei a sorvolare Genova.

Erano gli anni del grande infervoramento aeronautico. E’ incredibile quanto sia stato veloce il processo di sperimentazione delle nuove macchine.

Alberto Casadei: Dino Campana, il mito del poeta ribelle

Alberto Casadei: Dino Campana, il mito del poeta ribelle

di Alberto Casadei, Università di Pisa

       pubblicato sul sito della

        Società Dante Alighieri

 
 e su:
"Pagine della Dante",  LXXXVIII, s. 3, 2,
aprile-giugno 2005,
pp. 50 -54.


La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
e s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Dino Campana, da Genova,
in Canti Orfici (1914)

I versi appena proposti sono tratti da "Genova", uno dei testi più famosi dei "Canti Orfici", pubblicati nel 1914 dal marradese Dino Campana (1885-1932). Pur essendo uscita a poca distanza dalle raccolte di Guido Gozzano, quella di Campana risponde a una poetica completamente diversa: qui torna in primo piano il simbolismo francese, soprattutto i modelli di Baudelaire e Rimbaud, uniti alla tradizione italiana antica (Dante e Leopardi) e recente, da Carducci a D’Annunzio ai poeti del primo Novecento.
Ma la cultura di Campana non è solo letteraria: molte sue pagine risentono della conoscenza di filosofi e studiosi delle religioni, e in particolare di Nietzsche, con la sua ampia mitologia legata alle teorie sul superuomo, sul destino dei popoli, sulla storia e sull’eterno ritorno, ecc...

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Nelly Inghilleri di Villadauro: Dino Campana

Nelly Inghilleri di Villadauro: Dino Campana - Il suo significato ed il suo valore nello svolgimento della poesia italiana contemporanea / Rieti - Ed. Il Girasole, 1948 (Tip. F.lli Faraoni)

  




La Brigata: Bino Binazzi e Dino Campana

La Brigata, rivista bolognese diretta da Bino Binazzi e Francesco Meriano

 

Bino Binazzi (Figline Valdarno, Arezzo, 1878 – Prato, 1930)

 

 

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Adriano Seroni: I Canti Orfici nella ristampa del ventesimo

Adriano Seroni: I Canti Orfici  nella ristampa del ventesimo

Da L'Approdo, anno I, fascicolo 02, anno 1952,  

Note e rassegne: L'indicatore librario

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Paolo Pianigiani: La tra Sorrento e Cuma

Paolo Pianigiani: La tra Sorrento e Cuma...

Siamo nel dicembre del 1916. Il rapporto fra Dino e Sibilla ha una delle sue prime, drammatiche interruzioni. Sibilla sparisce dalla circolazione e si rifugia a Sorrento. Così almeno lascia intendere...

Dino scrive a Emilio Cecchi una delle sue lettere più intense, che bene esprimono il momento che vive.

 

17 dicembre 1916
 
La tra Sorrento e Cuma dove il Vesuvio fuma si fuma divago Caro Cecchi, mi sem­bra come se una montagna un’enorme montagna che enorme spettrale macabra per­ché non esiste si sia drizzata accanto e voglia esistere – voglia esistere voglia esistere questo è atroce che quello che non esiste voglia esistere, quest’incubo, voglia esistere a qualunque costo / minacci di scomparire per esistere è atroce darei il mio sangue per dire che esiste ma non esiste è un incubo.
Sono tre mesi che ci strappiamo di mano i resti dal nostro amore.
Non avevo ragione di vivere prima così ho creduto ciecamente[.]
Non avevo ragione di vivere ma non potevo aver ragione di morire ma come morire adesso? Tutto serve ti si strappa la tua forza il tuo individuo si vuol mettere il tuo dolore nel letto ignominioso dei drudi, l’ultima nobilità inconfessata segreta di  un malato che nes­suno ha il diritto di chiederti poi tutto si allontana come un incubo mostruoso.
lo sono forcaiolo odio il pietismo protestante che invischia che piange e cola che nega perché lui non esiste perché lui non esiste[.] questo non è amore e si allontana grande enorme come una montagna. Una volta saltavo ritornavo alla natura al riso caro Cecchi. Ora non ho più forza. Davanti questi cipressi penso un vecchio motivo litur­gico etrusco che avevo sentito una volta sull’Arno e che non vuol venire.
Addio inutile scrivermi
Tuo amico

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