Affondi

Adriano Seroni: I Canti Orfici nella ristampa del ventesimo

Adriano Seroni: I Canti Orfici  nella ristampa del ventesimo

Da L'Approdo, anno I, fascicolo 02, anno 1952,  

Note e rassegne: L'indicatore librario

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Paolo Pianigiani: La tra Sorrento e Cuma

Paolo Pianigiani: La tra Sorrento e Cuma...

Siamo nel dicembre del 1916. Il rapporto fra Dino e Sibilla ha una delle sue prime, drammatiche interruzioni. Sibilla sparisce dalla circolazione e si rifugia a Sorrento. Così almeno lascia intendere...

Dino scrive a Emilio Cecchi una delle sue lettere più intense, che bene esprimono il momento che vive.

 

17 dicembre 1916
 
La tra Sorrento e Cuma dove il Vesuvio fuma si fuma divago Caro Cecchi, mi sem­bra come se una montagna un’enorme montagna che enorme spettrale macabra per­ché non esiste si sia drizzata accanto e voglia esistere – voglia esistere voglia esistere questo è atroce che quello che non esiste voglia esistere, quest’incubo, voglia esistere a qualunque costo / minacci di scomparire per esistere è atroce darei il mio sangue per dire che esiste ma non esiste è un incubo.
Sono tre mesi che ci strappiamo di mano i resti dal nostro amore.
Non avevo ragione di vivere prima così ho creduto ciecamente[.]
Non avevo ragione di vivere ma non potevo aver ragione di morire ma come morire adesso? Tutto serve ti si strappa la tua forza il tuo individuo si vuol mettere il tuo dolore nel letto ignominioso dei drudi, l’ultima nobilità inconfessata segreta di  un malato che nes­suno ha il diritto di chiederti poi tutto si allontana come un incubo mostruoso.
lo sono forcaiolo odio il pietismo protestante che invischia che piange e cola che nega perché lui non esiste perché lui non esiste[.] questo non è amore e si allontana grande enorme come una montagna. Una volta saltavo ritornavo alla natura al riso caro Cecchi. Ora non ho più forza. Davanti questi cipressi penso un vecchio motivo litur­gico etrusco che avevo sentito una volta sull’Arno e che non vuol venire.
Addio inutile scrivermi
Tuo amico

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Giuseppe Manzitti: Storia di un ritrovamento fortunato

Giuseppe Manzitti: Storia di un ritrovamento fortunato e di come i Canti Orfici non finirono nel cassonetto

Da una conversazione tenuta dal collezionista-bibliofilo Beppe Manzitti all’Associazione Italia - Francia. Roma, 1 marzo 2005

 .. Avevo indicato nel titolo che avrei parlato dei Canti Orfici di Dino Campana. Terminò così con un libro italiano che mi ha coinvolto più di tanti altri. Esso costituisce, anche per la sublime grandezza del testo, uno dei miraggi più sognati dai collezionisti italiani di letteratura del Novecento. Oltre che un caso letterario, l'unico libro del disgraziato poeta di Marradi, costituisce infatti anche un affascinante caso bibliografico. Siamo nel 1914. 

Il poeta, che, come è noto, finirà i suoi giorni nel 1932, a soli 47 anni dopo aver vissuto gli ultimi quattordici recluso in manicomio, fa pubblicare i suoi versi dal tipografo del suo paese, Bruno Ravagli: "un brute de mon village". Il suo disperato anelito di vedersi pubblicato non aveva trovato ascolto da parte dei grandi letterati fiorentini del momento cui aveva sottoposto il manoscritto, tra cui Giuseppe Prezzolini, Attilio Vallecchi, Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Quest'ultimo smarrisce il quaderno con il manoscrilto, noto come Il più lungo giorno, nel 1913, durante un trasloco. La figlia Soffici, Valeria, lo ritrova, del tutto casualmente, nel 1971. È cronaca recente che il quaderno è passato in asta nel 2004. Se l'è aggiudicato, per circa 210.000 euro, l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze che lo ha poi donato, quest'anno, alla Biblioteca Marucelliana di Firenze. I Canti Orfici vengono stampati in circa 500 esemplari (anche se la previsione era di mille copie) in una veste editoriale dimessa e su carta di poverissima qualità. Dino Campana, in un momentaneo fervore di simpatia per la Germania, lo dedica a "Guglielmo II Imperatore dei Germani" e sulla pagina di titolo e sull'ultima di copertina vi fa stampare la dicitura "Die Tragödie des letznen Germanen in Italien" ("La tragedia dell'ultimo tedesco in Italia"). Chiude la raccolta con due versi di Walt Whitman: "erano tutti stracciali e coperti col sangue del fanciullo", cioè col sangue del poeta assassinato.

In seguito Campana strappa da numerose copie le pagine con la dedica all'Imperatore, la quarta di copertina e quella di titolo con l'epigrafe al soldato tedesco che in alcuni esemplari si limita soltanto a cancellare. Le copie giunte sino a noi sono pochissime. Nel 1929 nel magazzino dell'editore ne erano rimaste invendute 210. Durante la Seconda Guerra Mondiale un battaglione inglese ne trovò, in un cascinale, una partita che diede alle fiamme per riscaldarsi...

Vi sono poi altre variabili tra gli esemplari noti dei Canti Orfici, tra cui quelle, numerose, determinate dalle dediche autografe del poeta. Per queste ragioni il libro di Campana, definito "un incunabolo del Novecento", "il raro best setter della poesia italiana del secolo scorso", offre uno dei più affascinanti campi di ricerca bibliografica.

 

 

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Stefano Verdino: Una copia sconosciuta dei Canti Orfici

Stefano Verdino: Una copia sconosciuta dei Canti Orfici

 Pubblicato su WUZ, storie di editori, autori e libri rari,

anno III, n° 2, marzo aprile 2004

 

"A Luchaire e alla Francia / perché ci vendichi / Dino Campana  è la dedica, che si legge in un esemplare dei Canti Orfici, recentemente trovato a Parigi dal collezionista e studioso del libro, Beppe Manzitti, non nuovo a queste scoperte (qualche anno fa a Firenze, ritrovò nientemeno che il primo manoscritto di poesie di Mario Luzi, con i testi di La barca e molti inediti).  La dedica autografa su tre righe si legge nella prima pagina di occhietto di quest'esemplare per molti versi interessante: esso appartiene al gruppo di copie che hanno subito modifiche per volontà dell'autore: la rimozione della pagina con la dedica all'Imperatore Guglielmo II e la cancellazione della scritta “Die Tragodie des letzen Germanen in Italien” dalla quarta di copertina. E con ogni probabilità è stato sempre Campana a strappare da questo esemplare anche la pagina di titolo ove figurava la stessa scritta in tedesco, di certo non indicata per un destinatario francese. L’esemplare prevede l' “errata-corrige” all'ultima pagina e l'ultimo fascicolo (come in altre copie) è di misura difforme dal resto del volume.

Ma la cosa più ghiotta è la presenza ad apertura di libro (pp. [4-7]) di una lunga poesia autografa, dall'incipit “Come delle torri d'acciaio”; la poesia è nota e fu inviata (con il titolo A Mario Novaro) dallo stesso Campana a Mario Novaro e da questi poi pubblicata su “La Riviera Ligure” (XXII, 53, maggio 1916) senza titolo ma con dedica e didascali a a M.N. / Domodossola 1915  (e non stampata, come recentemente ha sostenuto Martinoni, per cura di Federico Ravagli, “nel novembre 1914 sul foglio goliardico interventista bolognese 'Il cannone”'). Successivamente Campana la trascrisse in autografi per vari amici, sempre con varianti: nel 1942 pubblicò la stesura in sue mani Federico Ravagli, con note da interventista; nel 1949 Franco Matacotta editò la stesura base nel Taccuino, con il titolo Canto proletario italo-francese (su cui vedi l'edizione critica di Fiorenza Ceragioli del 1990); nel 1985 (in Campana fuorilegge) e nel 2000 (in Dino Campana sperso...) Gabriel Cacho Millet rese noti altri due autografi (carte Aleramo e Soffici); ed ecco una nuova copia con alcune lievi, ma interessanti varianti, a partire da una complessa intestazione: Osteria del gatto rosso / Domodossola 1915 - (incompleta). 

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Luigi Bonaffini: Ordine e disordine in Campana, "Genova" e la questione della quarta strofa

Luigi Bonaffini: Ordine e disordine in Campana, "Genova" e la questione della quarta strofa.

Prima edizione Forum Italicum, Vol. 13, n. 3, 1979

           

Nella quarta strofa di "Genova," che è senz'altro il brano più noto e discusso di tutta l'opera di Campana, e che ha suscitato infinite polemiche, non ancora risolte dopo sessant'anni di critica campaniana, l'ambiguità del messaggio poetico si cristallizza nella sua forma più estrema e disarticolata.

Al pieno sole di maggio della prima strofa sopravviene la sera, miscuglio di luce e di ombra:

"I palazzi marini avevan bianchi / arabeschi nell'ombra illanguidita," ed il poeta cammina nella incertezza crepuscolare "nell'ambigua sera... / Ed andavamo io e la sera ambigua,"sotto "gli occhi benevoli" delle stelle, le "Chimere dei cieli":

Quando,

Melodiosamente

D'alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia

Come dalla vicenda infaticabile

De le nuvole e de le stelle dentro del ciclo serale

Dentro il vico marino in alto sale,

Dentro il vico che rosse in alto sale

Marino l'ali rosse dei fanali

Rabescavano l'ombra illanguidita,

Che nel vico marino, in alto sale

Che bianca e lieve e querula salì!"

Come nell'ali rosse dei fanali

Bianca e rossa nell'ombra del fanale

Che bianca e lieve e tremula salì:..."

Ora di già nel rosso del fanale

Era già l'ombra faticosamente

Bianca

Bianca quando nel rosso del fanale

Bianca lontana faticosamente

L'eco attonita rise un irreale

Riso: e che l'eco faticosamente

E bianca e lieve e attonita salì...

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Luigi Bonaffini: Campana, Dante e l'Orfismo, componenti dantesche nei Canti orfici

Luigi Bonaffini: Campana, Dante e l'Orfismo, componenti dantesche nei Canti Orfici

Da Italica, Volume 58, n. 4 Winter 1981 

È stato ampiamente documentato dalla critica che nella poesia orfica di Dino Campana confluiscono varie esperienze culturali e letterarie, tra cui la tradizione misterico-religiosa, la poesia europea appartenente al filone orfico, e poi Nietzsche e Schuré. Campana stesso afferma di voler creare una poesia italiana di stampo europeo, e non c'è dubbio che egli fosse sempre disposto a raccogliere ciò che di valido la tradizione europea poteva offrire.

La ricerca e la scoperta di una nuova dimensione poetica non comportava affatto il rifiuto indiscriminato della tradizione, come alcuni hanno voluto credere, fedeli al mito di un Campana ribelle ed avanguardista a tutti i costi, ma si basava, e lo stesso poeta lo dichiara apertamente in una lettera del '15 a Papini, sull'innesto della "più viva sensibilità moderna nella linea della più pura tradizione italiana."1

La più pura tradizione italiana per lui significava soprattutto Dante e Leopardi, come suggerisce quest'altra lettera ad Emilio Cecchi:

Ora io dissi: Die tragodie des letzten Germanen in Italien mostrando di aver nel libro conservato la purezza morale del Germano (ideale non reale) che è stata la causa della loro mone in Italia. (Cercavo idealmente una patria non avendone.) Il germano preso come rappresentante del tipo morale superiore (Dante, Leopardi, Segantini)."2


In questa sede il pangermanesimo di Campana importa poco. Quello che importa è invece il fatto che lui indichi Dante e Leopardi come veri Germani o tipi morali superiori, dei quali si considerava discendente diretto, anzi uno dei pochi che conservasse la loro "purità d'accento" nella poesia.

Dal piano politico ed ideologico, il pangermanesimo di Campana si sposta al piano letterario. La vera arte può nascere solo dalla fusione dello spirito germanico o nordico e quello latino: "Se una nuova civiltà latina dovrà esistere, essa dovrà assimilare la Kultur."3 Stranamente, lo scrittore che meglio rappresenta questa fusione di culture è proprio Dante:

È il carillon di una torre gotica. Anche Dante nel V Canto ebbe questa fantasia cavalieresca che trionfa dell'Inferno latino. Come sempre la poesia di Dante risulta dalla lotta tra il nordico e il latino .. 4

Ed è ancora Dante lo scrittore che personifica l'arte crepuscolare per eccellenza:

L'arte crepuscolare (era già l'ora che volge il desio) in cui tutto si affaccia e si confonde, e questo stadio prolungato nel giorno aiutato dal vin de la paresse che cola dai cicli meridionali e nella gran luce tutto è evanescente e tutto naufraga, sì che noi nel più semplice suono, nella più semplice armonia possiamo udire le risonanze del tutto.5

II riferimento a Dante è ripetuto in un altro brano dei Taccuini sull'arte crepuscolare:

... in queste sere in cui è profondamente dolce la voce dell'organetto, la canzone di nostalgia del marinaio, dopo che il giorno del sud ci ha riempito du vin de la paresse.

Il marinaio è, naturalmente, quello dell'ottavo canto del Purgatorio ("era già l'ora che volge il disio"), mentre l'organetto è senz'altro un riferimento alla "dolce armonia da organo" (Par. XVII, 43). Il nome di Dante, come esponente della migliore poesia italiana, appare di nuovo in una lettera a Sibilla Aleramo:

Je serais heureux si je pouvais vous faire partager mes admirations pour cette ligne sevère et musicale des Appenines qui marque depuis Dante et Michel Ange l'esprit de nos meilleurs.6

È chiaro, ripetiamolo, che per vera e pura tradizione italiana, su cui la poesia moderna doveva innestarsi, Campana intendeva Leopardi e Dante, quest'ultimo soprattutto. Infatti i riferimenti espliciti a Dante sono numerosi nell'opera di Campana. L'immagine di Francesca è un leitmotif che ricorre più volte nella Notte e nella Verna, mentre non mancano i versi danteschi citati per intero. Il dantismo di fondo dei Canti orfici non è sfuggito alla critica, ad esempio nelle similarità tra la salita alla Verna e l'ascesa purgatoriale di Dante:

Ma tornando alla Verna, il 'pellegrinaggio' si modella sulla 'poesia di movimento' dantesca fin nel senso di vastità vuota, luminosa, donde si dislaga la montagna del Purgatorio, che Dante uscito dalla tenebra infernale prova con una insistenza quasi inebriata, dove pentimento e dolore e ricordo della terra e del passato formano uno stato d'animo inscuidibile coi presentimenti del futuro.7

Ed è stato poi notato il nesso tra la "poesia di movimento" di Dante, come la chiama Campana, ed il motivo del viaggio nei Canti orfici:

  

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