La divisa nascosta di Dino Campana

di Marco Bulgarelli

da "Resine", n. 58-59, 1994

Intervento al Convegno 

La Liguria per Dino Campana

(Genova- La Spezia 1992)

 

Nel 1955 Gino Gerola, uno dei maggiori studiosi di Campana, così si esprimeva dopo aver tentato di ricostruire una biografia del poeta dei Canti Orfi­ci, più rigorosa e più rispettosa di quanto non fossero i racconti sulle sue imprese tramandati grazie a una leggenda grottesca a un'aneddotica frammentaria e spesso divertita: «È necessario rassegnarsi, a priori, a vaste zone oscure [della sua vita], che nessuno ormai riuscirà più, credo, ad esplorare» 1.

 

Successive e non meno appassionate ricerche, accompagnate dalla raccol­ta paziente di un epistolario sempre più voluminoso, hanno consentito tuttavia di portare alla luce in grande quantità nuovi e inaspettati documenti. Ed è attraverso la sintesi brillante di tutto questo materiale accumulatosi negli anni che Sebastiano Vassalli nel 1984 ha potuto scrivere un romanzo, La notte della cometa, che doveva figurare come biografia definitiva del poeta di Mar-radi. Di questo libro, risultato subito assai controverso, non ci soffermere­mo sugli intenti polemici che acremente traspaiono da ogni sua pagina, e vorrebbero suonare come una vendetta postuma di Campana nei confronti di quanti lo hanno frainteso ed emarginato prima di elevarlo ai clamori di una leggenda alquanto umiliante, bensì osserveremo come, per essere un ri­tratto esaustivo del poeta, esso non riesca a scansare imprecisioni e addirittu­ra alterazioni più o meno consapevoli degli avvenimenti che intende illustrare. Delle due novità più sorprendenti che Vassalli per primo racconta nella sua biografia romanzata di Campana, vale a dire il tirocinio che il poeta avrebbe compiuto presso l'Accademia Militare di Modena in qualità di volontario al­lievo ufficiale e la presunta origine luetica delle sue turbe psichiche, ci int­ressa in particolare la prima, che risulta essere anche quella maggiormente documentabile. Vassalli infatti sostiene di aver ricavato i dati relativi a que­sta singolare esperienza in divisa, che Campana avrebbe compiuto nei primi otto mesi del 1904, da un "Registro di Leva del Distretto militare di Firenze, anno 1885" [1].

 

Malgrado questa indicazione e i successivi cinque capitoletti de La notte della cometa impiegati per descrivere nei dettagli la sfortunata carriera del cadetto marradese, noi ora possiamo affermare che al poeta non passò mai per il capo di diventare ufficiale superiore in servizio permanente (Col. Dino Campana) o generale, per la semplice ragione che egli a Modena non vi andò mai, né tanto meno frequentò l'Accademia militare. Gabriel Cacho Millet ha infatti trovato di recente una comunicazione del Distretto militare di Fi­renze, con la quale il 18 dicembre 1903 si avvisava «il giovane Campana Di­no [...] che la domanda da lui inoltrata per l'ammissione nel plotone allievi Ufficiali del 40° Reggimento fanteria, di stanza in Ravenna, venne accolta favorevolmente e che dovrà trovarsi alla sede del reggimento stesso il giorno 4 Gennaio prossimo alle ore 9». Campana fu dunque volontario allievo uffi­ciale a Ravenna, particolare non di poco conto poiché adesso sappiamo che cercò di diventare tutt'al più un ufficiale che oggi si direbbe di complemento, ossia sottotenente, e, cosa non meno importante, soltanto per il periodo del­la ferma obbligatoria. In seguito abbiamo appreso che il plotone allievi uffi­ciali di cui fece parte costitutiva un semplice distaccamento del 40° Reggimento Fanteria "Bologna", una unità che dal 1900 al 1905 ebbe sede, dopo una serie inverosimile di trasferimenti per tutta la penisola, in quello stesso capoluogo emiliano che le diede il nome per esservi stata costituita durante la se­conda guerra d'indipendenza. Tutto ciò coincide con quanto riportato sul foglio matricolare di Campana e sul registro per l'estrazione della leva della classe 1885, due documenti tuttora inediti conservati presso l'Archivio Di Stato di Firenze, attraverso i quali proveremo a ricomporre le disavventure effetti­vamente accadute al poeta nel mondo delle armi. A questo punto non dime­no è necessario aprire una parentesi, per riferire delle difficoltà che deve affrontare chi, contravvenendo all'opinione di Gerola e alle parole che con improvvida immodestia chiudono La notte della cometa («non credo che sul poeta Campana ci sia più molto da scoprire»), intraprenda la ricerca di qual­che nuovo documento che possa mettere in luce con maggior precisione le vicende di un temperamento non facile quale fu quello dell'autore dei Canti Orfici. Tali difficoltà infatti non dipendono soltanto dalla rovina e dalla di­spersione compiute dal tempo, che sempre è reo, ma anche dall'opera consa­pevole dell'uomo, poiché molto materiale che potrebbe essere tuttora disponibile è sparito: rubato. Diamo un breve elenco. All'Ospedale psichia­trico "Lolli" di Imola alla fine degli anni '60 è scomparsa la cartella clinica di Campana, che a detta di alcuni vecchi infermieri conteneva pure certe let­tere di Carducci e dell'Aleramo (non si capisce però come queste ultime fos­sero potute finire proprio lì, a meno che la scrittrice, prima di accompagnare Campana nel gennaio del 1917 alla visita del prof. Tanzi, non avesse scritto al manicomio di Imola per conoscere la diagnosi precisa formulata durante il suo ricovero nel 1906). Al "Lolli" dunque rimane soltanto, annotato sul registro d'ingresso, il termine che definiva la malattia di cui il poeta comin­cia soffrire, a detta di suo padre, intorno ai quindici anni, "demenza preco­ce". La medesima cosa avvenne qualche anno più tardi all'archivio del "S. Salvi" di Firenze. Ordinata fra le migliaia di cartelle che nemmeno l'alluvio­ne aveva potuto distruggere, quella di Campana con tutti i dati relativi al ri­covero del 1909 e all'internamento del 1918 ad un certo punto è diventata irreperibile. Il registro d'ingresso riporta anche qui il suo nome, mentre sul registro degli estinti dell'anno 1932, con la parola "setticemia", resta laconi­camente indicata la causa della morte. Dal 1982-83 all'Archivio di Stato di Firenze sono venuti a mancare, nel contenitore degli Atti del Tribunale di Firenze, proprio quelli relativi al nostro poeta (va anche detto che prima di finire al macero in Questura esisteva fino a non molti anni fa un dettagliato "dossier", inaugurato nel momento in cui si cominciò a sorvegliare Campa­na per motivi di P.S.).

Infine, dalla raccolta de "Il Giornale del Mattino" conservata presso la Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, recentemente è stata strappata la pagina che riportava il trafiletto del 27.12.1912 sulle "escan­descenze" dello studente universitario proveniente da Marradi. Prima dello scempio vi si poteva leggere, fra le altre cose, che al momento del fermo il giovane venne colto da un accesso di epilessia, particolare assai interessante che tuttavia non compare nel medesimo articolo così come è stato ripubbli­cato da A. Mastropasqua ne "L'Informatore librario" del marzo 1982.

Campana dunque dal 4 gennaio 1904 fece parte di un plotone allievi uffi­ciali che si trovava a Ravenna, l'antica città bizantina dove gli si presentò la visione di quell'Oriente ispiratore di alcune tra le più suggestive figurazio­ni mitiche dei Canti Orfici. Circostanza che viene a sconfessare pure le testi­monianze di chi, nel medesimo periodo, lo voleva venditore di stelle filanti al seguito di una compagnia di "Bossiaki" di Odessa1.

Egli invece, come abbiamo visto, stava svolgendo il servizio militare dopo aver deciso di anticiparlo di un paio d'anni e di compierlo come sottotenen­te. "Possidente" e "benestante", secondo quanto certificato in alcuni docu­menti inediti dell'Archivio della Provincia di Firenze, Campana infatti aveva approfittato di certe particolari agevolazioni previste in quel tempo per faci­litare ai giovani di analoga condizione sociale l'ingresso temporaneo nei qua­dri inferiori dell'esercito. Molto probabilmente tale decisione di diventare ufficiale subalterno, assai sorprendente se rapportata al personaggio che sa­rebbe stato in seguito (ma anche il suo idolo Rimbaud fu soldato volonta­rio4), va messa in connessione con la contemporanea iscrizione alla Facoltà di Scienze dell'Università di Bologna. Campana dimostra la serietà iniziale delle sue intenzioni di studiare la chimica pura quando, quello stesso autun­no 1903 in cui diventa matricola, presenta anche una domanda di arruola­mento al 40° Reggimento Fanteria "Bologna", ossia, come consentiva l'art. 648 della Legge sul Reclutamento, direttamente «al corpo nel quale aspira [va] a prestare servizio»5. In tal modo, una volta rientrato al reggimento bolo-

 

 

Si veda in proposito Dino Campana a Faenza (1897-1907) di Antonio Corbara, testimonianza rac­colta da Gabriel Cacho Millet in Dino Campana. Souvenir d'un pendii, Napoli, Edizioni Scientifiche Ita­liane, 1985, p. 256; cfr. inoltre Carlo Pariani, Vita non romanzata di Dino Campana, Milano, Guanda, 1978, p. 45.

Utile, per vedere quanto Campana si potesse identificare col poeta di Charleville, l'articolo di Pao­lo Toschi // Rimbaud della Romagna, ne "Il Resto del Carlino" (Bologna), 27.10.1926.

Legge sul Reclutamento (o Regolamento sul Reclutamento), volume edito nel 1878 e ancora in uso


gnese dopo aver seguito il corso allievi ufficiali presso il distaccamento di Ra­venna, egli avrebbe potuto portare avanti i suoi studi universitari sfruttando la relativa maggior libertà e indipendenza di cui generalmente godono i sot­totenenti rispetto alla truppa. Si potrebbe tuttavia allargare il discorso, ascri­vendo questa risoluzione di vestire una divisa gallonata all'ambiguità dei rapporti che Campana intrattenne con le istituzioni in genere. Da una parte infatti essi furono caratterizzati dal perseguimento di una orgogliosa e solita­ria distinzione individuale, sempre più assecondata dalla consapevolezza del­la propria diversità come poeta (diversità esemplificata se si vuole, al di là dell'indubbio valore letterario della sua opera, dal tipo vulgato del poète maudit mezzo illuminato mezzo pazzo e fuorilegge a cui egli stesso si compiacque a volte di somigliare). Dall'altra parte, invece, troviamo in lui un bisogno profondo di sentirsi accettato e di rientrare nei ranghi con un'inversione di rotta culminante in propositi talora impossibili (nel 1911 cercò di ottenere «l'ammissione agli esami di concorso per la carriera di alunno delegato di P.S.»[2]), o per mezzo di iniziative fallimentari quali furono gli sforzi per en­trare nella giovane società letteraria delle riviste fiorentine, le iscrizioni uni­versitarie inutilmente rinnovate, la ricerca di un lavoro decoroso come impiegato, oppure anche l'estremo tentativo di prendere parte alla prima guerra mondiale come avevano già fatto tutti i suoi conoscenti (e non certo come un fantaccino qualsiasi, «avendo sentito parlare di nomine a ufficiali per ti­toli di studio»[3]). Campana, che essendosi arruolato prima del tempo era sta­to incluso nel contingente dei nati nel 1883, leggiamo sul foglio matricolare, il 4 aprile 1904 conseguì i galloni rossi di caporale. Tutto dunque sembrava andare per il meglio, ma la riga successiva riporta la seguente annotazione: «Cessò dalla qualità di allievo ufficiale per non aver superato gli esami al grado di sergente, li 4 agosto 1904». Campana da Ravenna fu rimandato di­rettamente a casa senza nemmeno aver ottenuto il grado intermedio di ser­gente, e le cose sarebbero abbastanza semplici se sul suo foglio matricolare non seguisse quest'altra nota più particolareggiata: «Prosciolto dal servizio per applicazione dell'art 353 dell'Istruzione complementare al regolamento sul reclutamento». Questo art. 353 racchiude infatti le vere ragioni dell'espul­sione di Campana dal corso allievi ufficiali, sicuramente non attribuibili, co­me potrebbe sembrare a prima vista, ad una semplice impreparazione da parte sua nelle materie richieste (anche perché rarissime volte si sarebbero verifica­ti casi del genere).

Purtroppo però non è possibile conoscere il testo dell'art. 353, poiché 1'/-struzione complementare di cui fa parte è considerata tuttora una raccolta di norme riservatissime, al punto tale da essere accessibili addirittura soltan­to a pochi ufficiali dell'esercito. Chiunque abbia un po' di familiarità con


10   Cfr. Ruggero Jacobbi, Invito alla lettura di Dino Campana, Milano, Mursia, 1976, p. 69.


quanto è stato scritto sulla figura del poeta, potrà sempre giustificare il grave provvedimento adottato nei suoi confronti evocando il cliché del giovane spirito ribelle e insofferente della disciplina (il "sovversivo, anarcoide, violento e te­nero al tempo stesso" descritto più tardi da Bino Binazzi[4]), oppure ipotiz­zando che egli possa aver reagito alla ruvidezza immancabile di qualche superiore, proprio con un accesso di quella "impulsività brutale, morbosa" che già da un po' di tempo preoccupava il padre tanto da non tardare a con­vincerlo che Dino avesse «la psiche esaltata, avvelenata, pervertita»[5]. L'e­sito dell'apprendistato militare del poeta può comunque essere spiegato più semplicemente con una progressiva disaffezione da parte sua per quella vita in divisa, fatta soltanto di interminabili addestramenti quotidiani all'uso del­le armi e di lezioni sempre uguali sull'impiego tattico e strategico della fante­ria, tanto da costringerlo a rinunciarvi volontariamente e con la stessa determinazione con la quale in un primo momento aveva deciso di arruola­si. Tuttavia la cautela con cui il Comandante del Distretto militare di Mode­na, da me interpellato in proposito, ha affrontato la questione dopo aver consultato con molta circospezione il volumetto ingiallito dell' Istruzione com­plementare; quel dire e non dire su di una "condotta poco appropriata" e che nascondeva a quanto pare qualcosa di molto spinoso e sgradevole, pos­sono far pensare che l'espulsione di Campana sia stata motivata da un fatto in cui in qualche modo c'entra una disposizione ritenuta tanto poco marziale come l'omosessualità. E si badi che una simile considerazione non costitui­sce certo una novità, dal momento che Ruggero Jacobbi già nel 1976 aveva ravvisato la presenza di «qualche non infrequente accenno omosessuale» nel­l'opera di Campana e soprattutto nel cosiddetto Quaderno "'. Basti pensare a Oscar Wilde a S. Miniato e a Ermafrodito, in cui le allusioni sofferte e col­pevoli appaiono tanto più veridiche quanto più i documenti ritrovati in que­sti ultimi anni confermano come alla base della elaborazione poetica di Campana vi fosse sempre il ricordo, per quanto a volte "orficamente" tra­sfigurato, di vicende non immaginarie. Comunque siano andate le cose, le autorità militari come d'uso non negarono all'allievo ufficiale appena cac­ciato dal corso una dichiarazione di buona condotta, poi trascritta sul suo foglio matricolare. Particolare che gli avrebbe consentito, una volta giunto il momento della chiamata del contingente di leva al quale apparteneva, di poter completare l'adempimento dei propri doveri verso il Regio Esercito (na­turalmente mantenendo il grado di caporale e con lo sconto degli otto mesi già trascorsi in caserma). Così l'anno seguente, con dieci giorni di preavviso, Campana venne chiamato alle armi assieme ai propri coetanei, e il 24 no­vembre 1905 si recò alla Caserma del Carmine che un tempo si trovava nel­l'omonima piazza di Firenze. Gabriel Cacho Millet ha osservato come in questa occasione potrebbe essersi verificato l'episodio descritto in Prosa fetida del "poveta cappellone" (ossia recluta) che dopo aver "disprezzato" il sesso esi­bitogli dalle ciane si addormenta ubriaco, dimenticando di trovarsi in un po­stribolo del quartiere di S. Frediano a due passi appunto dalla Caserma del Carmine". Noi rileveremo soltanto che se in questa canzonetta il riferimento cronologico, il "gran dì della Befana", può essere stato imposto dalla rima con "Malalana", il protagonista con quella "barba già di un mese" somiglia nondimeno al Campana ritratto da Costetti nove anni più tardi, nel 1914, e le ciane sembrano chiamarlo "cappellone" più per ingiuriarlo a causa del suo comportamento simile a quello di una recluta inesperta e maldestra, che non perché lo fosse veramente. Campana comunque una volta giunto alla Caserma del Carmine potè richiedere e ottenere, secondo la procedura in vi­gore a quell'epoca, il rinvio di un anno del servizio militare in quanto stu­dente universitario. Ebbe modo così di tornarsene prontamente a Marradi quello stesso 24 novembre. Tutto ciò venne annotato con diligenza sul suo foglio matricolare, ma nel richiamarsi a quanto disciplinato dal solito Rego­lamento sul Reclutamento la mano dello scritturale tracciò un numero senza dubbio inesatto, che però curiosamente rimanda a un articolo che sembra prefigurare proprio l'aspetto più "maudit" del futuro famigerato autore dei Canti Orfici, Secondo l'art. 847 citato, Campana infatti in quell'occasione risulta essere stato un renitente alla leva se non addirittura un disertore (e di nuovo compare l'ombra a quanto pare inevitabile di Rimbaud).

" Cfr. Dino Campana fuorilegge, cit., p. 29.


Ottenuto invece il differimento del servizio, e trascorsi così altri undici mesi lontano dagli obblighi militari, precisa come una freccia non mancò di arri­vare a Campana un'altra cartolina precetto. Ma come i suoi lettori non igno­rano egli in quel momento si trovava in un luogo dal quale, allo stesso modo delle prigioni da lui più tardi conosciute, non è facile uscire, di sicuro però assai più orribile di quelle. Leggiamo ancora sul foglio matricolare: «Chia­mato alle armi per prestare il servizio colla classe 1886 e non giunto perché ricoverato al manicomio di Imola, li 23 ottobre 1906». La burocrazia milita­re si mise dunque pesantemente in moto, e una volta riempiti i fogli e le copie dei fogli con i quali si procedette a riformarlo, ITI novembre Campana ven­ne congedato d'ufficio, pur mancando la sua firma in calce al verbale ("di­chiarazione Mod. 46") redatto dalla competente commissione d'inchiesta. Non è possibile sapere quanto consapevole sarebbe stata quella firma, ma è certo che la legge la esigeva come approvazione del provvedimento da parte del­l'interessato. In tal modo veniamo a scoprire che i due ufficiali e l'ufficiale medico della suddetta commissione stimarono superfluo un viaggio fino a Imola per vedere il caporale mentecatto, come si diceva allora. Così il giorno in cui venne congedato "perché al manicomio", come si scrisse sul foglio ma­tricolare, nessuno al Distretto militare di Firenze sapeva che Campana in realtà


11 Cfr. Ardengo Soffici, Dino Campana a Firenze, riportato in C. Pariani, op. cit., p. 109.


era già stato dimesso il 31 ottobre. Potremmo legittimamente credere che con un simile provvedimento i conti del poeta col Regio Esercito fossero stati or­mai del tutto saldati. Invece, quando una parte dell'Europa era già devastata dal primo conflitto mondiale e l'Italia aveva appena finito di vivere le sue "radiose giornate", lo si vide comparire al Distretto militare del capoluogo toscano in veste di volontario per il fronte. A questo proposito Pariani non ebbe dubbi, e scrisse: «Nel 1915 partecipa alla campagna interventista» [6]. Ora sappiamo invece che Campana alla fine di marzo era in Svizzera e che vi restò sino agli ultimi giorni di maggio. Dopo un accertamento delle sue condizioni di salute eseguito presso l'Ospedale militare del Maglio, non man­carono così di riformarlo una seconda volta. Ma nemmeno ciò fu sufficiente e scoraggiare il poeta, e passati poco più di due anni egli si ripresentò di nuo­vo come volontario, proprio qualche settimana prima di essere ricoverato de­finitivamente nel cronicario di Castel Pulci. Questa volta lo spingeva quasi certamente il bisogno disperato di allontanare da sé il fantasma dell'amore ossessionante e morboso per Sibilla Aleramo. Tutto quanto è possibile dire de suoi due tentativi di farsi mandare in prima linea a combattere gli Au­striaci si riduce a queste poche notizie spicciole, di cui abbiamo conoscenza per avervi accennato Campana stesso in alcune lettere scritte con una certa contradditoria imprecisione. E non sarebbe irragionevole dubitare della ve­rosimiglianza di tali tentativi: ancor più se a confondere maggiormente le co­se Soffici parecchi anni dopo ricordava che Campana in una di queste occasioni fu addirittura sergente per qualche tempo, anche se «non si capiva bene in quale caserma»13, mentre Bacchelli, che il poeta andò a trovare per avere un consiglio in proposito, da parte sua escludeva che avesse anche solo provato ad entrare all'ospedale militare per affrontare la visita medica prevista per l'arruolamento l4. Ma se il primo tentativo compiuto da Campana rimane tuttora impossibile da verificare, l'altro adesso è finalmente documentato da alcune parole tracciate a matita rossa sul registro per l'estrazione della leva della classe 1885 che ho rinvenuto all'Archivio di Stato di Firenze. Si tratta di una frettolosa annotazione dell'Ufficiale Delegato in I del Distretto, la quale a dire il vero sarebbe dovuta comparire sul foglio matricolare del poeta: «19 Novembre 1917 Riformato per demenza precoce Art. 17 E.I.». È curioso os­servare, al di là dell'interesse per tale prezioso documento, come anche in questo caso ci troviamo in presenza di una svista. Riferendosi infatti alle ve­ne varicose, l'art. 17 dell Elenco delle Infermità (E.I.) non era certamente il più adatto al caso di Campana, schizofrenico grave in prossimità di un de­finitivo internamento. Il quale trovava riscontro piuttosto nel successivo art. 18, riguardante appunto certe patologie mentali inabilitanti fra cui figurava anche quella che allora veniva definita demenza precoce. Più grottesca fu in­vece un'altra svista, quando si sancì una volta per tutte, con il timbro "man­


15 C. Pariani, op. cit., p. 61.


dato in congedo assoluto" applicato a mo' di suggello sul suo foglio matri­colare, la cessazione dei doveri di Campana verso quello che ancora per poco sarebbe stato il Regio Esercito. Si era infatti alla fine del 1945, e lui, il poeta mandato finalmente in congedo, era morto ormai da più di tredici anni. Re­sta da dire soltanto un'ultima cosa. Il ritrovamento dell'importante nota del 1917 relativa alla terza riforma collezionata da Campana dissolve i sospetti sull'autenticità di quanto egli, in più occasioni, aveva raccontato di sé. Sia direttamente, ad esempio durante i colloqui con Pariani, sia indirettamente, per gli accenni contenuti nei Canti Orfici, Campana è una fonte degna di fede per chi vada raccogliendo notizie sulla sua vita. E questa constatazione trova un'ulteriore conferma nel fatto che una figura come quella di Regolo Orlan-delli, come ho potuto verificare di persona, è esistita veramente. La ricerca che in base alle indicazioni fornite dal poeta a Pariani mi accingevo a com­piere a Mantova è stata facilitata dal prof. Salvatore Gelsi, il quale già da qualche tempo si stava occupando di alcuni personaggi pittoreschi della pro­pria città. Regolo, di due anni più giovane del poeta (era nato nel 1887 e al­l'epoca dell'episodio narrato nei Canti Orfici aveva quindi all'incirca venti­sei anni), fu riformato una prima volta nel 1907 per «grave debolezza di co­stituzione». E Campana, come sviluppando questo dato, aveva scritto ne L'in­contro di Regolo: «Impestato a più riprese, sifilitico alla fine, bevitore [...]». La seconda riforma invece Regolo la ottenne più tardi, nel 1918, stavolta «per astigmatismo miopico e strabismo convergente» (citiamo sempre dal suo fo­glio matricolare). Campana: «Quella faccia, l'occhio strabico! [...] era resta­to per un quarto d'ora paralizzato dalla parte destra, l'occhio strabico fisso sul fenomeno». Più importanti risultano comunque alcuni fatti che aggiun­gono qualche nuovo elemento probante riguardo al misterioso viaggio di Cam­pana in Argentina, un avvenimento che Ungaretti si intestardì a negare riso­lutamente come mai avvenuto e che Gabriel Cacho Millet, con una convin­cente argomentazione per quanto priva ancora di prove determinanti, collo­ca fra il 9 settembre 1907 e il 18 marzo 1909". Dalle carte dell'Archivio sto­rico del comune di Mantova apprendiamo infatti che Regolo nel 1906 era an­dato ad abitare a Milano per lavoro, e che in seguito emigrò varie volte in Argentina: sul finire di quello stesso 1906 per restarvi fino al 1909, nel 1913-14 (nel '16 in Italia sarà dichiarato «renitente alla leva» per ben due volte), e definitivamente nel 1919 (per quest'ultima possediamo due indirizzi di Bue­nos Aires). Si legge dunque ne L'incontro di Regolo: «Era tornato d'Ameri­ca [evidentemente si riferisce al primo spostamento del 1906-09]. [...] Ricor­davamo l'incontro di quattro anni fa laggiù in America: e il primo, per la strada di Pavia». Più tardi, in manicomio, Campana con Pariani sarebbe stato ancor più dettagliato: «Regolo è uno che andò in Argentina. Si chiamava Re­golo Orlandelli, era di Mantova. Lo incontrai in Argentina a Bahia Bianca. Prima l'avevo conosciuto presso Milano. In America aveva un'agenzia di col­locamento: a Milano faceva il commercio ambulante. A Genova lo incontrai per caso dopo essere stato in Argentina. Credo sia morto; deve essere morto certamente»16. Ma qui si sbagliava, perché Regolo morì non prima del 1933, anno in cui bruscamente s'interrompono le notizie che si hanno su di lui.

 

 

1  Gino Gerola, Dino Campana, Firenze, Sansoni, 1955, p. 7.

[1] Sebastiano Vassalli, La notte della cometa, Torino, Einaudi, 1984, p. 17.

[2] Cfr. Dino Campana fuorilegge, a cura di Gabriel Cacho Millet, Palermo, Ed. Novecento, 1985, pp. 97-100.

Cfr. Riccardo Bacchelli, Dino Campana triste a morte, "La Stampa" (Torino), 17.04.1954.

Cfr. Bino Binazzi, Gli ultimi bohèmiens d'Italia. Dino Campana, "Il Resto del Carlino" (Bologna), 19.04.1922.

[5] Cfr. C. Pariani, op. cit., , pp. 20-21.

[6] C. Pariani, op. cit., p. 26.

 

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